Nella storia dell’arte il metodo di produzione artistica preferito dagli artisti è sempre stato edonistico: l’impulso creativo legato agli eccessi. Basti pensare al pittore statunitense Jackson Pollock, vissuto nella prima metà del Novecento e conosciuto per essere uno dei maggiori rappresentanti dell’espressionismo astratto. Egli infatti era famoso per il carattere irascibile e violento a causa dell’abuso di alcolici, che con il tempo ha contribuito alla fama di “artista maledetto” e al mito della sregolatezza della sua arte, sino al tragico episodio della morte, avvenuta l’11 agosto 1956, quando si schiantò ubriaco alla guida della sua auto.

Jackson Pollock

La nozione di artista maledetto non è certamente nuova. Già alla fine del 1800 infatti, alcuni artisti famosi per condurre una vita sregolata e bohémienne si erano definiti “i poeti maledetti” – ricordiamo, tra gli altri, Verlaine, Rimbaud e Mallarmè. All’interno del Club des Hashischins (gruppo parigino di quegli anni dedicato all’esplorazione delle esperienze indotte da droghe), essi si provocavano allucinazioni con varie sostanze, prima fra tutte l’hashish, la quale assumeva la doppia funzione di ispirare i componimenti e di essere la manifestazione del rifiuto per la società contemporanea.

Ma il mito dell’edonismo legato alla creazione artistica non finisce qui: fu grazie all’uso di cocaina e morfina che Robert Louis Stevenson scrisse in soli sei giorni Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde; l’acronimo LSD è nascosto nei titoli di alcuni componimenti di Elsa Morante, come La sera domenicale e La smania dello scandalo; in La nausea di Jean-Paul Sartre emergono tracce dell’influenza delle esperienze sensoriali che egli aveva sperimentato a seguito dell’assunzione di mescalina, una potente sostanza psichedelica, non riuscendo più a distinguere la differenza tra mondo reale e mondo delle allucinazioni. Nulla di nuovo.

Il termine “edonismo” proviene dal greco antico edoné, “piacere” e viene utilizzato per indicare l’identificazione del bene proprio con il piacere, riconoscendo in esso il fine ultimo dell’essere umano. Già nella Grecia classica intorno al IV e V secolo avanti Cristo, il principale premio artistico per il dramma veniva conferito ad Atene sotto gli auspici del dio Dioniso, protettore del vino, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi. Non è un caso che Dioniso sia un dio “ibrido”, dalla multiforme natura maschile e femminile, animalesca e divina, insieme tragica e comica. Egli incarna la scintilla primordiale e istintuale presente in ogni essere vivente. Scintilla che permane anche nell’uomo civilizzato come sua parte originaria e insopprimibile, che può sempre emergere ed esplodere in maniera incontrollabile. Che ci sia qualcosa di divino nell’atto mortale di produrre arte è quindi un concetto che viene da una tradizione molto lontana, strettamente legata al mito del “genio e sregolatezza”.

Negli ultimi anni però, la letteratura si è interrogata proprio su questo rapporto tra dipendenze e creatività, esplorando la possibilità di creare lavori significativi senza fare uso di alcol o sostanze stupefacenti. Perché se è vero che in passato l’edonismo spesso ha accompagnato la creazione artistica, in questi ultimi anni si sta diffondendo invece la tendenza all’eccesso opposto – sicuramente meno evidente -, cioè l’ascetismo. Per gli artisti ascetici però, quest’ultimo non è una moda, piuttosto un regime cui sottomettersi per far fronte all’esigenza di astrarsi dalla realtà per produrre arte. Anche il termine “ascetismo” proviene dall’antica Grecia: dal verbo askein, che significa “esercitare”, che a sua volta si è evoluto nel termine asketes, “monaco, eremita”: colui che si ritira dal mondo e dalla fugacità dei beni materiali, arrivando fino ad astrarsi da se stesso, in nome della creazione artistica.

Anche per l’ascetismo gli esempi non mancano: Adrian Piper, artista concettuale e filosofa analitica, la cui retrospettiva è stata esposta al Museum of Modern Art lo scorso anno, ha dichiarato di aver deciso nel 1985 di astenersi definitivamente dall’alcol, dalla carne e dal sesso; Glenn Gould, pianista canadese ricordato per la tecnica eccezionale e l’assoluta modernità nella rilettura e interpretazione di classici come Bach e Beethoven, ha mangiato un solo pasto al giorno per anni, per mantenere la concentrazione; Georges Simenon, scrittore belga noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Maigret, commissario di polizia francese, è rimasto chiuso in una stanza d’albergo senza mai avere contatti con l’esterno fino al completamento di uno dei suoi (circa 400) romanzi.

Ancora: Marina Abramovic, artista serba specializzata in performance art, da sempre esploratrice delle relazioni tra artista e pubblico, dei limiti del corpo e possibilità della mente, ha mangiato esclusivamente verdure durante l’esecuzione di The artist is present al MOMA di New York, seduta quasi immobile sette ore al giorno per tre mesi; Beyoncé, cantautrice e ballerina statunitense di fama mondiale, ha annunciato di seguire una dieta vegana in vista dell’esibizione al famosissimo festival musicale Coachella nel 2018; Yayoi Kusama, artista giapponese famosa anche per la collaborazione nel 2012 con la maison francese Louis Vuitton, vive dal 1977, per scelta personale, nell’ospedale psichiatrico Seiwa in Giappone, continuando a produrre quotidianamente le sue «opere dal manicomio».

Marina Abramovic durante l’esibizione The artist is present

Questo tipo di ascetismo, così come l’edonismo, non è da considerarsi una ricetta per la felicità: piuttosto per favorire la produttività. Perché concentrarsi su cose che non sono necessarie per la creazione? Questi artisti cercano di recidere i vincoli che li tengono legati al mondo materiale, nella ricerca di un’assoluta concentrazione “ascetica” verso la loro produzione: questo è, a dispetto dei vecchi cliché sull’arte e gli eccessi, il nuovo mito che si sta sempre più diffondendo negli ambienti artistici.