Tutto è bene quel che finisce bene! Verrebbe da dire così sullo scontro che per alcune settimane ha opposto Italia e Francia. Alla fine infatti l’ambasciatore francese è ritornato a Roma, è stato subito ricevuto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e si è quindi chiusa nel migliore dei modi la crisi che si era aperta con la decisione della Francia di richiamare il proprio rappresentante diplomatico in Italia. Una decisione di cui era stata subito messa in luce l’estrema gravità, dato che non ne esistono precedenti, eccetto la dichiarazione di guerra con cui Mussolini aveva annunciato l’entrata dell’Italia nel secondo conflitto mondiale a fianco della Germania nazista, con il conseguente richiamo in patria dell’ambasciatore francese, diventato rappresentante di una nazione ostile. Un paragone storico che avrebbe forse potuto stimolare qualche riflessione in più sullo stato della politica, della diplomazia e sull’attuale senso delle istituzioni. 

Il richiamo dell’ambasciatore per consultazioni è un gesto forte nell’ambito della diplomazia: più grave c’è solo la rottura delle relazioni diplomatiche. Cosa avrà mai causato una reazione così scomposta? La spiegazione ufficiale, fatta ventilare dalla Francia per mezzo stampa, è stata che Di Maio, incontrando rappresentanti dei gilet gialli, ha legittimato un movimento eversivo. Si potrebbe stare ore a discettare sulla natura del movimento dei gilet gialli, che hanno spezzato l’aureola mediatica che avvolgeva Macron, osannato come il miglior esempio di risposta politica di fronte al dilagare preoccupante dei populismi e dei sovranismi in Europa: il giusto mezzo, il miglior rappresentante dell’intellighenzia progressista mainstream, che sta con tutti per non doversi mai schierare con nessuno. Oltretutto l’intervista a Piazza Pulita di uno dei rappresentanti dell’ala più dura e pura del movimento, che evocava gli spettri del movimento armato e del golpe paramilitare, gli ha fornito l’assist perfetto. Ma come confrontare questo rigore contro supposti movimenti a rischio di eversione, con la dottrina Mitterrand che per decenni ha garantito totale impunità ai terroristi italiani fuggiti in Francia.

 

La Francia valuterà la possibilità di non estradare cittadini di un Paese democratico autori di atti di natura violenta ma d’ispirazione politica nel caso di richieste avanzate da Paesi il cui sistema giudiziario non corrisponda all’idea che Parigi ha delle libertà.

Questa era l’aberrante idea partorita dal presidente socialista Francois Mitterrand nel 1982, grazie a cui i vari gruppuscoli armati di ispirazione anarchica e marxista che avevano insanguinato l’italia negli anni ’70 hanno trovato la propria patria di elezione, il proprio buen retiro nella Francia. In questo modo venivano accettati acriticamente da uno Stato democratico, oltretutto stretto alleato, i deliri imbarazzanti di personalità come Giangiacomo Feltrinelli, secondo cui la democrazia italiana era in pericolo di fantomatiche restaurazioni fasciste, cioè quell’ideologia di cui si nutrì la tragica stagione degli anni di piombo (del resto Feltrinelli fu tra i fondatori di una delle prime organizzazioni armate di sinistra). La Francia che ancora oggi protegge criminali pluriomicidi non sembra quindi la più titolata a dare lezioni, soprattutto all’Italia, sul sostegno al terrorismo. 

L’altra motivazione fatta trapelare dall’entourage di Macron per giustificare il gesto scomposto di richiamare l’ambasciatore sono stati gli eccessi verbali attribuiti a Di Maio e Salvini. È indubbio che i due vicepremier abbiano uno stile colorito, abilmente studiato per darsi una patina da persone del popolo, “che dicono quello che bisogna dire senza tanti riguardi”: da qui sono nate tante espressioni più o meno felici in tutti i campi, dalla politica estera all’economia, fino alla cultura e allo spettacolo. Sicuramente questo è un segno non solo dell’imbarbarimento del confronto politico, ma anche di quanto stia scemando sempre più il senso delle istituzioni: un simile linguaggio rende evidente una tendenza praticamente consustanziale alla modernità democratica, cioè la personalizzazione delle cariche, l’incapacità di concepirle senza associarle a precise individualità, anzi l’impossibilità di vederle come un bene di cui umilmente non si ha disposizione, ma che va conservato e tutelato aderendovi e rispettandone la natura grazie a quei segni d’istituzionalità (divisa, linguaggio e onori) che sono lo strumento attraverso cui la carica può emergere sul singolo che pro tempore la incarna. Oggi invece – e la nostra politica ne è un ottimo esempio – si crede a torto che l’umiltà stia nella rottura del protocollo, nel linguaggio informale e nella personalizzazione delle cariche senza tanti formalismi, senza rendersi conto che così le cariche vengono annullate a tutto vantaggio del singolo, con risultati – a uno sguardo meno superficiale – tutt’altro che umili. Ebbene, anche in questo caso il linguaggio di Macron e del suo entourage non è stato meno greve e volgare dei due vicepremier italiani:

Credo che la posizione, la linea del governo italiano sia vomitevole. Trovo che sia immondo.

L’Italia non sta vivendo una crisi migratoria. Chi lo dice, sono estremisti che giocano sulle paure.

Li vedete crescere, come una lebbra. Degli amici vicini dicono il peggio e noi ci abituiamo.

Anche in questo caso quindi non si può dire che il linguaggio proveniente dal mondo della politica francese sia stato meno sguaiato di quello di casa nostra. 

Ancora più grave in questa vicenda è stata la trasformazione della diplomazia e delle istituzioni in strumenti di battaglia politica. I mass media vicini a Macron hanno puntato molto sull’ira francese per le parole provenienti da figure istituzionali come i nostri due vicepremier, ma non si è poi fatta tanta attenzione alla mancanza di remore da parte francese nell’utilizzare uno strumento che dovrebbe essere super partes, come i rappresentanti diplomatici, per condurre battaglie tutte politiche che strizzano evidentemente l’occhio alle prossime elezioni europee e a necessità di politica interna. Questo è un pericolosissimo precedente: gli ambasciatori devono rappresentare uno Stato estero, non partiti e istanze politiche, la loro dovrebbe essere un’attività di dialogo tra istituzioni, non un campo per scontri di politica spicciola, oltretutto di bassa lega. E altrettanto grave è stata la strumentalizzazione della presidenza della Repubblica: Macron ha creduto di trovare una sponda in Italia, nonché un suo pari, nell’omologo italiano, il presidente Mattarella. Questo però è un precedente molto pericoloso: Mattarella non può in nessun modo essere paragonato a Macron, il cui operato si situa nel quadro costituzionale di una repubblica presidenziale, dove la linea politica viene delineata e definita dalla presidenza. In Italia però il senso della figura del presidente della Repubblica è esattamente l’opposto: si tratta di una carica che, essendo (ingenuamente e fittiziamente) superiore ed estranea al campo politico, garantisce il senso d’unità nazionale e la terzietà delle istituzioni. È molto grave che, pur di risolvere un caso spiacevole come il ritiro dell’ambasciatore di un Paese alleato, si sia prestato il fianco a una strumentalizzazione politica di una carica come quella del presidente della Repubblica. Del resto è dal tempo di Scalfaro che la presidenza sta assumendo in sordina compiti di direzione della linea politica interna ed estera, compiti che contrastano nettamente con il dettato costituzionale e che dovrebbero essere oggetto di più attenzione per le potenziali (spiacevoli) conseguenze.