Cos’è l’arte?: una delle domande più impegnative e ricorrenti nelle pagine del pensiero occidentale. Spontanea nel fiorire ad ogni tappa dello sviluppo dell’espressione umana e capace di circoscrivere in ogni secolo un frequente e recidivo dubbio culturale: qual è il senso di una pratica apparentemente immediata? Qual è il valore di ciò che risulta dalla produzione di oggetti capaci di suscitare pensieri, passioni, ragioni e sentimenti?

La pregnanza intellettuale della questione sull’arte è quantomeno data dal suo valore etico: l’apparente inscindibilità tra lo sviluppo di un ethos sociale e la storia dell’espressione visiva, musicale o verbale di una generazione testimonia il conclamato connubio tra ciò che intendiamo come morale, spirituale, addirittura metafisico e ciò che invece si presenta ai nostri sensi e alla nostra mente come estetico, bello, piacevole.

In qualche modo, ciò che di più proprio appartiene all’essenza dell’essere umano è rappresentato dal concetto stesso di arte.

Che valore ha l’arte? Perché non ci annoia? Eppure non serve a nulla. È più complessa di un piacere carnale, offre meno concetti di un libro di filosofia. Aristotele criticava chi assisteva alle tragedie consumando dolciumi, perché l’arte non è per quel tipo di piaceri. Kant distingueva tra il bello e il buono, perché non c’è alcun interesse nella sensibilità a qualcosa di bello, nessun concetto, nessuna sillogismo ad esso legato. Né godimento, né conoscenza, né piacere in senso stretto, né arricchimento intellettuale.

Fruire di un’opera non è né studiare né oziare. È piuttosto impegnativo, ma non appagante, sottile, ma non utile. Da ciò si deduce che essa e il suo valore non vadano colti nelle categorie e nelle qualità che contraddistinguono gli oggetti della nostra vita quotidiana, che se non sono utili, almeno sono dilettevoli. L’arte è inutile e non abbastanza appagante per essere riconosciuta in una classe di cose comuni. Le sue opere sembrano piuttosto oggetti strani, secondo la definizione di Alva Noe, professore di filosofia all’Università di Berkeley, in California; non sono il tipo di oggetto che ti aspetti di trovare girando per il mondo.

È forse questa la caratteristica più evidente dell’opera d’arte: il suo dover-essere-nuova, il suo richiamare l’attenzione ad un fresco, inaudito e talvolta debilitante impegno. Novità che prende le forme più svariate ed incoerenti: il vivo, colorato e armonioso ordine di Poussin, lo spirito della natura recintato nella sua figura, non è la fredda sagacia di Duchamp; la civetteria delle dame di Boucher, scorci su una passione leziosa ma non-detta, non è il manierismo mainstream, la sublimazione del banale messa in opera da Andy Warhol.

La classe di ciò che ordinariamente intendiamo con il termine arte recinta coerentemente le più svariate ed inconciliabili forme. Ciò che tuttavia sembra garantire l’unità del concetto non è una qualità comune a quelle forme, un attributo legato agli oggetti. A render qualcosa arte sembra piuttosto essere il modo in cui il soggetto dà quel valore ad un oggetto, facendo sì che l’attenzione teorica di questa riflessione si sposti sul piano delle caratteristiche dello stesso che riflette, dell’Io.

Dal momento che il bello non può essere una qualità ontologica à la Platone, non può esistere qualcosa di bello al di fuori del gusto autonomo. Se io dico “Che bello!” e “Questo è oggettivamente bello, ma non rispecchia i miei gusti”, sto usando la parola bello in due modi diversi: la prima in modo autentico, la seconda in modo riflesso, rammemorativo di un’autentica esperienza di bellezza, ma mai realmente sentito. L’arte, come la filosofia, assume senso solo nella sfera soggettiva di senso, di un’autonoma Sinngebung, in quanto non esce mai dalla sfera del giudizio riflessivo, del rapporto dell’intelligenza con se stessa.

La scienza si spinge all’obiettivo, e dà significato alle cose, che diventano cose universalmente colme di significato a chiunque accessibile. Ma non tutti riescono a dare senso a quel significato. Molti, ad esempio, non riescono a dar senso alla Teoria della Relatività Generale, pur se, umilmente, si arrendono alla sua plausibilità. Alla filosofia e all’arte, che non si sognano nemmeno di parlare del mondo, interessa solo il dominio del senso, dell’animato, del vitale, non del neutro e del significato. Stanno nel dominio della coscienza, dei qualia e della teleologia, della nostra essenza libera e autonoma, non nel nostro essere tasselli oggettivi ed oggettuali del mondo.

L’arte e la filosofia non ci vedono come oggetti del mondo, ma come soggetti liberi. L’arte, con la filosofia, non ha significato, ma senso. E il senso, in quanto tale, non può essere che una materia soggettiva, una relazione che implica modo di rapportarsi alle cose, piuttosto che la fattualità delle cose stesse.

Quello artistico è quindi più un comportamento che un’espressione.

Si fa arte, non la si scopre e non la si produce. Quella artistica, in generale estetica, è una forma di vita, attenta all’esigenza esistenziale dell’individuo piuttosto che alla sua prassi di vita quotidiana. L’arte può dare consigli, non risposte, e tra fruitore e artista intercorre una Laica Sacra Alleanza nell’orizzonte etico di una comunità di senso, di valore personale, intimo, non verificabile e non significante. L’arte è vera per ciascuno di noi ma non per tutti, presente a tutti ma non universalmente comunicabile. Col sentimento estetico è connaturato un mistero, un obolo di fede, che non sparge conoscenza e non raccoglie adesioni, ma tesse le trame della comunità umana parlando dritto al cuore di chi sente.

 

Fonti:

A. Noe, Strange Tools, Hill and Wang, New York, 2015