Ormai è ufficiale: le sagome avvistate sul Nanga Parbat, poco al di sotto di quota seimila, appartengono a Daniele Nardi e al compagno di spedizione Tom Ballard. I due sono stati identificati dall’abbigliamento. Con ogni probabilità il freddo li ha vinti poco dopo l’ultimo contatto con il campo base, mentre cercavano di scendere a valle per evitare l’improvviso maltempo.

L’alpinista italiano è stato considerato disperso per più di una settimana, assieme al suo collega e amico inglese. I due stavano tentando una salita invernale al Nanga Parbat, seguendo una variazione della via “classica” sul versante Diamir, quello rivolto a nord-ovest. La linea di salita scelta dai due prevedeva di passare dal famigerato sperone Mummery, una conformazione rocciosa sovrastata da un ghiacciaio. La macchina dei soccorsi si è messa in moto immediatamente, ma le operazioni sono state complicate e rallentate dall’elevato rischio di valanghe, aumentato proprio nei giorni dell’emergenza. Un team russo, composto da quattro alpinisti, ha dovuto rinunciare alle ricerche proprio per questo motivo. Le speranze di ritrovare i due scalatori sono state riposte fino all’ultimo nei droni messi a disposizione dal collega Alex Txikon, che si era spostato dal campo base del K2 – che si accingeva a scalare – verso il Nanga. I suoi velivoli radiocomandati hanno cercato Nardi e Ballard nei pressi del loro Campo 4 – ovvero la quarta tenda montata durante la salita – poco sopra i 6000 metri. Quattro giorni dopo la scomparsa un elicottero aveva sorvolato proprio quel bivacco, trovandolo coperto di neve, senza però avvistare i due alpinisti.

La decisione di utilizzare i droni è stata presa per la loro capacità di volare sopra i seimila metri, quota che la maggior parte dei normali elicotteri non riesce a superare a causa della rarefazione dell’aria e delle temperature troppo rigide. Si sapeva, però, che il loro contributo avrebbe potuto essere, al massimo, quello di individuare Daniele e Tom nella tormenta che spazzava la montagna. A quel punto, sarebbe stato ovviamente necessario l’intervento umano per salvarli: la situazione, insomma, era chiaramente disperata fin dall’inizio.

Con i suoi 8126 metri d’altezza il Nanga Parbat, che svetta in Pakistan, tra le catene del Kashmir e dell’Himalaya, è “solo” la nona montagna più alta del mondo. Tuttavia, per la particolare conformazione e le condizioni climatiche che lo caratterizzano, è ritenuto da molti alpinisti la vetta più dura. È secondo solo al vicino Annapurna per tasso di mortalità, ed è anche l’ultimo Ottomila a essere stato scalato in inverno (stagione in cui rimane inviolato il solo K2). In molti l’hanno salito senza poterne mai ridiscendere. Il primo a tentare l’ascesa fu Albert Mummery: incontrò la morte sullo sperone che oggi porta il suo nome. E lo stesso punto fu fatale a Günther Messner, nel 1970. Il fratello Reinhold, miracolosamente sopravvissuto allo stesso incidente, è convinto che quella via sia impossibile, o perlomeno esageratamente rischiosa perché valga la pena intraprenderla.

E anche lo scorso inverno il “Re delle montagne”, com’è soprannominato dagli sherpa, è tornato in cima alle cronache: per due settimane, il mondo ha seguito con il fiato sospeso la missione per salvare Tomek Mackievicz ed Elisabeth Revol, sorpresi dal maltempo dopo aver conquistato la vetta con una storica ascensione. Lei – già compagna di Daniele Nardi in un precedente tentativo di scalata – fu salvata in extremis. Tomek, invece, riposa per sempre sotto i ghiacci del Nanga Parbat, dopo aver coronato il sogno di una vita.

Ma è proprio l’impossibile a muovere l’uomo, spingendolo a scontrarsi con i suoi limiti nel tentativo di infrangerli e riuscire dove nessuno ha mai avuto successo. Lo sapeva bene Daniele. Per lui il Nanga Parbat era un’ossessione: l’aveva affrontato nel 2013 per la via classica, e nel 2014 per lo sperone Mummery. Nonostante il fallimento di entrambi i tentativi, aveva deciso di ripartire, raccontando il suo sogno in un’intervista alle Iene.

“Questo per me fa parte di una promessa che mi sono fatto da bambino, quando a un certo punto ho deciso di fare l’alpinista e ho scelto di lasciare un segno indelebile nella storia dell’alpinismo: per farlo dovevo fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima”

E senz’altro anche Tom Ballard era mosso a partire dagli stessi sogni; ma il giovane inglese potrebbe avere avuto una motivazione in più a spingerlo: stava infatti sfidando le stesse montagne che nel 1995 gli portarono via mamma Alison.

Reinhold Messner, che come detto conosce fin troppo bene il Nanga, aveva confessato che le possibilità di ritrovare vivi i due alpinisti erano per lui prossime allo zero. Come spesso accade in questi casi, infatti, le condizioni avverse che tramutano in incubo i sogni degli arditi sono le stesse che frenano missioni di salvataggio altrettanto coraggiose. Ogni alpinista esperto sa che, purtroppo, l’altruismo non può mai prevalere sulla prudenza e sul buon senso.

Anche le famiglie dei due alpinisti erano ben consapevoli dello scenario estremo a cui i due arditi andavano incontro, e inutilmente avevano tentato di dissuaderli: quando il sogno diventa ossessione, tentare di arginarlo è quasi sempre inutile. Ora, i due vengono pianti e ricordati dai loro cari, che forse non riusciranno a perdonarli, ma continueranno a rispettare le ambizioni che li hanno portati a sacrificare le proprie vite nel tentativo di spingersi oltre i limiti degli esseri umani.