Sesso: una sola parola che racchiude in sé romanticismo, idealizzazione, rischio, piacere, eccesso, peccato, curiosità ma, anche, insicurezza e dubbio. Ancora una volta Netflix parla di adolescenti, di sessualità e lo fa con un drama comico estremamente efficace. Non siamo di fronte alla classica serie teen che stereotipa la tempesta ormonale, caratteristica per eccellenza dell’età adolescenziale. Sex Education mostra la verità così com’è: ragazzi alla scoperta di se stessi, del proprio corpo e dei propri sentimenti altalenanti, ma nuovi ed intensi. Già con Skins il Regno Unito aveva affrontato l’argomento di petto proponendo finalmente qualcosa di schietto e capace di affrontare numerosi temi attuali come omosessualità, dipendenze, amori platonici o depressione. 

Quel che poteva diventare una proposta banale e prevedibile si presenta sorprendentemente come un equilibrio tra leggerezza narrativa e scene drammatiche, dando vita ad un crescendo di scene affascinanti che si protraggono per otto puntate. I primi approcci al sesso tra pulsioni e strani fantasie sono normali, ma altrettanto normale è parlarne in televisione? Laurie Nunn, creatrice della serie, pensava di sì e ha realizzato qualcosa di inaspettato che vale la pena esser visto indipendentemente dall’età dello spettatore. Nessuna ostentazione, nessuna idealizzazione, la realtà viene mostrata esattamente così com’è tra piccole e grandi difficoltà quotidiane.

Il sesso mostrato dagli occhi del giovane Otis (Asa Butterfield), figlio di una sessuologa (Gillian Anderson), sedicenne ironicamente affetto da sessuofobia. Solitario e assolutamente anonimo, il giovane protagonista passa le giornate insieme a Eric (Ncuti Gatwa), eccentrico e gay fieramente dichiarato. L’anonimato di Otis scompare con l’ingresso in scena di Maeve (Emma Mackey), femminista ribelle e conosciuta da tutti come estremamente “facile”. Sarà proprio lei a spingere il giovane protagonista vergine a diventare un guru del sesso, dopo averlo visto dar efficaci consigli al bullo della scuola alle prese con un eccessivo uso di viagra. Intuite le potenzialità del ragazzo, Maeve apre una “clinica del sesso” gestendone appuntamenti e guadagni così da poter aiutare giovani alle prese con le primissime esperienze e del tutto disorientati. 

Tabù sradicati da linguaggio ed immagini esplicite: parolacce, peni e vagine in primo piano, dettagli nudi e crudi mostrati senza timore, ma mai cadendo nell’eccesso superfluo. Tutto è funzionale a raggiungere l’obiettivo postosi all’inizio. Dedicandosi a problemi differenti ad ogni puntata, focalizzandosi sull’animo dei personaggi che affrontano ognuno grandi problemi di differente natura come omosessualità repressa, bullismo, aborto, sexting. La spensieratezza ed i sorrisi, dunque, nascondono forti insicurezze ed perplessità.

Sex Education ti permette di notare quanto poco i prodotti cinematografici o televisi affrontino certi argomenti così scottanti e delicati, rendendo l’opera di Netflix un’interessante novità. La cura dei personaggi è estrema: ognuno ha una storia a sé che si fa sempre più chiara col passare degli episodi. Il cast di livello non fa che render più efficace le intenzioni postesi, ma la più grande interpretazione è indubbiamente di Ncuti Gaga (aka Eric). La sofferenza e l’agonia come conseguenza della violenta discriminazione traspaiono chiaramente da una scena magistralmente interpretata che arriva violentemente allo stomaco dello spettatore. 

Sex Education si presenta come punto di riferimento per chi è alle prime armi con la propria sessualità e per chi l’ha compresa ed accettata, per adolescenti e adulti, per single o per chi ha una relazione duratura. Ironica, ma d’impatto. L’onesta schiettezza con la quale vengono affrontati temi scottanti della serie permette di renderla meritevole di essere vista. Mai noiosa e capace di passare da una scena all’altra con naturalezza, spaziando dal tema principale della sessualità ai problemi individuali dei personaggi rappresentanti ognuno un tipico problema adolescenziale. Sex Education dunque parla di sesso? Sì, ma non solo.