Nel leggere la parola Kintsugi vi verrà sicuramente in mente il mondo orientale, che nel corso dell’ultimo secolo è riuscito a far conoscere la propria cultura e le proprie antichissime tradizioni anche in Europa. Nell’ideale occidentale è facile cadere nei clichè e immaginare un Oriente fatto di cartoni animati e sushi, ma questa volta non parliamo ne di Anime, ne di all you can eat. Il Kintusgi (金継ぎ) o kintsukuroi (金繕い) è una parola giapponese composta da kin 金 (oro) e tsugi 継ぎ (riparare), ovvero l’arte di riparare ciotole, vasi, piatti rotti unendo le varie parti con la lacca urushi, che si ricava dalla pianta Rhus verniciflua, e polvere d’oro o altri materiali preziosi come l’argento.

Questa tecnica artistica risale al XV secolo, più precisamente al periodo della dinastia Muromachi. La leggenda narra che lo Shogun Ashikaga Yoshimasa (1435-1490) ruppe una delle sue preziosissime tazze da tè. Dopo un primo tentativo di riparazione tramite delle graffe in ferro che causarono un forte dissenso da parte del proprietario, i ceramisti giapponesi decisero di tentare con la tecnica estetica del wabisabi. Il tentativo fu particolarmente apprezzato da Yoshimasa, il quale rimase incantato dallo splendore e soprattutto dall’unicità che le venature dorate donavano alla sua tazza. Questa tecnica si diffuse velocemente tra i vari ceramisti dell’epoca, nonostante la sua alta difficoltà d’esecuzione – i mastri ceramisti possono impiegare anche un intero mese per realizzare un solo oggetto -. Da questa storia si è dunque propagata a macchia d’olio una nuova immagine estetica dell’oggetto basata sulla bellezza causale. Si narra che spesso le tazze o i piatti venissero rotti appositamente per essere aggiustati utilizzando questa tecnica e oggi vengono addirittura esposti in numerosi musei giapponesi.

Negli ultimi anni la storia del Kintsugi si è fatta conoscere anche in Italia, soprattutto grazie a diversi libri sull’argomento. I lettori si sono subito trasformati in possibili acquirenti e consumatori, pronti ad accaparrarsi una di queste fantastiche ceramiche. La Seletti nel 2018 ha colto al volo questo forte interesse verso la filosofia Kintsugi, rendendo ufficialmente queste meravigliose opere orientali un oggetto di design da sfoggiare nei salotti e sulle tavole. La loro linea “Kintsugi” si presenta con un aspetto inconfondibile: piatti e tazze di porcellana bianca con qualche decorazione floreale dai colori delicati tipica dell’immaginario collettivo del Sol Levante; bicchieri in vetro di diverse forme e ovviamente le tipiche venature dorate a unire le parti immaginariamente “rotte”. In oltre in rete è facilissimo trovare tecniche fai da te e kit per realizzare le proprie opere d’arte uniche e inimitabili.

Ma come mai questa splendida arte ha avuto così tanto successo? La risposta è strettamente legata alla filosofia Zen scaturita dalla storia della sua origine e al significato che va oltre alla mera tecnica. Questa filosofia si può riassumere con sei punti principali:

  1. La rottura, il momento di massimo sconforto in cui si crea la ferita;
  2. Assemblare, cioè ricostruire come un puzzle ciò che ci ha portato a quel momento;
  3. Pazientare, darci del tempo per capire il modo migliore per tornare a stare meglio e per eliminare il superfluo;
  4. Riparare, ritornare finalmente integri;
  5. Rivelare, prendere consapevolezza della propria fortuna;
  6. Esaltare, mostrare il proprio splendore e gioirne.

Il Kintsugi è la prova che a volte un errore può trasformarsi in qualcosa di bellissimo. Non bisogna vergognarsi di mostrare le proprie ferite perché queste possono contribuire a renderci più forti. Proprio come non bisogna liberarsi di un oggetto rotto ma cercare di aggiustarne i pezzi per creare qualcosa di straordinario, noi stessi dobbiamo ricomporci, fare tesoro delle nostre esperienze negative e dei traumi del passato per vivere la vita in maniera più positiva. È importante rendersi conto che sono proprio i momenti peggiori che ci hanno reso quelli che siamo e che ogni cicatrice, ogni ferita, racconta una storia che vale la pena di essere raccontata. La bellezza di questi oggetti, oltre a essere una gioia per gli occhi, nasconde una metafora, un monito che può sicuramente aiutare ad affrontare la vita.