Vorrei subito sottoporvi una dichiarazione rilasciata da Nicholas Daley per un articolo apparso su i-D UK che suona già come un manifesto:

“Fashion has always been a communicative tool and has acted as an indicator for social and cultural changes throughout history”.

Nicholas Daley cresce in una famiglia multi culturale da padre giamaicano e madre scozzese. Si iscrive al corso di moda maschile del Central Saint Martins collage nonostante i genitori si oppongano, e qui fa immediatamente suo ciò che il direttore del corso ripete più volte: occorre essere se stessi e raccontare la propria storia. Ecco allora che tutto il lavoro del giovane stilista si incentra sull’uso della moda come strumento attraverso cui fondere culture complementari e contrastanti. Rimanere fedele alla sua identità per il giovane stilista significa legare le sue collezioni all’artigianato cercando di intrecciarlo con la cultura e la moda attuale. Questo richiamo alla confezione artigianale dei capi, mantenendo sempre un punto di vista contemporaneo, porta Nicholas Daley a un processo di sviluppo delle sue collezioni lento, preciso, studiato nei dettagli. I capi, pregni di significato e fortemente connotati culturalmente, ne sono testimonianza.

Oltre all’artigianato fonte imprescindibile di ispirazione per il designer è la musica. Parte fondamentale sia delle sue creazioni sia della sua vita – per esempio, i genitori negli anni Settanta aprirono uno dei primi club reggae della Scozia -. Per Daley musica e moda trascinano con sé e su di sé una certa visione di come approcciare il nostro essere nella società. Il parallelo tra moda e musica continua sul piano della collezione e della ricerca di quel determinato oggetto, sia esso un capo sia esso un vinile, che ci identifica per chi siamo. Passato e presente si intrecciano anche nel gusto musicale dello stilista. Tra i mostri sacri della musica nomina Don letts, Bob Marley, Herbie Hancock mentre tra gli emergenti Mansur Brown, Yussef Dayes, Alfa Mist e Shabaka Hutchings (Sons of Kemet). Questa sinergia di moda e musica si riflette perfettamente nella costruzione dell’evento per la presentazione delle collezioni. Il luogo viene scelto in base a caratteristiche legate soprattutto alla fattibilità di un’esibizione musicale dal vivo. Lo show, infatti, è sempre accompagnato da una band live e alla fine la sfilata si trasforma in un vero e proprio concerto a cui modelli, lavoratori e invitati possono assistere.

La prima collezione di Nicholas Daley risale al 2013, il nome emblematico era Culture Clash e aveva come fonte di ispirazione Don Letts, famoso disc jokey britannico, ispiratore del famoso gruppo musicale di Joe Strummer, i Clash. La collezione riscuote successo soprattutto in Giappone. Nel 2017 Daley entra nel programma Newgen del British fashion council e con la collezione autunno/inverno 2018, Red Clay, ottiene visibilità sia sul territorio inglese sia in campo internazionale. Red Clay è l’essenza di Daley che richiama il passato e l’artigianato utilizzando il tweed ma lo contestualizza nel presente attraverso l’utilizzo di modelli di etnie miste e soprattutto integrando i campi con la scena jazz contemporanea che, proprio nell’estate 2018, esplode. Il live della sfilata è la rarissima esibizione di una formazione musicale assolutamente formidabile: Mansur Brown, Alpha Mist, Yussef Davis e Shabaka Hutchings.

L’ultima collezione autunno/inverno 2019 è stata presentata al Bethnal Green Working Men’s Club. Prende il nome, BLACK ARK, dallo studio giamaicano dell’iconico produttore di dub Lee Scratch Perry e i capi sono caratterizzati da pantaloni larghi, maniche appese appena sotto il polso, maglioni oversize. La tavolozza dei colori ruota attorno ai marroni e ai blu. Potremmo definirla un’uniforme pratica, flessibile, versatile, da indossare al pub e che richiama l’abbigliamento della tradizione, tant’è che lo stilista ha collaborato con due case manifatturiere scozzesi per la loro realizzazione: una ha creato un pattern in tweed ispirato ai colori dello studio musicale di Perry; l’altra invece, storico marchio sartoriale nella creazione di cappotti fatti a mano, ha curato i dettagli di cucitura. La curatela musicale è stata affidata al produttore Dennis Bovell, pioniere nello sperimentare la sovrapposizione di dub e post-punk. L’after show invece è stato affidato all’esibizione di Puma blue.

Per chiudere il cerchio mi affido, ancora, alle parole di Nicholas Daley:

“For me, every designer has a responsibility to explore and challenge what’s going on in society. I’m constantly exploring ideas of multiculturalism in my work and hopefully encouraging the industry to think about engaging in a diversity of cultures too”