Ti ho mai parlato del mio disturbo?

Memento: ricordati. Un imperativo, un ordine. Un bisogno insopprimibile. Perché i ricordi del passato sono le fondamenta del futuro; perché la memoria è il filo con cui è intessuta la nostra identità. Senza di essa, come si può stabilire chi siamo? Quali certezze rimangono a cui aggrapparsi? Queste sono le domande all’origine di Memento, secondo lungometraggio in assoluto di Christopher Nolan, ma il primo, dopo gli esordi inglesi, nel scintillante regno di Hollywood.

Tutt’altro che scintillante è però Memento, thriller psicologico a tinte noir che alterna alle sequenze in bianco e nero i colori sbiaditi delle polaroid del protagonista. Opera seminale del regista londinese, la pellicola mostra già elementi tipici del suo stile inconfondibile, dall’intricato montaggio alla sovrapposizione dei piani temporali e narrativi. Non solo, il film contiene in nuce anche molte delle tematiche care a Nolan, in forma embrionale e al tempo stesso matura: la complessità della mente umana, il rapporto tra realtà e illusione, la dimensione della memoria e del tempo, tutte sublimate da un’asciutta essenzialità che contrasta con la magniloquenza dei blockbuster successivi.

Non riesco a ricordarmi di dimenticarti.

Leonard Shelby (Guy Pearce), ex investigatore presso una compagnia di assicurazioni, è alla ricerca del misterioso aggressore che ha stuprato e ucciso sua moglie. Le indagini ruotano attorno un solo punto fisso: un nome, John G. – tutto ciò che conosce sull’identità dell’assassino. A complicare ulteriormente i suoi propositi di vendetta c’è il disturbo mnemonico di cui soffre come risultato del trauma subito: Leonard è affetto da una particolare forma di amnesia a breve termine che lascia intatti i ricordi antecedenti la violenza ma non gli permette di immagazzinarne di nuovi. Ogni pochi minuti si dimentica ciò che stava facendo; memoria e coscienza vengono azzerate, mentre la realtà attorno a lui assume i connotati di un enigma irrisolvibile. Per sopperire a tale problema si tatua sul corpo note, fatti, avvertimenti che gli ricordino chi è e cosa sta facendo, trasformando la sua pelle in una mappa delle proprie ossessioni. Con altrettanta maniacale ansia classificatrice scatta fotografie di ogni persona che incontra, aggiungendovi a mano una breve descrizione: tra le sue polaroid compaiono Teddy e Natalie, figure ambigue le cui reali intenzioni sfuggono alla fragile consapevolezza di Leonard.

Caratteristica fondante del film è il complesso e composito montaggio, in grado da solo di scardinare il tradizionale linguaggio cinematografico e ribaltarne ogni convenzione. La prima scena, mostrata a ritroso come un nastro che si riavvolge, è in realtà l’ultima in ordine cronologico; ad essa seguono un alternarsi di episodi a colori e in bianco e nero, i primi risalenti al contrario la catena narrativa, i secondi in normale progressione, destinati a incontrarsi in una rivelatrice scena finale in grado di gettare luce sull’intricato viluppo di misteri, deliri e menzogne che avvolgono l’esistenza del protagonista.

Lungi dall’essere un mero lambiccamento stilistico, la scelta di montaggio assume profonda valenza espressiva ed empatica, perché mira a riprodurre nella percezione dello spettatore la frammentaria e confusa cognizione del reale esperita da Leonard. Le decostruzione della fabula in un intreccio prismatico ci pone nella stessa prospettiva del suo protagonista, costretti come lui a confidare nelle foto e nei tatuaggi per ricomporre il senso di una realtà andata in frantumi. L’unica certezza rimasta è l’incertezza, il disturbo di cui soffre, evocato in maniera quasi ossessiva, come a identificare con esso la propria residua identità.

Tutti abbiamo bisogno di ricordi che ci rammentino chi siamo.

Proprio l’identità è, del resto, uno dei temi principali di Memento. In assenza di ricordi, Leonard fatica a mantenere una concezione stabile del sé, e deve continuamente riaffermarla nell’immediatezza del momento presente. Questo processo di decostruzione e ricostruzione dell’io ricorda il pensiero del filosofo empirista John Locke, per cui la precaria identità personale di un individuo coincide esattamente con la sua coscienza, che lega azioni e sentimenti lontani nel tempo unendo passato e presente: un soggetto è tale solo finché ne è consapevole e conserva la memoria del suo essere.

Tuttavia, Leonard è un narratore inaffidabile che custodisce un terribile segreto. Egli mente a se stesso nella disperata ricerca di trovare un senso alla propria esistenza, anche a costo di fabbricarselo. Gli espedienti che dovevano garantire la certezza dei suoi ricordi finiscono così per essere strumenti della loro manipolazione. La memoria si rivela fallace, ingannevole e ingannata, come nella teoria di David Hume. Per quest’ultimo, essa non è sufficiente a fondare l’identità perché troppo fragile e imperfetta: a colmarne le carenze entra in gioco l’immaginazione, il fattore decisivo che con un’operazione apocrifa ristabilisce le certezze dell’Io.

In Memento, l’affermazione identitaria va incontro a un cortocircuito logico quando tenta di estendersi oltre i confini della coscienza. L’amnesia di Leonard, allora, non è più solo dimenticanza, ma rimozione volontaria e al tempo stesso inevitabile, alimentata dai sensi di colpa per la vera sorte della moglie (celata innanzitutto a sé stesso) e necessaria per lasciare spazio all’attività creatrice dell’immaginazione. Questa, in assenza di ricordi stabili, plasma una nuova realtà costantemente rinnovata, coagulando attorno al proposito irrinunciabile della vendetta un simulacro d’identità.

Devo credere in un mondo fuori dalla mia mente, devo convincermi che le mie azioni hanno ancora un senso, anche se non riesco a ricordarle. Devo convincermi che quando chiudo gli occhi, il mondo continua ad esserci.


FONTI

Wikipedia

IMDB

Treccani.it

L’ossessione identitaria, Francesco Remotti, Laterza, 2017