È uscito in Italia, edito da Garzanti, l’ultimo libro della giovane attivista pakistana Malala Yousafzai, premio Nobel per la Pace nel 2014, dal titolo Siamo tutti profughi. I miei viaggi e i miei incontri con le ragazze di tutto il mondo in fuga dalla guerra.

Malala racconta storie di ragazze migranti e rifugiate, che hanno dovuto lasciare il loro paese per salvarsi dagli orrori della violenza e della guerra, incontrate durante i suoi viaggi nei campi profughi del Medio Oriente o durante le Assemblee presso le Nazioni Unite. Dalle parole dell’autrice si capisce, sin dal prologo, quale vuole essere l’obiettivo del libro:

 “ho scritto questo libro perché ho come l’impressione che troppa gente non capisca che i rifugiati sono persone normali. L’unica cosa che li rende diversi è che sono rimasti coinvolti in un conflitto che li ha costretti ad abbandonare le loro case, i loro cari e la sola esistenza che conoscevano, per rischiare tutto lungo la strada […]”

Il libro inizia con il racconto dell’esperienza diretta dell’autrice stessa, dapprima come sfollata all’interno del suo paese, il Pakistan, durante la presa di potere dei Talebani e successivamente come rifugiata in Inghilterra, dopo un attentato dal quale si è salvata per miracolo. Malala ha lasciato il suo paese ad occhi chiusi e li ha riaperti in un ospedale di una terra straniera, senza avere altra scelta: l’attivista racconta le paure di una bambina di 11 anni, cosciente che la sua vita non sarà più la stessa.

 “Scegliere di vivere come profughi non è un gran che come scelta.

Spesso ci si dimentica, suggerisce, che lasciare il proprio paese, durante conflitti o carestie, diventa l’unica alternativa tra l’opportunità di sopravvivere e la morte. Vedere la propria realtà quotidiana diventare un’escalation di violenza e distruzione può lasciare un segno indelebile. Molti rifugiati sono obbligati a dover abbandonare improvvisamente un buon lavoro, una casa e una famiglia, per andare a vivere sotto una tenda di plastica, in mezzo al fango e alla polvere, con altre migliaia di persone. Ognuno di loro darebbe qualsiasi cosa per tornare nella propria terra, alla propria vita. Non lo vorreste anche voi?

Malala ci ricorda come siamo fortunati ad essere cresciuti in paesi senza guerre e come, di conseguenza, diamo spesso per scontata la pace: dove non c’è pace, non esistono garanzie.

 

Le profughe che ragazze coraggiose!

Le storie delle 9 ragazze a cui Malala dà voce sono differenti tra loro, ma legate da una tragedia comune: aver dovuto lasciare la propria terra d’origine rischiando la vita. Esse sono originarie di paesi tristemente noti per le crisi umanitarie in corso- come la Siria e lo Yemen- o sopravvissute a genocidi.

Malala le descrive con immensa ammirazione: grazie alla loro straordinaria forza di volontà, sono riuscite a ricostruirsi una nuova vita, proprio come è successo alla stessa autrice, nonostante le difficoltà incontrate nell’adattarsi in paesi sconosciuti e così diversi dai loro. Queste ragazze, dopo il trauma della fuga, hanno dovuto affrontare il divario della nuova lingua e della nuova cultura, che spesso le ha accolte con diffidenza. Tutti problemi che ogni giorno affrontano i rifugiati, i richiedenti asilo e gli sfollati di tutto il mondo, che attualmente sono circa 68.5 milioni. Probabilmente la più grande evacuazione globale della storia moderna.

Malala Yousafzai visits children who are back in school after living in ISIS-controlled Mosul. credit: Malin Fezehai / Malala Fund

La seconda parte del libro inizia con la storia di Zaynab e Sabreen, due sorelle yemenite, fuggite senza genitori dalla violenza e dalla fame verso l’Egitto, in cerca di ospitalità da alcuni parenti. La prima ha successivamente ricevuto un visto per gli Stati Uniti per ricongiungersi con la madre a Minneapolis; la seconda, vedendosi negare il visto per gli USA, ha comunque deciso di lasciare l’Egitto e, dopo un lungo e pericoloso viaggio tramite il Mediterraneo, è arrivata in Europa come rifugiata, per la seconda volta.

Muzoon invece è una ragazza siriana, fuggita dalla guerra civile che dal 2011 sta logorando la popolazione. Vive da rifugiata in uno dei tanti campi profughi in Giordania, dormendo su materassini e senza aver disposizione elettricità: ciò che le manca della vita precedente è l’opportunità di andare a scuola e studiare, passione che condivide con l’autrice, da sempre attivista per il diritto all’istruzione gratuito per tutti i bambini.

Poi c’è la storia di Naila, che appartiene alla comunità Yazida, minoranza perseguitata dall’ISIS tramite un vero e proprio genocidio. Naila è riuscita a fuggire per miracolo al massacro della sua famiglia e a non finire come schiava sessuale al servizio del Califfato. Maria invece è una sfollata interna alla Colombia, uno dei tanti paesi sudamericani dove imperversa violenza e criminalità; Analisa è scappata dal Guatemala e ha cercato rifugio entrando illegalmente negli Stati Uniti.

Ajida, Rohingya del Myanmar, scampata per miracolo con il marito e i tre figli a un genocidio, ci pone questa domanda:

il mondo sa che i rohingya sono da tempo vittime di un genocidio? Capisce perché? Qualcuno può aiutarci?

Oggi vive in un campo di rifugiati in Bangladesh, e probabilmente i suoi figli cresceranno lì.

Le ultime storie sono quelle di Farah, una ragazza ugandese fuggita in Canada con la famiglia all’età di 2 anni, a causa delle brutali violenze perpetrate dal regime dittatoriale di Idi Amin negli anni ’70, alla ricerca della perduta identità ugandese; e Marie Claire, congolese, costretta a fuggire insieme alla famiglia dalla brutale guerra civile che ha distrutto il paese, vivendo nei boschi sino all’arrivo nello Zambia. Dopo l’uccisione spietata della madre da parte dei ribelli, Marie Claire e la famiglia hanno avuto la possibilità di trasferirsi negli Stati Uniti, aiutati da Jennifer, una volontaria di un’organizzazione caritatevole, che in breve tempo è diventata la sua seconda famiglia.

 Fate quello che potete. Sappiate che la chiave è l’empatia. E che atti di generosità grandi e piccoli fanno la differenza e aiutano il mondo a guarire dalle sue ferite”.

L’autrice cerca così di sensibilizzare le comunità internazionali e di destarne le coscienze.

FONTI:

Malala Yousafzai, Siamo tutti profughi. I miei viaggi e i miei incontri con le ragazze di tutto il mondo in fuga dalla guerra, Garzanti, 2019.