Negli ultimi tempi è diventato sempre più comune vedere politici fare dirette video, condividere foto insulse sui propri canali social, aggirarsi per convention ed eventi, smaniosi di farsi un selfie per poterlo condividere con i propri sostenitori e darlo così in pasto il più possibile a like, retweet e buzz vari. Tutto questo ricorda il profilo perfetto di un influencer. L’attuale classe politica pare proprio non vedervi alcuna differenza, tutta concentrata com’è sull’auto-promozione rispetto alla vera e propria attività politica. Quest’ultima, anzi, viene piegata a esigenze, tempi e contenuti del marketing. Matteo Salvini è forse l’esempio perfetto di questa situazione. L’agenzia di stampa AdnKronos si è addirittura chiesta quale sarebbe il suo valore commerciale se fosse un influencer.

Su Instagram Salvini conta 1,1 milioni di follower, su Twitter oltre 940 mila e su Facebook più di 3 milioni e 340 mila seguaci. “Secondo alcuni report internazionali sul tema costi (Captive8) e le fee di influencer simili per numero di follower e interazioni è possibile stimare che un post di Matteo Salvini potrebbe tranquillamente costare: tra i 25-50 mila euro su Instagram; tra i 15-25 mila euro su Twitter; tra i 50-70 mila euro su Facebook” afferma un guru del Web.

Indubbiamente sono numeri che dovrebbero far riflettere e che fanno capire chiaramente quali siano le reali considerazioni di “mercato” che ci sono dietro certe scelte comunicative e certi messaggi postati sui social network dai nostri politici, quanto di più lontano da quello spontaneismo con cui amano auto-rappresentarsi. Anzi, la dimensione è quella di una vera e propria agenzia di comunicazione, di un brand a tutti gli effetti. Forse è proprio quella del brand la categoria che permette di comprendere come si è arrivati fino a questo punto. 

I personaggi pubblici –e non c’è personalità più pubblica di un politico– nella società dell’informazione possono essere equiparati a media company. Al giorno d’oggi non si può più essere celebrità, o anche solo attirare l’attenzione di pubblici più o meno ampi, senza concepirsi nell’ottica del racconto. In un mondo in cui tutto è comunicazione, niente rischia di essere più veramente tale: l’improvvisazione e la naturalezza non possono bastare, tutto dev’essere attentamente studiato per costruire una narrazione di sé che sia il più possibile di successo. Neanche il gossip è mero chiacchiericcio facile e disimpegnato, come potremmo aspettarci: dobbiamo iniziare a considerare il fatto che vip, star e celebrità varie siano dei veri e propri brand, delle aziende il cui core business è impostare comunicazioni ben strutturate e vincenti. 

Storytelling è la nuova parola d’ordine per le aziende e non solo: il proprio business non va promosso ma condiviso, per farne una storia in cui il pubblico possa identificarsi e grazie a cui far emergere il senso di un’impresa e i valori alla base del suo operare. Anche per il politico la costruzione di un’identità narrativa è diventata un must irrinunciabile: la rete politica, civica ed elettorale si cementa e si costruisce intorno a figure che fanno della propria vita un brand, in cui riconoscere obiettivi e ideali condivisi. Obama, Renzi, Salvini o Di Maio –solo per citarne alcuni– hanno costruito la propria carriera politica sfruttando gli inediti scenari di comunicazione aperti dai nuovi strumenti digitali e soprattutto dai social network, facendo così di se stessi un brand influente, capace di smuovere lo scenario politico, sociale e culturale e di far parlare di sé in modo inedito rispetto alla loro professione. 

Dal political branding al corporate storytelling fino al personal branding tutto racconta di uno scenario in cui la comunicazione è onnipresente e ineludibile, quasi consustanziale al nostro stare al mondo. La persona stessa, anche noi stessi sui social media, tutto diventa strumento di comunicazione. Ma questa, oltre che una grande opportunità commerciale e politica, può essere anche un’occasione per compiere un percorso inverso rispetto alla traiettoria di nascita dei media moderni (stampa, radio e televisione): dall’illusione dell’obiettività e dell’indipendenza del medium (dietro cui in realtà si camuffano gli operatori giornalistici), all’estrema consapevolezza che la comunicazione è sempre inesorabilmente veicolata da singoli e da realtà ben precise, con una storia da raccontare e una precisa individualità.

Se tutti iniziassimo ad essere consci di questa situazione probabilmente cambierebbe la percezione che abbiamo vedendo alcuni post dei nostri politici.

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