Lo Shakespeare poeta, una gloria dell’arte occidentale, è un autore luminoso ma scottante: travolgente e lusinghiero per ogni lettore sincero, difficile da digerire per una pruderie tipicamente vittoriana. L’amore di cui si tratta è un sentimento lirico benché aggressivo, elegante ma verace. È un amore che ha svegliato e risvegliato l’intimo di tutti i suoi successori, da Wordsworth a Montale, da Ungaretti a Wilde. Ad incantare è la forma disinvolta di una narrazione (eppure!) così profonda, fenomenologica, quasi metafisica. Nei versi agili di questi sonetti si nasconde un’ontologia rigorosa dell’amore. Sono componimenti appassionati e di portata sapienziale, e hanno modo di adattarsi agli interessi di chiunque: misteriosi per i critici, che hanno a che fare con un’opera composita e non pubblicata dall’autore stesso; provvidenziali per i filosofi, o per chiunque voglia occuparsi di qualcosa come il concetto di ”amore” in senso rigoroso; paideutici per i poeti, affascinati da liriche sempre fertili di nuovi valori.

La critica tende a individuare tre protagonisti nella raccolta shakespeareana: il fair youth, il biondo, femmineo e intrigante amore (fantastico o reale) del poeta; la dark lady, scura immagine di una passione crudele e rassegnata; il rival poet, avversario di Shakespeare in opera e in ispirazione. Non ci è dato sapere in che percentuale si abbia a che fare con liriche diaristiche o realisticamente fantasiose, ma ciò che conta è che, negli scorci di esperienze relazionali offerte dal poeta, siamo certamente in grado di riconoscere un autor ex machina, una persona vissuta e coinvolta dietro le finzioni dello stile. Ma questo non è nuovo nell’autore: basti pensare alla portata confidenziale nella descrizione dei rapporti tra Antonio e Bassanio nel Mercante di Venezia, o tra il protagonista ed Orazio nell’Amleto. Spesso fa capolino, anzi, si sporge del tutto uno Shakespeare nudo nel suo genuino flusso erotico. Il suo amore – a tratti caritatevole, a tratti filiale, a tratti ossessivo, a tratti coraggioso – si rivolge direttamente al cuore di una pulsione viva ed esistente, che rende pienamente conto dello “spirito” emergente dai componimenti. Nel sonetto XXIV:

“Yet eyes this cunning want to grace their art,

  They draw but what they see, know not the heart.”

Un autore sincero, dunque, rivelato, sia che si tratti di poesie autobiografiche che di immagini finzionali. Lontano dalla posa rigida e macchinosa di quegli autori d’amore “petrarchesco” contro cui, implicitamente, lo spirito dei Sonetti si rivolta, Shakespeare esclama e si slaccia dalla courtoisie tipica delle finte emozioni dei “poeti laureati”. Nel sonetto XXXIV, ad esempio, si passa da un violento

“’Tis not enough that through the cloud thou break,

To dry the rain on my storm-beaten face,

For no man well of such a slave can speak,

That heals the wound, and cures not the disgrace”

Ad un mite e rassegnato

“Ah but those tears are pearl ehich thy love sheds,

And they are rich, and ransom all ill deeds”

Esperienze lamentose ma sommesse, pianti di rabbia che diventano sospiri d’amore. È per questo che i Sonetti sono un tesoretto fenomenologico: il sentimento, o meglio, la lunga e confusa schiera di sentimenti che finiscono sotto la lente del poeta parlano di un amore lodato ma non incensato, analizzato ma non riflessivamente allontanato.

Sonetto LXXV:

“Thus so I pine and surfeit day by day,

Or gluttoning on all, or alla way”

Alti e bassi, turbine e scompiglio… le esperienze che finiscono sotto il concetto di “amore” sono viste da Shakespeare come un “daily new and old”, un flusso che si è incapaci di render marmo, figura o persino poesia. La preghiera del poeta è che qualcosa smetta, qualcosa si tagli, pur se egli è perfettamente consapevole dell’esito di questi umori incontrollabili: “let your love even with my life decay” (LXXI) chiede Shakespeare al giovane amato, piangente e rassegnato ad essere “inghiottito” in quel marasma senza senso e senza causa che è la sua passione. Potremmo sempre individuare come controparte dell’amore shakespeareano un amore immaginifico, troppo serio per essere “reale”. Nel sonetto LXXXVII:

“Thus have I had thee as a dream doth flatter,

In sleep a King, but waking no such matter”

Quell’amore docile nei sogni e padrone al risveglio, che non segue una strada, ma getta in mondi nuovi ed imprevisti. L’amore, quindi, diventa “me”, il mio “io” viene riscritto nell’intersoggettivo, il soliloquio non è più bastevole.

La presa lirica del poetare shakespeareano sul vasto terreno fenomenologico dell’amore è quindi garantita da un narrare confessionale, da un’intima presa d’atto di tutte quelle trame soggettive, intersoggettive e universali che stanno a condizione di ogni furore, struggimento, estasi, passione… Shakespeare individua e recinta nell’ampio e variopinto spazio dei suoi componimenti liberi un fenomeno in se’ molteplice, demonizza il territorio più perlustrato e meno conosciuto dell’anima umana.


Fonti:

Shakespeare

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