Quest’anno la commissione della Scala ha voluto omaggiare il grande compositore italiano Giuseppe Verdi, inserendo ben quattro sue opere nel calendario: l’Attila, scelto per la prima, La traviata, i Masnadieri e il Rigoletto.

Se l’Attila, opera meno conosciuta e popolare, aveva lasciato tiepidi i più, La traviata, in scena per dodici date, dall’11 gennaio al 17 marzo, è sempre un grande successo, grazie alla musica piacevole e allegra, sofisticata e al tempo stesso orecchiabile, e grazie alla vicenda assai coinvolgente, com’è nei migliori melodrammi dell’Ottocento.

Verdi trasse il soggetto dell’opera dal romanzo La dama delle camelie, del 1847, di Alexandre Dumas. Dumas aveva a sua volta preso ispirazione da un personaggio della sua contemporaneità: la cortigiana Alphonsine Plessis, che fu anche la sua amante e che, assai famosa nella Parigi dell’epoca, morì di tisi all’età di soli 23 anni. Visto il grande successo del romanzo, lo scrittore ne trasse anche una pièce teatrale, che andò in scena a Parigi nel 1852, mentre Verdi si trovava nella capitale francese.

Impegnatosi con il teatro La Fenice di Venezia a scrivere un’opera per il carnevale del 1853, Verdi decise di utilizzare lo stesso soggetto, ma anteponendo la vicenda di circa due secoli, per riuscire a passare il vaglio della censura. La scrittura del libretto venne affidata a Francesco Maria Piave, la musica fu composta da Verdi tra il gennaio e il marzo 1853.

Parte del fascino della Traviata sta nella commistione di amore e morte e non è un caso che inizialmente il titolo dovesse essere proprio Amore e Morte. Frequenti nel testo sono gli ossimori, dal più famoso “croce e delizia al cor”, diventato proverbiale, a “sospiro e luce”, che evidenziano la commistione tra vitalità e dolore presenti nel melodramma.

Il primo atto è quello più gioioso, anche dal punto di vista musicale. In esso si trovano infatti le arie più famose ed orecchiabili, da Libiamo ne’ lieti calici, a Un dì felice, eterea, a È strano! È strano…Follie! Delirio vano è questo…Sempre libera. Violetta appare qui come un’allegra cortigiana, dedita al lusso e alle sfrenate feste parigine. Questo fino a che Alfredo non le confessa il suo amore, facendole raggiungere l’apice della felicità, al pensier di poter anche lei “esser amata, amando”.

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Il secondo atto è il più lungo ed infatti è diviso in due quadri. Il primo è ambientato nella casa di campagna di Violetta, che ha rinunciato alla sua lussuosa vita parigina per vivere con Alfredo. Quest’ultimo però scopre che Violetta ha dato fondo a tutti i suoi risparmi per far fronte alle spese e, in preda alla vergogna, va a Parigi per procurarsi il denaro necessario. Mentre Alfredo è via, suo padre, Giorgio Germont, giunge a casa di Violetta per convincerla a lasciare il figlio. Violetta inizialmente si adira, ma quando il padre di Alfredo la supplica, dicendole che con l’unione disonorevole tra lei e il figlio si sta compromettendo il matrimonio della sua figlia minore, Violetta si fa da parte e con animo grande acconsente, seppur con immenso dolore, a lasciare Alfredo. In cambio chiede solo che una volta morta, Alfredo sappia del suo sacrificio. Il tema della morte si fa strada in questo secondo atto, in cui Violetta, rassegnata e in preda al dolore, annuncia più volte che la morte non le è lontana. La protagonista sta poi per partire alla volta di Parigi, quando Alfredo fa ritorno; prima di andarsene, Violetta gli rivolge l’appassionata e tragica richiesta d’amore nota nei primi versi di “Amami Alfredo come io t’amo”.

Il secondo quadro del secondo atto è ambientato a Parigi, nella casa di Flora, che sta tenendo un ballo cui sono presenti sia Violetta che Alfredo. Violetta, tornata dal suo protettore, il barone Douphol, si mostra forte e, trovandosi in un colloquio privato con Alfredo, lo scongiura di andarsene, svelandogli, davanti al suo rifiuto, che ha giurato di non rivederlo mai più. Alla domanda di Alfredo se sia stato Douphol a chiederle il giuramento, lei risponde, mentendo, di sì. La risposta getta Alfredo in uno stato d’ira e pazzia al punto che davanti a tutti gli invitati egli le getta addosso il denaro vinto al gioco dicendo “qui testimoni vi chiamo, ch’ora pagata io l’ho.”,  ma viene rimproverato dagli ospiti e dal padre, che ben sapeva della bontà di Violetta.

Il terzo atto è quello indubbiamente più tragico. È trascorso un mese e Violetta è a letto in fin di vita a causa della tisi. Da una lettera di Germont, viene a sapere che egli ha raccontato la verità al figlio, il quale sta accorrendo per farle visita. Alfredo giunge al capezzale dell’amata, ma ormai è troppo tardi. Struggente il canto che le rivolge:

“Le mie colle tue lagrime

confondere degg’io…

Or più che mai, nostr’anime

han d’uopo di costanza,

ah! tutto alla speranza

non chiudere il tuo cor.

Violetta mia, deh, calmati,

m’uccide il tuo dolor…”

C’è tra i due amanti un moto di speranza, che purtroppo non ha fondamento, e così, da donna forte, Violetta muore cantando un inno alla vita:

Cessarono

gli spasmi del dolore,

in me rinasce… m’anima

insolito vigore!…

Ah! io ritorno a vivere!…

Oh gioia!

Melodramma passionale e commovente, La traviata messa in scena quest’anno deve sicuramente molto alla bravura del direttore d’orchestra Myung-Whun-Chun e del soprano che interpreta Violetta, Marina Rebeka, quotatissima cantante lettone specializzata nella Traviata.

Anche la regia di Liliana Cavani, già stata utilizzata per La traviata del 1990, si è riconfermata vincente. Le scenografie sono magnifiche e sfavillanti, curate nei minimi dettagli. Grazie all’ampliamento del palco della Scala, la superficie sulla quale si muovono i personaggi è davvero profonda, permettendo di posizionare ballerini, cantanti e caratteristi in una sorta di “dietro le quinte” visibile al pubblico. Ciò ha creato effetti di spettacolarità, sia nell’ultimo atto, quando dietro la finestra della camera di Violetta si vedono passare e cantare paesani che festeggiano il carnevale, sia nel primo atto, in cui si vedono degli invitati alla festa che barcollano, ubriachi per il vino, sul fondo della scena.

Opera intramontabile e senza tempo è La traviata, melodramma che riporta al gusto popolare che l’opera aveva nell’Ottocento e che ancora oggi appassiona e commuove.