Alla ricerca della felicità.

Filosofi, scrittori e economisti hanno dedicato anni alla ricerca di una definizione valida del concetto di felicità. Ogni ambito ne ha sottolineato una caratteristica, enfatizzato un limite, ma alla fine nessuno ha mai offerto la definizione assoluta. La stessa misurazione del concetto di felicità, che in economia prende le forme del “benessere” è tra i crucci della scienza economica. Il tentativo di catturarne la dimensione fugace mediante strumenti analitici tipicamente usati per una scienza come questa, quantitativa, ha così radici antiche.

Tra i primi tentativi, vi furono quelli di Francis Edgerwoth, economista nato nel 1845 e morto nel 1926, che propose un edonimetro, basandosi sul presupposto che l’utilità (e quindi la soddisfazione da un acquisto) fosse misurabile. Un approccio che non ebbe seguito, dato che sottintendeva il legame diretto tra reddito e felicità. Nel 1971 Brickman e Campbell pervengono così alla conclusione che a un miglioramento delle condizioni oggettive di vita in termini di reddito non seguissero effetti diretti sullo stato di benessere del singolo.

Vi è certamente da riconoscere che il tentativo di affrontare scientificamente il perseguimento della felicità si scontra con l’inafferrabilità della dimensione che intendiamo analizzare. I primi ostacoli sono legati alla definizione stessa di felicità. E in questo quadro vi è Kahnemann, che nel 1999, afferma che esista un bene oggettivo intrinseco e misurabile, scindibile a sua volta dalle scelte che gli individui concretamente compiono, l’utilità istantanea, il frutto delle esperienze umane. A ciò si aggiunge la famosa distinzione tra felicità oggettiva e quella soggettiva. La felicità oggettiva viene studiata per mezzo di un approccio normativo, e quindi cercando di isolare alcuni parametri che diano conto di uno stato oggettivo.

La felicità soggettiva è invece analizzata secondo un’analisi retrospettiva, volendo ricercare un momento felice e attribuire connotati positivi o negativi alla circostanza. L’autovalutazione dei singoli riguardante la loro precedente esperienza rimane comunque un tema discusso, sia in termini di misurazione, dato che in questo caso non si saprebbe quali strumenti usare per valutare l’utilità, sia il peso che possa avere la cultura nella misurazione della soddisfazione. E proprio per aggirare l’influenza culturale che le domande si sono spostate dal concetto di felicità a quello di soddisfazione.

Ovviamente quella che stiamo facendo è l’analisi dell’approccio economico alla materia. E gli economisti non sono interessati a delineare un percorso per il raggiungimento della felicità, ma si propongono di isolare un certo numero di variabili che possano influenzare il grado di felicità individuale. E le variabili così definite vengono denominate “determinanti della felicità” e si distinguono in:

Fattori genetici, basati su una variabile di natura psicologia e biologica. Il livello di felicità individuale è chiaramente suscettibile di variazioni in base a eventi esterni, come un aumento salariale o un divorzio, eventi che modificano lo status per poi farlo ritornare al prorpio livello di equilibrio. E secondo alcuni studi l’80% delle variazioni a lungo termine può essere attribuito al temperamento.

Fattori sociodemografici, che a loro volta si compongono di altre cinque determinati quali l’età, lo stato civile, la presenza di bambini, la salute e la formazione. L’età è cruciale, dato che agli estremi, infanzia e vecchiaia, i livelli di felicità sono elevati, diverso per l’età adulta. La presenza di bambini e un buon stato di saluta sono inoltre motivi di elevati livelli di felicità.

Fattori economici, quali reddito, disoccupazione, retribuzione salariale, sono altri importanti fatti determinanti i livelli di felicità. Un esempio è l’incremento di reddito a cui non segue un equivalente incremento di felicità (Campbell) dato che all’incremento viene associata la necessità di mantenere il passo con il proprio gruppo di riferimento.

