Come Vico ci ha insegnato, non esiste una “natura dell’uomo” che non sia “storia dell’uomo”. Ovviamente qui “natura” è da intendersi nel suo significato della natura-più-propria dell’essere umano, quella cioè non puramente istintuale e viscerale, ma che fornisce le capacità di esser creativi, di inventare, di speculare, di spiritualizzare… Ciò che, diremmo in maniera rozza ma intuitiva, ci distingue dal mondo animale. Una “libertà“, oltre la nostra biologia, da non intendersi in modo metafisico, ma più semplicemente naturale: lo sviluppo del nostro cervello, della nostra fisiologia, delle nostre abilità inter-ambientali, ci ha dato la possibilità di “essere intelligenti” nel modo in cui lo intendiamo noi, cioè distaccandosi riflessivamente dalle cose, progettando, immaginando, tecnicizzando. Ciò che entra nella nostra conoscenza non è altro se non ciò che la nostra storia ci ha disposto a comprendere, che la nostra razionalità ci ha aiutato a schematizzare e che la nostra fantasia ci ha permesso di astrarre. Non c’è alcun oggetto del nostro pensiero che non derivi dalla possibilità che ci ha dato la storia di comprenderlo, attraverso i suoi inquilini precedenti e la nostra singolare esperienza. Non siamo collegati al mondo conoscibile attraverso una geometria intuitiva delle cose, à la Descartes, ma comprendiamo secondo le possibilità dello stadio attuale e rammemorativo della nostra cultura.

Cosa c’entra la sessualità? Anche questa, essendo un prodotto tutto nostro, qualcosa che forse in natura nemmeno esiste, è l’oggetto plastico e controverso di una storia concettuale, di uno sviluppo interpretativo. Anche la ferma convinzione di qualcuno che la sessualità sia qualcosa di naturale è parte di un processo interpretativo culturale: un processo quindi passibile di falsificazione, fraintendimento, dominio, abuso, rivisitazione ed evoluzione.

Ora: siamo tutti convinti del fatto che in natura si nasca o maschio o femmina. E questo, in qualche modo, è vero. È comunque importante notare che questa è un’asserzione vera se e solo se si è in grado di distinguere la sessualità biologica dal portato culturale, politico, sociale e morale a cui la sessualità biologica fornisce solo la base di sviluppo, ma non la potenza semantica. A tal proposito, si distingue spesso tra “genere” (maschio e femmina) e “gender“. Quello che una società moderna deve fornire in materia di gender e sessualità è la garanzia della più arbitraria, individuale ed istintuale auto-classificazione.

Difficilmente una questione del genere si distacca dalla storia e dalla teoria femminista. Quello che accomuna le grandi autrici appartenenti alle diverse “ondate” del femminismo occidentale, a prescindere da ogni differenza specifica, è la volontà di destituire un sistema di controllo delle coscienze che cristallizzi i derivati di una tradizione, i prodotti di una storia d’abuso patriarcale, in leggi di natura. Sebbene molte femministe si rifacciano a posizioni giusnaturaliste, inerenti quindi alla “natura” della donna e dell’umano, il lascito morale che cogliamo da una lettura universale e formalizzata dell’anti-patriarcalismo è quello di una riduzione dell’ideologia a convenzione. Ciò che spesso viene posto a modello assoluto e promosso come soluzione esclusiva in merito a scelte di vita sessuale e familiare, è spesso l’effetto di un’acritica spontaneità sociale, arroccata su scomode suppellettili morali come se fossero solido marmo costituente. Consapevole di questo compito ugualmente distruttivo e fondativo, il femminismo contemporaneo si estende, a partire dall’originario dualismo maschio-femmina, ad una sempre più complessa e variegata trama di particolarità individuali. Questo porta, condizionatamente o meno, al trionfo di una concezione liberale della persona: l’ammissione teorica e istituzionale delle differenze individuali e il conseguente crollare di rigidi schemi di classificazione porta idealmente all’onore/onere dell’autodeterminazione. Il trionfo di una società liberale (privando questo termine di ogni connotato economico-giuridico) è la libertà di espressione, che deve essere in grado di culminare nella libertà di scelta autonoma della propria identità. Non esistono schemi morali virtuosi da conservare. Il passato sociale è spesso una storia di oppressione sessuale, dominio maschilista e riduzionismo sulle diversità.

Chi non ha mai provato, almeno una volta nella vita, l’essere meno-maschio o meno-femmina di quanto dica il passaporto? Questo è semplicemente dovuto al fatto che i generi naturali non sono le ben più vaste identità sessuali, e che concetti come quelli di “virilità”, “cavalleria”, “leggiadria” e “femminilità” sono talmente poco estesi e talmente graduati che non ha nemmeno senso considerarli come termini realmente denotanti. Non c’è niente di necessario nella conseguenza maschio-virilità o in quella femmina-femminilità. Non è vero, come spesso siamo portati a pensare, che il punto di partenza più semplice e spontaneo, come il riconoscimento di sole due sessualità, sia il meno impegnativo. Rendere conto della complessità e della splendida diversità che caratterizzano le reti della vita pubblica e privata è non solo una necessità teorica, ma lo spirito guida di una responsabilità sociale, di un impegno pratico: l’impegno alla non-semplificazione, all’aprire la propria mente a complessità sempre maggiori. È più facile cambiare se stessi che il mondo, almeno in prima base. E il mondo, che piaccia o meno al patriarcato, è fatto di persone e scelte personali diverse e il quanto più possibile indipendenti tra loro, vedendo la bellezza della dignità e quindi dell’essenza umana proprio nella capacità di ognuno di fiorire nella propria, soggettiva personalità. La cultura è autopoiesi, autocreazione, libertà di ognuno di fare propria e a proprio modello tutta l’eredità della storia umana, che altro non è se non ciò che è ereditato dal mio libero giudizio. Modellare, strutturare, organizzare liberamente secondo la credenza di ciascuno. L’incontrollabile, caotica e meravigliosa fioritura della diversità.


Fonti

Femminismo