È lecito che i figli adottivi vadano alla ricerca dei genitori biologici?

Secondo numerosi psicologi la conoscenza delle origini sarebbe fondamentale nella formazione dell’identità. Chi è stato adottato vive all’oscuro del proprio passato, si chiede da dove venga, quali siano le motivazioni del suo abbandono. Se alcuni preferiscono non dare una risposta a queste domande, poiché non ne sentono la necessità, non tutti accettano di non sapere nulla riguardo l’inizio della loro vita: una volta adulti, la consapevolezza del proprio aspetto fisico e caratteriale porta a fare i conti con il mistero dell’identità dei genitori naturali.

Ma i diritti in gioco in questi casi sono due: non solo quello del figlio, di conoscere il suo passato, ma anche quello della madre che voglia rimanere nell’ombra dell’anonimato.

Nessuno può giudicare una donna che scelga di mantenere l’anonimato: sono varie e drammatiche le ragioni che portano una mamma a prendere una simile decisione. Ma tanto quanto alla madre viene tutelato il diritto all’anonimato, così ai figli adottati dovrebbe essere tutelato quello di conoscere le proprie origini.

L’Italia non presenta ancora una legge che garantisca agli adottati questo diritto, tanto che nel 2012 ha ricevuto una condanna da parte della Cedu (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) per violazione dei principi sanciti dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, e nel 2013 la Convenzione ha definito incostituzionale parte dell’articolo 28 della legge del 1983 sull’adozione.

Per coloro che siano alla ricerca delle proprie origini ci sono altre possibilità, anche se l’iter burocratico previsto in questi casi è spesso lungo e complicato. I figli adottivi che sono stati riconosciuti al momento della nascita, una volta maggiorenni, possono fare richiesta al tribunale minorile per ottenere la documentazione; mentre la situazione è ben più difficile per i figli delle donne che hanno richiesto l’anonimato, i quali spesso devono rivolgersi alla polizia giudiziaria o ai carabinieri. Nel caso in cui la donna venga rintracciata, da questo momento in media trascorrono nove mesi, al termine dei quali la madre dovrebbe comunicare una risposta in occasione di un colloquio organizzato con assistenti sociali o psicologi.

Si è discusso di una proposta di legge che prevedesse ai figli adottati con almeno 25 anni di età la concessione di far pervenire alla madre una richiesta di revoca dell’anonimato. Ma i rischi sarebbero molteplici, primo tra tutti la possibilità che una tale richiesta sia avanzata anche dai figli nati da fecondazione eterologa o da maternità surrogata (vietata in Italia, ma non per questo assente). Ad esempio figli di coppie omosessuali che si pongano il problema delle proprie origini. Si aggiunge inoltre che una legge di questo genere, dando forse troppa importanza ai procreatori, non rispetterebbe la figura dei genitori adottivi, che pur non avendo un “legame di sangue”, non dovrebbero ricoprire un ruolo minore o di sostituti.

Secondo la Corte Costituzionale una legge che non elimini il diritto all’anonimato delle madri, ma lo renda reversibile, non delegittimerebbe i genitori adottivi: la conoscenza delle origini biologiche può infatti rispondere a delle domande, ma la dimensione affettiva rimane quella preponderante.

Secondo il “Comitato per il diritto alle Origini biologiche” nell’ultimo anno in tutta Italia il numero delle istanze è cresciuto del 200% e spesso quelle accolte sono più di quelle respinte (circa il 70 % delle madri ha rinunciato all’anonimato). Questi dati potrebbero essere dovuti ad una nuova tendenza che ha ridotto notevolmente le tempistiche: cioè quella di ricomporre le fasi della propria esistenza su Facebook.

Numerosi sono i gruppi dedicati agli annunci di persone adottate, tra i più conosciuti Ti cerco, appelli di persone che cercano le proprie origini e i loro cari. Rossella Pannocchi, il gestore della pagina, conferma questa tendenza:

«In media ogni giorno ci sono una o due storie a lieto fine»

Laura Perspicace, che si occupa di un’altra pagina altrettanto seguita, Figli adottivi cercano genitori biologici, racconta di aver creato questa pagina per aiutare la madre a trovare i genitori naturali, ma in realtà le richieste si sono moltiplicate ed è riuscita a risolvere circa 5000 casi.

Un post può davvero ricomporre una famiglia sgretolata?

Pietro, 31 anni, polacco trapiantato a Roma, da poco tempo ha ritrovato la madre e otto fratelli. Il tribunale di Roma ha sempre rigettato le sue richieste, così, su suggerimento di un’amica, ha provato a pubblicare un annuncio. In meno di due giorni un’altra sorella in adozione lo ha trovato: sapeva di avere due fratelli in Italia, anche se lei era in Polonia. Pietro ha ricostruito il puzzle della sua vita riconciliandosi con una famiglia difficile e con una madre che ancora non gli racconta tutta la verità. Ma questo non importa, poiché ora sente che nessuna parte della sua vita passata gli è preclusa.

Se da un lato infatti questi figli adottivi dovrebbero avere il diritto di incontrare i genitori biologici per dare un rinnovato senso alla propria vita, certo è difficile che si ricostruisca un rapporto significativo con essi, spesso anche idealizzati. Non sempre infatti l’esito di queste ricerche risponde agli interrogativi più frequenti.

Inoltre, accade talvolta che le madri non rinuncino all’anonimato. È il caso di Stefano Giusti, paramedico cinquantaquattrenne all’ospedale di Pisa, che, nonostante l’istanza gli sia stata respinta più volte, ha deciso  tuttavia di non demordere:

«Ci proverò ancora, so che è viva e sogno di poterla incontrare […]. Negli anni mi sono convinto di essere il frutto di una svista di una studentessa. O che mia madre fosse una religiosa. […] La prima parola che le direi è grazie. Avrebbe potuto abbandonarmi in un cassonetto, invece mi ha dato una seconda chance. E sono certo che la sua scelta l’abbia fatta soffrire».

FONTI:

  • Quei figli in cerca di genitori” – Michela Marzano (Repubblica 13/10/2018)
  • lastampa.it