Aumentati nell’ultimo anno i casi di furti d’arte.

Il 27 gennaio 2019 un uomo apparentemente tranquillo si è avvicinato a un quadro esposto nella rinomata galleria Tretyakov a Mosca. Si è poi sporto in avanti come per ammirare la pennellata dell’artista. Infine ha allungato la mano, ha sollevato il dipinto dal muro ed è uscito dalla galleria, indisturbato, facendo oscillare il dipinto nella mano destra, come riportano le telecamere della sorveglianza russe. L’opera, intitolata Ai Petri, Crimea e dipinta da Arkhip Kuindzhi nel 1908, era stata assicurata per 182.000 dollari, secondo una portavoce del museo. Fortunatamente, il giorno successivo alla sua scomparsa, è stata ritrovata: la polizia l’ha recuperata intatta in un cantiere edile fuori Mosca e ha arrestato un uomo di 31 anni, secondo l’agenzia di stampa russa TASS.

Ai Petri, Crimea di Arkhip Kuindzhi

Nonostante la sua veloce risoluzione, il furto così sfrontato ha comunque messo in imbarazzo il Tretyakov (museo con la più importante collezione di arte russa a Mosca), soprattutto perché nello stesso luogo, poco meno di un anno fa, un altro uomo aveva colpito un dipinto russo con un palo – perforandolo in tre punti – dopo aver bevuto della vodka aggiunta nel caffè della galleria.

«È relativamente raro vedere qualcuno entrare in una galleria piuttosto significativa e togliere un dipinto dal muro»

commenta così James Ratcliffe, il direttore dei recuperi e consigliere generale presso l’Art Loss Register, in un’intervista telefonica sul furto di Tretyakov.

«Non c’è dubbio che la sicurezza sia a un livello piuttosto basso per essere in grado di farlo senza far scattare l’allarme, senza che nessuno dello staff della galleria ti fermi, riuscendo perfino a uscire dall’edificio.»

Con i capelli tagliati corti e gli abiti neri, il ladro è apparso agli altri visitatori come un giovane membro del personale del museo, hanno riferito i notiziari russi, anche se un visitatore alla fine ha lanciato l’allarme. «È incredibile quello che si può ottenere agendo in modo sicuro e disinvolto» ha concluso Ratcliffe.

Questo episodio è solo il più recente di una serie di audaci furti d’arte in tutta Europa. Pochi giorni prima, un famoso murales dipinto sulla porta di uscita di emergenza del teatro Bataclan di Parigi, attribuito all’artista di strada britannico Banksy, è stato rubato durante la notte da un ladro in un furgone. Il Bataclan ha confermato il furto la mattina successiva, commentando:

«Il lavoro di Banksy, un simbolo della memoria che appartiene a tutti: locali, parigini, cittadini del mondo, ci è stato tolto».

La porta del Bataclan

Il graffito raffigura una figura velata con la testa piegata e rappresenta l’omaggio dell’artista ai sopravvissuti dell’attacco terroristico durante un concerto al Bataclan avvenuto nel 2015, in cui alcuni militanti dell’ISIS hanno ucciso 90 spettatori. Banksy ha pubblicato poi le foto del murales sul suo account Instagram a giugno. In passato lo stesso artista aveva incoraggiato gli acquirenti a evitare di acquistare le sue opere di strada:

«Per mantenere la street art al luogo in cui appartiene, incoraggerei le persone a non comprare nulla da nessuno a meno che non fosse stato creato per la vendita».

Nel suo post il Bataclan ha ribadito questa idea, scrivendo che il lavoro di Banksy rubato

«ha significato solo in questo posto. È la ragione per cui desideriamo lasciarlo libero, per la strada, accessibile a tutti».

Ha fatto scalpore anche il furto di un Renoir del valore di 180.000 dollari, avvenuto il 26 novembre 2018 in Austria, quando tre uomini di mezza età sono entrati nella casa d’aste Dorotheum a Vienna e sono andati al secondo piano, hanno sfilato il quadro dalla sua cornice e sono usciti.

Il Dorotheum a Vienna, Austria.

Come a Mosca, la rapina è durata solo pochi minuti. Gli stessi ladri non hanno fatto quasi nessuno sforzo per nascondere il loro aspetto alle telecamere di sorveglianza. «Questo è un crimine sfrontato» ha detto Esther Bell, capo curatore del Clark Art Institute di Williamstown, Massachusetts, che terrà l’importante mostra di Renoir il prossimo anno.

«I dipinti sono delicati e facilmente soggetti a danni. Oltre l’oltraggio del furto, per i professionisti del museo, c’è la preoccupazione per la sicurezza dell’oggetto. Trascorriamo le nostre carriere cercando di proteggere e preservare questi dipinti, ed è veramente sconvolgente pensare a questo Renoir nelle mani di criminali che chiaramente non hanno alcun interesse nella protezione dei beni culturali.»

C’è poi chi l’arte sceglie di farsela rubare.

Parliamo di Simone Berno, artista padovano con un concetto dell’arte libera, fruibile e a disposizione di tutti. L’uomo infatti ha rinunciato a esporre nelle gallerie e ha cominciato ad appendere le proprie opere alle pareti dei monumenti. Iniziando da Padova, sua città natale, e proseguendo in città di tutto il mondo. Niente percentuale al gallerista e niente problemi di sicurezza: i furti sono del tutto legali. Il quadro viene agganciato dove capita e chi vuole lo prende e se lo porta a casa.

«Ormai i miei lavori resistono pochissimo, appendo i quadri e presto qualcuno se li prende. Mi costa molto meno che una campagna di marketing, mi faccio conoscere con il passaparola.»

L’idea gli è venuta nel 2016, dopo un litigio con il gallerista che esponeva i suoi quadri:

«Ho preso una mia stampa e l’ho attaccata su una parete vicino alla Specola, l’antico osservatorio astronomico di Padova. Il proprietario della casa mi ha visto ed è sceso inferocito, credendo che stessi imbrattando il muro. Quando ha capito, ha staccato la tela e se l’è portata a casa. È stato il segnale che mi ha illuminato».

Da quel momento i suoi quadri hanno girato il mondo: da Padova a varie città del Veneto e dell’Italia. Poi fuori: Praga, Budapest, la Francia, il Canada e persino il Kenia. Dietro ogni quadro c’è un link che rimanda al sito dell’artista, dove si trovano tutte le spiegazioni e il racconto della sua storia.

Come Banksy, anche Berno cerca di colpire e sparire: il suo ultimo colpo è stato attuato all’IKEA. L’artista ha acquistato per dieci volte una cornice in negozio, che ha poi utilizzato per incorniciare dieci stampe, incollando sul retro di ognuna il relativo scontrino. In seguito, è tornato all’IKEA e ha rimesso nei banchi di vendita le cornici con dentro i suoi quadri. Il negozio è andato in tilt: come poteva essere in vendita un prodotto che non esisteva in catalogo? E se era stato pagato, perché si trovava ancora sugli scaffali?

Provocazioni e sfide al consumismo o nuove forme di espressione e fruizione artistica?

In ogni caso Simone Berno, decidendo di andare controtendenza, è riuscito a lasciare il segno.