Behrouz Boochani ha 35 anni, è un giornalista e uno scrittore iraniano di origine curda. Nel 2013 decide di fuggire dal suo paese d’origine dopo i raid delle guardie a capo della rivoluzione islamica all’interno della redazione della sua rivista, che portano all’arresto di undici dei suoi colleghi. Il modo in cui sceglie di fuggire è considerato illegale dalle autorità, anche se manifesto della disperazione che caratterizza chi scappa da situazioni belliche come quella iraniana. Behrouz Boochani decide infatti di imbarcarsi e attraversare l’Oceano Pacifico dall’Indonesia all’Australia. L’imbarcazione sulla quale si trova viene però intercettata dalle autorità australiane che mettono fine al viaggio dello scrittore, spegnendo così la sua speranza di un futuro migliore, lontano dalla guerra.

Inizialmente Boochani è detenuto a Christmas Island, territorio non autonomo sotto la giurisdizione australiana, dal quale passa il traffico di profughi che cercano disperatamente di raggiungere le coste dell’Australia. Solo successivamente lo scrittore viene trasferito sull’Isola di Manus, dove si trova un centro di detenzione. Il territorio non appartiene ai confini nazionali dell’Australia ma è sotto la giurisdizione della Papua Nuova Guinea. Qui il governo australiano è solito mandare i rifugiati in attesa che le diverse richieste d’asilo vengano passate al vaglio. Nel corso dei cinque anni che hanno portato fino a oggi, la richiesta di Boochani non è mai stata accettata.

Nel 2017 il campo di Manus Island viene chiuso ma i detenuti sono comunque costretti a rimanere sull’isola in quanto respinti dal governo australiano e allo stesso tempo impossibilitati a recarsi altrove poiché non in possesso di documenti validi. In questi anni trascorsi nel campo di detenzione l’uomo ha modo di vedere e provare in prima persona le condizioni disumane e le torture psicologiche alle quali sono sottoposti i detenuti da parte delle guardie. Senza poi contare la pessima qualità di vita sull’isola legata alla dilagante criminalità che caratterizza i centri urbani. Durante la sua prigionia e successiva permanenza, non solo scrive numerosi articoli e editoriali pubblicati poi da «The Guardian» e da altre importanti testate internazionali, ma si dedica anche ad altro.

Boochani infatti usa l’unico mezzo a sua disposizione, il cellulare, per raccontare la sua esperienza, ciò che vive e che sopporta ogni giorno da anni. Invia dei racconti brevi in forma di messaggio tramite l’applicazione Whatsapp all’amico Omid Tofighian, che si preoccupa di tradurre dal farsi, lingua persiana parlata in Iran, all’inglese queste storie e di pubblicarle successivamente in un libro dal titolo No friend but the mountains: Writing from Manus Island. L’opera si colloca all’interno di una serie di proteste portate avanti non solo da Boochani ma da tutti i detenuti dell’isola, volte a denunciare le condizioni inumane di detenzione, come fatto anche da Amnesty International all’inizio del 2018.

Il 31 gennaio di quest’anno Behrouz Boochani è stato annunciato come vincitore di un importante premio letterario australiano, il Victorian Prize for Literature, dal valore di 100 mila dollari. Lo scrittore racconta al giornale britannico «The Guardian», per il quale ora scrive, l’obiettivo alla base dell’opera: «Di far capire agli australiani e alle persone di tutto il mondo come questo sistema abbia torturato persone innocenti in maniera sistematica per quasi sei anni, a Manus e Nauru». Continua poi esprimendo la sua speranza, quella che il suo libro porti maggiore attenzione sul problema dell’immigrazione clandestina e sulle politiche barbare attuate per fermarla.

Conclude infine il suo discorso dicendo:

Vorrei dire che questo premio è una vittoria. È una vittoria non solo per noi, ma per la letteratura e per l’arte e, soprattutto, una vittoria per l’umanità. Una vittoria per gli esseri umani, per la dignità umana, una vittoria contro un sistema che non ci ha mai riconosciuti come esseri umani. È una vittoria contro un sistema che ci ha ridotti a numeri.

Paradossalmente non è stato permesso a Boochani di ritirare il premio conferitogli proprio per problematiche di tipo burocratico. Infatti lo scrittore risulta essere ancora un profugo agli occhi delle istituzioni e del governo australiano. Proprio questo suo status non gli ha permesso di recarsi alla cerimonia di premiazione. Nel discorso di ringraziamento però lo scrittore ci tiene a sottolineare come l’essersi costruito una sua immagine mentale l’abbia aiutato a proteggere la sua identità negli anni di soprusi e a ricordagli chi fosse.

Boochani dice poi:

Questo premio dimostra che le parole hanno ancora il potere di sfidare sistemi e strutture inumani. Ho sempre detto che credo nelle parole e nella letteratura. Credo che la letteratura abbia il potenziale per sfidare e cambiare le strutture del potere. La letteratura ha il potere di darci la libertà.

Behrouz spiega che la sua prigionia è durata a lungo ma che durante tutto il periodo di detenzione la sua mente non ha mai spesso di produrre pensieri e soprattutto parole, che lo hanno portato in luoghi sconosciuti e lontani dalla realtà in cui viveva.

Il messaggio di Boochani è dunque chiaro: la sua opera si colloca in un generale clima di denuncia della lotta disumana alla migrazione e dei metodi crudeli adottati per limitarla. Ma la visione dello scrittore è più ampia, egli affida alla letteratura il compito di superare barriere, burocrazia e istituzioni, di dialogare con gli uomini e abbattere i pregiudizi. La letteratura deve ricordare, così come fa l’opera di Boochani, che prima di essere cittadini di un determinato stato siamo uomini, e in quanto tali apparteniamo tutti in egual modo alla stessa umanità, un’umanità che troppo spesso viene dimenticata.