Con The Good, the Bad, the Weird si inaugura Tales from Korea, una nuova rubrica che si propone di esplorare e indagare la prolifica scena cinematografica sudcoreana. Una produzione spesso trascurata quando si parla di mercati stranieri all’infuori di Hollywood, a favore degli esuberanti musical indiani, dei film europei o dell’animazione giapponese. Eppure, il cinema sudcoreano non ha niente da invidiare al resto del mondo per bellezza delle storie narrate, talento registico e prove attoriali, tanto che negli ultimi anni sono sempre più numerosi i remake americani di pellicole orientali, con risultati quasi mai all’altezza degli originali.

Punto di forza del cinema di Seul è la grande varietà di stili e generi prodotti, con una sinfonia di toni diversi non di rado orchestrati in armonia all’interno dello stesso film. Troviamo infatti storie di vendetta crude e viscerali (come non citare il cult Old Boy), terrificanti horror sovrannaturali (The Wailing), drammi e thriller erotici (The Handmaiden), monumentali affreschi storici e film in costume (The Age of Shadows), commedie argute e riflessive (Castaway on the Moon). Intimistico, roboante, imprevedibile, divertente, cruento, carnale: tutto questo e molto altro è il cinema sudcoreano. Impossibile da descrivere: bisogna vederlo.

The Good, the Bad, the Weird. Anni ’30 del secolo scorso, deserto della Manciuria: terreno di scontro tra i Giapponesi che controllano il territorio e i ribelli indipendentisti Coreani. Una leggendaria mappa del tesoro viene venduta da un ricco mercante all’armata occupazionista; il mercante però fa il doppio gioco e assolda lo spietato killer Park Chang-yi (Il Cattivo) per recuperare il prezioso manufatto. Contemporaneamente, il Movimento per l’Indipendenza della Corea (all’epoca colonia del Giappone) arruola il cacciatore di taglie Park Do-won (Il Buono) perché si impadronisca della mappa; Do-won accetta ben volentieri, anche perché mira a saldare il proprio conto personale con il malvagio Chang-yi. I loro piani verranno mandati all’aria dall’inaspettato arrivo di Yun Tae-gu (Il Matto), il quale rapina il treno su cui viaggia la mappa, se ne impadronisce e fugge nel deserto. Seguirà una rocambolesca girandola di avventure, duelli e inseguimenti, fino all’inevitabile resa dei conti finale.

The Good, the Bad, the Weird può definirsi uno spaghetti western in salsa Gochujan; la filiazione dal capolavoro di Sergio Leone è evidente fin dal titolo e l’omaggio a Il buono, il brutto e il cattivo si rinsalda nel corso della visione con una serie di citazioni e riferimenti culminanti nell’iconico triello conclusivo. L’introduzione del Weird, il “matto”, mette però subito in evidenza il carattere originale del film di Kim Jee-woon. Abbandonata l’atmosfera da epica greve di Leone, l’opera, pur ancorata a drammatiche vicende storiche, abbraccia toni scapigliati e disinvolti, alternati a inaspettati inserti più gravi e drammatici. Come un acrobata su un filo, il film si regge in equilibrio tra dramma e commedia, con le scene ironiche che stemperano quelle serie, e le seconde che rinfocolano il pathos drammatico nei momenti che rischiano di affievolirsi eccessivamente nel burlesco. La stessa sapiente modulazione si riscontra nella gestione tra gli omaggi ai classici Western e la necessità di raccontare la propria storia. Nonostante le tante easter eggs sparse qua e là, emerge sempre prorompente lo stile personale di Jee-woon; il film non scivola mai nello lo sterile rifacimento, ma si mostra omaggio originale capace di reinventare continuamente le convenzioni del genere.

Al centro del film spiccano i tre protagonisti assoluti. Il Buono (Jung Woo-sung) è il classico paladino dai retti principi morali, implacabile nella sua ricerca di giustizia; Il Cattivo (Lee Byeong-heon) è un villain un po’ dandy un po’ bohémien, con tocchi da gangster moderno; il Matto (Song Kang-ho) è il jolly impazzito della trama che semina panico e caos ovunque metta piede, ma riserva anche un colpo di scena che aggiunge profondità a un personaggio solo all’apparenza cialtrone e confusionario. Le loro vicende si dipanano all’interno di un’ambientazione che risulta perfetto connubio tra le atmosfere e i paesaggi Western e il tipico immaginario dell’Estremo Oriente. Le cittadine grigie e polverose dei film di Leone si colorano di colori vividi e sgargianti da Capodanno lunare, con accenti turchesi, gialli e magenta messi in risalto da una fotografia satura e ricca di contrasti. A completare la riuscita ibridazione ci pensano la grande inventiva dei costumi e la bellezza mozzafiato delle scenografie, riprese spesso con vertiginose inquadrature dall’alto.

Vero punto di forza del film è il puro intrattenimento action, in cui il regista Kim Jee-woon profonde tutto il proprio talento. Le sequenze d’azione catturano lo spettatore fin dalla prima scena del frenetico ed esplosivo assalto al treno, trascinandolo in un vortice di spettacolo ininterrotto che culmina nell’incredibile climax dell’inseguimento nel deserto. Le scene d’azione sono dinamiche, concitate, prorompenti, in grado di colmare ogni percezione grazie alle elaborate coreografie e al gran lavoro di macchina del regista: riprese aeree, rapidi spostamenti di angolazione e vertiginose carrellate si susseguono una dopo l’altra, creando sequenze da fare invidia a molti action Hollywoodiani. Ad accompagnare il tutto c’è una colonna sonora travolgente, degna controparte musicale del caotico profluvio visivo.

Con The Good, the Bad, the Weird, Kim Jee-woon si lancia in un’escursione bizzarra all’infuori del suo solito campo d’azione, quello dei film horror e drammatici (A Tale of Two Sisters, A Bittersweet Life, I Saw the Devil, tutti degni di visione). L’esperimento tanto stravagante quanto assurdo di coniugare all’Orientale il Western classico si può infine dire, contro ogni previsione, concluso con pieno successo.

FONTI

Wikipedia

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