All’inizio del ventesimo secolo, la psicoanalisi sostenne con forza l’esistenza di contenuti mentali di cui non siamo consapevoli, che orientano la nostra vita. Molti pensatori, in primis filosofi con svariate espressioni linguistiche, avevano dedicato considerazioni al cosiddetto inconscio, ma solo con Freud il termine è diventato di enorme rilevanza culturale in occidente.

A distanza di un secolo la ricerca psicologica ha fatto passi da gigante e oggi sembra lecito parlare non solo di inconscio in senso psicanalitico, ma anche di inconscio cognitivo e inconscio artificiale.

Ne parlano Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà nel libro Molti Inconsci per un cervello, uscito alla fine del 2018 per l’editore Il Mulino. Secondo i due autori possiamo parlare di inconscio cognitivo in riferimento alle informazioni elaborate dal cervello, che influenzano il nostro modo di pensare, sentire, comportarci, senza che ne siamo consapevoli, ma che dal punto di vista qualitativo sono analoghe ai contenuti che esperiamo consciamente; mentre per inconscio freudiano s’intende un deposito di materiale relativo alle nostre esperienze pregresse, tendenzialmente codificato in maniera simbolica e secondo logiche in parte diverse da quelle di calcolo dell’inconscio cognitivo.

A influenzare le nostre azioni in maniera nascosta non sarebbero però solo questi due inconsci, diciamo così, interni a ogni essere umano. Con l’avvento di Internet, si è diffuso anche un nuovo inconscio detto artificiale:

“A ben vedere, quando interagiamo con la rete siamo coscienti di quello che facciamo e siamo convinti di procedere a scelte autonome. E tuttavia, dietro a quello che vediamo, ci sono algoritmi complessi che decidono per noi a nostra insaputa […]. Le persone sono coscienti, sono convinte di godere del libero arbitrio, eppure sono condizionate non solo dall’inconscio cognitivo naturale ma anche da quello artificiale che agisce in rete”,

sostengono Legrenzi e Umiltà.

Dell’inconscio artificiale, così come di quello freudiano e di quello cognitivo, noi dobbiamo presupporre l’esistenza indirettamente, dall’osservazione delle conseguenze da loro generate: così, mentre Freud analizzava sogni, lapsus, battute, libere associazioni, e gli scienziati cognitivisti studiano in laboratorio l’influenza di stimoli sotto la soglia della coscienza o della consapevolezza nel determinare scelte e giudizi, dell’inconscio artificiale è emersa con forza l’esistenza constatando come le elezioni americane del 2016 siano state influenzate da fake news costruite ad hoc sulla base della profilazione occulta dei profili degli utenti di Facebook.

In altre parole, milioni di elettori americani si sono fatti influenzare, senza averne alcuna consapevolezza, da contenuti online falsi. Ma quello che è clamoroso per le elezioni americane del 2016 vale altrettanto per il modo in cui i social media influenzano costantemente le nostre opinioni e preferenze senza che ce ne rendiamo conto, suggerendoci contenuti sulla base di algoritmi a noi sconosciuti, col solo scopo di rinforzare la nostra appartenenza a una certa classe di consumatori/elettori bersaglio.

Non è chiaro dove ci condurrà la triangolazione tra questi tre inconsci né quanto essa lasci margine di funzionamento alla nostra coscienza: di fatto si è iniziato a riconoscere l’inconscio cognitivo negli anni ’80 del secolo scorso grazie ai primi esperimenti a riguardo, e Internet ha sviluppato un inconscio artificiale sofisticato grazie ai social media, di cui il capostipite Facebook ha appena compiuto quindici anni.

Sicuramente l’inconscio freudiano sembra esistere soprattutto per tutelarci da contenuti mentali angosciosi, e quello cognitivo per rendere più efficienti le nostre scelte; perciò, per quanto spesso entrambi causino problemi, hanno una loro ragion d’essere. D’altra parte invece, ad oggi è difficile capire se dietro lo sviluppo dell’inconscio artificiale si possano celare dei vantaggi per la nostra specie.

 

FONTI
Legrenzi, Umiltà, Molti inconsci per un solo cervello, Bologna, Il Mulino, 2018