I Ditteri, di Marco Visentin, edito da Licosia Edizioni nel 2017, è un romanzo a metà strada tra l’universo distopico orwelliano, una scena pulp alla Tarantino e un videogioco d’azione.

Silvia K., entomologa, aspetta una telefonata. Una telefonata da parte della Commissione sulla Verità Tecnologica e Scientifica circa la validità delle sue ricerche sulla «corrispondenza integrale tra il linguaggio umano e quello dei ditteri, con particolare riguardo alle mosche.»

Quello che ancora non sa è che la Commissione respingerà le sue ricerche, che saranno però apprezzate da La Scienza Nuova, «un’organizzazione sovragovernativa avente l’obiettivo di valorizzare la ricerca scientifica e le sue applicazioni concrete.» Da quel momento la vita della protagonista cambia per sempre; dopo essersi affiliata all’organizzazione, dedicherà anima e corpo alla ricerca e soprattutto alla sperimentazione sugli esseri umani, con conseguenze inimmaginabili.

Il romanzo di Visentin non è una lettura leggera, per passare il tempo: è cruda, a volte al limite dello splatter, cinica: un’umanità che ha perso il controllo, ossessionata dal voler diventare migliore, più forte, più longeva e che per farlo non si ferma di fronte a nulla. Silvia, e con lei i suoi colleghi, rimane impassibile di fronte alle torture e al trattamento disumano riservati ai cosiddetti “marginalizzati”, vere e proprie cavie da laboratorio, destinate a una simile sorte perché oppositori politici o, con inquietanti rimandi a certi totalitarismi del Novecento, disabili.

Gli esperimenti di ibridazione tra gli uomini e le mosche, per trasferire ai primi le capacità telepatiche di queste ultime, sono descritti nei minimi dettagli, spesso disturbando in maniera incisiva il lettore tramite la descrizione di morti atroci e lunghe agonie. Corpi che si spezzano, che si deformano, mostri metà umani e metà insetti; questo l’universo agghiacciante e distopico de I Ditteri.

Ma al di là di tutto questo c’è un senso più profondo, una lettura che va oltre e che fa riflettere: la realtà de La Scienza Nuova è davvero così lontana da quella attuale? Il programma dello Stato è quello di trasformare l’umanità in “neo-umani” grazie ai geni dei ditteri, secondo un programma preciso:

I governi legittimi elaborano la loro strategia di modificazione planetaria della struttura genetica degli uomini, seguendo tre direttrici fondamentali. Nei loro proclami, si richiamano a letture arbitrarie di imperi storicamente esistiti. Creano una nuova mitologia sulla centralità dell’uomo e sulla necessità di potenziarne le facoltà. […] In secondo luogo, gli esecutivi della federazione monopolizzano, più di quanto non lo facessero in precedenza, i mezzi di comunicazione di massa e individuali. Tutti gli opinion makers, tutte le informazioni, sia di tipo generalista che specialistico, sono testimoni dell’occasione unica, rappresentata dal Nuovo Umanesimo, per provvedere a una rifondazione dell’uomo sulla base dell’equità, della fratellanza, della pace e della libertà.

Fa parte di questa seconda linea strategica il totale controllo di tutte le formazioni associative, professionali e corporative, organizzate sia su base di adesione volontaria che obbligatoria. […] La terza linea strategica e operativa dei governi legittimi è la repressione, che entra in funzione quando le prime due non sono sufficienti. I governi fanno di tutto per evitare che si arrivi alla terza opzione. Hanno due volti: uno indulgente nei confronti delle masse, capace di creare entusiasmo, di generare passioni collettive e modi di sentire comuni a tutti i popoli. Ma laddove la volontà degli individui non si realizza in un’adesione spontanea alle deliberazioni dei governi legittimi, laddove il potere non risulta persuasivo nella sua corrispondenza a un ideale condiviso e solenne di giustizia, si procede attraverso gli strumenti coercitivi, che operano come elementi generatori di un consenso forzato.

Di certo risulta impossibile leggere queste pagine senza che scatti un sentimento di disagio e déjà-vu, riconducibile alle dittature della metà del secolo scorso. Chiunque tenterà di sottrarsi al programma sarà obbligato o eliminato, nessuno escluso, proprio come succede alla seconda protagonista del romanzo, Federica, alter-ego di Silvia.

Un po’ romanzo di fantascienza distopica, un po’ critica filosofica alla società contemporanea, I Ditteri è un romanzo che inizia lentamente ma che, aumentando il ritmo, stimola il lettore – forse a volte con eccessiva crudezza nei particolari – a chiedersi fino a che punto gli esseri umani siano disposti di arrivare per colmare la loro sete di potere.

L’aspetto davvero inquietante della società di Visentin è l’incapacità di distinguere il reale dal digitale, il dimenticarsi in quale dimensione ci si trovi, perché il progresso tecnologico è giunto al punto di far nascere dubbi sulla validità delle proprie percezioni:

Ora sono davvero serena, quasi felice. La cosa è talmente strana che saltuariamente mi viene un dubbio. Divento pallida. Un dubbio forte e verosimile. Che quest’isola, il contesto, ogni cosa presente, siano delle esperienze sintetiche. Realizzazioni digitali, come le colline a sud est della mia città.

Insomma, un romanzo angosciante, che fa pensare. Una commistione di generi che lo rende difficilmente inquadrabile, ma che offre l’occasione di riflettere su certe tendenze della società di oggi.

 


FONTI

M. Visentin, I Ditteri, Licosia Edizioni, 2017