“[…] Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

Così recita parte dell’art. 27 della nostra Costituzione. Il principio del fine rieducativo delle pene è una delle eredità più importanti lasciateci dal pensatore Cesare Beccaria che, nonostante i secoli trascorsi, rimane estremamente attuale e, nel contempo, di non sempre facile ed efficace applicazione.

Di recente vediamo nascere e svilupparsi, all’interno degli istituti penitenziari italiani, progetti a favore dei detenuti che li coinvolgono in prima persona in attività socio educative e lavorative. Lo scopo è quello di rendere efficace la limitazione della libertà personale, perseguendo come obiettivo il reinserimento in società del detenuto a fine pena, investendo su percorsi ad hoc durante il corso della detenzione. I detenuti possono così uscire dal carcere con una speranza di vita diversa e ciò è una vittoria di tutti, soprattutto in termini di sicurezza pubblica.

Raggiungere tutto questo richiede inevitabilmente l’investimento in capitale umano ed economico da parte dello Stato, risorse materiali ed un’apertura mentale non scontata nei confronti dei tradizionali pregiudizi nei confronti dei detenuti e del carcere. Da molti infatti i detenuti vengono considerati come rifiuti umani ormai perduti, a cui si preferirebbe buttare via le chiavi delle celle, da tenere in vita solo perché in Italia la pena di morte è stata abolita.

Di certo non è facile avere a che fare con i detenuti nei penitenziari, richiede una preparazione specifica in capo alle guardie e agli educatori impiegati, anche attraverso un’attenta analisi di attitudine psicologica. È richiesta anche un’estrema dose di fiducia e speranza nel genere umano per credere che tutti debbano poter avere una seconda possibilità se lo vogliono.

Non tutti sono d’accordo. Spesso ciò che non è abbastanza duro e drastico è visto come inconsistente.

L’esecuzione penale, come sostenuto dal Garante per i detenuti il Dott. Mauro Palma, dovrebbe essere pensata come un percorso, come investimento sociale a lungo termine. Sempre a detta del Dott. Palma, è tendenza invece di molti istituti penitenziari dare attenzione più al presente, anziché investire sulla rieducazione e al reinserimento, come invece chiede la Costituzione.

Alcuni progetti

Presso il carcere di Padova i detenuti si mettono il grembiule e diventano pasticceri e dolciari. Nel periodo natalizio hanno preparato e sfornato panettoni pluripremiati e ora sono già al lavoro per preparare colombe pasquali ma anche cioccolatini e torte che verranno poi venduti all’esterno del carcere.

Il carcere di Bollate, nel milanese, istituto penitenziario ritenuto un modello italiano ed in cui la maggior parte dei detenuti sta scontando condanne a medio-lungo termine, lancia periodicamente progetti di inclusione e avvicinamento tra la società civile ed il carcere.      In una domenica dell’aprile dello scorso anno le porte del penitenziario si sono aperte al pubblico in occasione di un mercatino contro la violenza di genere i cui oggetti esposti ed in vendita erano stati costruiti dai detenuti stessi durante le loro attività giornaliere. Attraverso l’acquisto di vasi, orologi, oggetti per la casa, utensili per la cucina, idee regalo, il pubblico, che si era iscritto sull’apposito sito internet del Ministero della Giustizia, ha potuto interagire con i detenuti, facendoli così sentire di nuovo persone normali almeno per qualche ora. L’evento ha permesso, inoltre, alle persone di avvicinarsi al mondo dei penitenziari, utile per sradicare certi luoghi comuni diffusi. Dentro le mura dell’istituto vi sono anche degli animali ed un orto, che viene coltivato dai detenuti, come terapia.

Infine, presso il carcere di Secondigliano a Napoli si sta allargando sempre più il progetto volto alla formazione lavorativa dei detenuti, dandogli un biglietto da visita una volta che si dovranno reinserire nella società. Ai detenuti viene fornita una formazione ufficiale di 600 ore, grazie all’aiuto della Regione Campania, al termine della quale i soggetti sono riconosciuti come meccanici certificati. Il progetto è nato circoscrivendo l’attività come mera manutenzione interna a favore delle auto della Polizia Penitenziaria, maturato poi come centro di collaudo ed infine nel dicembre 2018, grazie all’accordo con il Ministero dei trasporti e delle infrastrutture, è divenuto anche centro di revisione nazionale a favore anche dei civili. I cittadini possono quindi portare qui le proprie automobili che verranno revisionate da detenuti specializzati. Ciò genera così anche economia e profitti per sostenere altri progetti.

Il Garante per i detenuti denuncia che i fondi per progetti come quelli illustrati, che dovrebbero diventare un modello di esecuzione penale e non un’eccezione solo da applaudire, sono ancora troppo pochi. Parallelamente a questi progetti, l’esecuzione penale dovrebbe investire di più sulle misure alternative, ancora troppo poco usate dal legislatore italiano, che dovrebbero invece diventare un elemento di forza e soluzione a molti problemi strutturali.

 Il sovraffollamento: un problema di sempre

Al riguardo, non ci si può esimere dal menzionare una delle piaghe che più attanagliano le amministrazioni penitenziarie di tutto il mondo, non solo quello italiano: il sovraffollamento. È un fastidio quanto contorno problema che esiste da sempre.

Un recentissimo dato fornito direttamente del DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) del 2019 dice che in Italia vi sono 59.655 detenuti (di cui 20.255 stranieri) presenti in 190 istituti penitenziari. Costruire nuove carceri non è la vera soluzione al problema. In Italia la situazione dei penitenziari si trova sopra gli standard previsti: troppe persone in troppo poco spazio. La giurisprudenza della Corte Europea per i diritti dell’uomo ha definito, in relazione alla violazione del reato di tortura e trattamenti umani e degradanti (art. 3 CEDU), che gli standard debbano corrispondere a 3mq per ciascun detenuto. In alcune sezioni dei penitenziari italiani ci sono più del doppio dei detenuti possibili. La lentezza della giustizia si riflette chiaramente su tutto ciò e ne è una delle cause.

Nel 2018 si sono registrati 61 detenuti suicidi in carcere e 4 agenti di polizia penitenziaria, eppure del problema non se ne parla mai troppo spesso, quando invece dovrebbe essere una delle prerogative in agenda.

C’è chi dice che la situazione delle carceri non è che il volto del suo stesso paese, se è così, occorre iniziare a farsi le domande giuste e capire che società del futuro vogliamo costruire.

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