Fattori di contesto e culturali sono altrettanto decisivi, dato che offrono al singolo un modello a cui tendere. Si pensi alla televisione, in cui vengono presentati modelli finalizzati ad innalzare le aspettative materiali negli osservatori, riducendo l’effetto del reddito sulla soddisfazione individuale.

Volendo adesso andare sul pratico, e concludere questa analisi con i tentativi fatti dalla comunità scientifica per rispondere al grado di felicità, citerei uno dei tanti indici proposti: Happy Planet Index. Introdotto nel Luglio del 2006 dalla NEF (New Economics Foundation).

L’HPI è un indice di efficienza in quanto stima la capacità dei singoli paesi a produrre vite lunghe e felici in relazione a un’unità di input ambientale. Le tre dimensioni sono infatti quelle dell’aspettativa di vita, impronta ecologica e benessere sperimentato.  Il primo fattore è dato dallo “Human Development Report” redatto dall’UNDP (United Nations Development Porgramme). Quest’ultimo si misura chiedendo direttamente agli intervistati di collocarsi lungo un continuum compreso tra 0 e 10.

Un simile indice è particolare per l’aver ipotizzato che in ogni nazione, alla base del benessere raggiunto vi fosse un determinato livello di efficienza ecologica, qui definita nei termini di “impronta ecologica”. Data dall’ammontare di capitale naturale necessario per sostenere la produzione e il consumo all’interno del pianeta. In altre parole, l’impronta ecologica valuta il consumo delle risorse naturali in relazione alla capacità di rigenerazione delle stesse.

Nella classifica redatta per l’anno 2016 al primo posto è stato posizionato il Costa Rica, seguito da Mexico e Colombia; mentre agli ultimi posti alla posizione 138 vi è Togo, Luxemburg e Chad. Meraviglierà chiunque un simile risultato, non solo perché tra i primi posti vi siano paesi quali il Costa Rica o il Mexico, ma per il semplice fatto di vedere screditato un paese europeo. Siamo infatti sempre portati a pensare di essere i più felici, di godere del massimo benessere. La verità è che siamo tanto accecati dalla crescita, dal PIL, dalla ricerca di accumulazione che ci siamo dimenticati cosa voglia dire stare veramente bene, godere di un reale benessere.

“One cause of these interlinked crises is the stubborn prioritisation of economic growth as the central objective of government, trumping all other objectives. People vote for political parties that they perceive to be most capable of delivering a strong economy, and policy makers prioritise policies that increase in GDP as a result. Doing so has led to short-termism, deteriorating social conditions, and paralysis in the face of climate change.” (Happy Planet Index).

Al tentativo della NEF si contrappone invece il “World Value Survey” sviluppato nel 1981, ed è tra gli indici più usati dalla governance internazionale, dato che è tra i più utili a definire i motivi che hanno scaturito eventi socio-politici tanto importanti quali la “Primavera Araba”. È una ricerca globale, che investe 100 paesi quasi il 90% della popolazione mondiale. Un’indagine condotta sull’analisi dei fattori socio-culturali, quali sostegno della democrazia, tolleranza nei confronti delle minoranze, uguaglianza di genere, ruolo della religione e l’impatto della globalizzazione e il benessere soggettivo. E dall’analisi dei questionari è stato sottolineato che esista una correlazione tra istituzioni democratiche e il valore attribuito all’espressione del sé. Ma da un’analisi dei dati, è possibile notare come vi sia una forte correlazione tra la variabile reddito e la felicità dei singoli. Sono i paesi con più alto reddito ad essere più felici, a differenza dei paesi dell’Africa in cui il benessere è medio-basso.

Fonti:

“Economia e sviluppo diseguale. Fatti, teorie, politiche.” di Nicola Boccella, Valentina Feliziani, Azzurra Rinaldi (Edizione Pearson) 2013

http://happyplanetindex.org/about/#why