Si sa che durante un compleanno bisogna sapere esattamente quante volte tirare le orecchie ai festeggiati e, se facciamo due conti, per i Verdena arriviamo a vent’anni di carriera. Nel 1999 esordiscono con l’album omonimo prodotto da Giorgio Canali, vengono soprannominati i “Nirvana italiani” ma spaccavano molte più chitarre. Il secondo album arriva nel 2001, è intitolato Solo un grande sasso, citazione tratta da La sottile linea rossa di Terrence Malick: “In fondo il mondo è solo un grande sasso”. Prodotto da Manuel Agnelli, frontman degli Afterhours, i testi sono stati scritti durante i quaranta giorni delle registrazioni in studio, tipo la quaresima, ma meglio. Poi abbiamo Il suicidio dei Samurai. Il riferimento grunge qui è evidente: Suicide Samurai dei Fecal Matter, ovvero il primo gruppo di Kurt Cobain. Nel 2007 viene pubblicato Requiem. Qui avviene il primo vero salto di qualità, la psichedelia nera intreccia brani acustici schizofrenici. 2011: Wow è wow! Cosa c’è da dire? Ritornano con Endkadenz Vol.1. La Universal, incazzata a morte per l’omissione, durante le registrazioni dell’album precedente, del fatto che si trattasse di un disco doppio, li obbliga a spezzare l’uscita in due parti. Sempre 2015, sempre Endkadenz, Vol. 2, da considerare il gemello siamese del primo.
Sei dischi di cui due doppi, sette EP, uno split chiamato proprio Split EP, in collaborazione con l’artista sardo Iosonouncane (che bomba), due demo tape introvabili, alcuni vinili che non saprei definire, un CD che mescola live e inediti – Radar (Ejabbabbaje) – e circa 136 brani tra cui una decina di cover.

L’universo musicale e narrativo della band si estende come un sistema solare, dove ogni album gravita come un pianeta e ogni EP come un satellite, di tanto in tanto un singolo o una collaborazione attraversa la galassia come una cometa infuocata che lascia una coda lunga e persistente. Il sole dei Verdena si nutre di giochi di luci e ombre, un sole composto da tre elementi portanti, Alberto e Luca Ferrari con Roberta Sammarelli, inscindibili come un atomo composto da neutroni, elettroni e protoni, in mancanza di uno di questi il sistema collassa, esplode o implode. Dalla colluttazione casuale degli elementi subatomici che viaggiano come impazziti, avvengono fusioni e fissioni nucleari di una bellezza terrificante. In molti hanno scritto di questi mostri mitologici dai mille volti, in tanti hanno tentato di intervistarli: le risposte alle domande e le loro performance per evitarle sono surreali quanto i loro testi, quasi quanto il coccodrillo bianco della metropolitana di New York. Ecco alcuni degli aggettivi che gli sono stati attribuiti più spesso:

Citazionisti, pop, schivi, perfezionisti, sperimentali, folli, bambineschi, alterati, nerd, geni, psichedelici, famigliari, visionari, grunge, dissacranti, malinconici, ambiziosi.

Artisti. I veri artisti sono indefinibili, camaleontici, coerenti nella loro incoerenza, come Bowie, come Lou Reed. I veri artisti sono sorprendenti e contraddittori, a volte incomprensibili nei loro neologismi, brutti e imperfetti nel loro essere profondamente veri e umani. La prima volta che ho ascoltato il trio bergamasco (Piuma, per la precisione) tra le mura della mia cameretta ho pensato: “Ma che è sta lagna stonata che sembra registrata con un mangiacassette?”. La seconda volta ero in macchina con un amico, lui piazza un disco nella radio e dico “ma chi sono sti qua? Spaccano!”, mi risponde “ovvio, i Verdena”. Il pezzo era Muori Dalay e io non ci credevo, subito dopo ne volevo ancora. Se la domanda è: “È possibile sviluppare una dipendenza da una band?” la risposta è sì. Ho deciso di possedere tutti i dischi, ascoltare tutti i pezzi dei Verdena, imparare a suonarli, leggere le interviste e i libri che parlano di loro e della loro musica, vedere i video musicali, le video interviste, i live, i documentari. Una vera malattia. Ho deciso anche di iniziare a scrivere di musica partendo da una recensione del singolo Razzi arpia inferno e fiamme, il mio primo articolo pubblicato. Forse un po’ classico nella forma ma completo. Lo considero come un mio piccolo regalo di compleanno alla mia band preferita. Ecco, mi sento di nuovo adolescente.

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Hello Miss Jane, questo è l’enigmatico verso con cui i Verdena ritornarono nel 2011 sulla scena musicale italiana, a distanza di quattro lunghi anni dal precedente album Requiem. Il brano è Razzi arpia inferno e fiamme, primo singolo estratto da WOW (Universal), un parto gemellare prodotto dalla lunga gestazione creativa del trio bergamasco. Stiamo parlando di un doppio album che contiene la bellezza di ventisette brani, rischioso per l’industria musicale italiana, ma il gruppo non è famoso per avere un approccio convenzionale sia sul mercato che con il pubblico. Il singolo ne è un chiaro esempio: è stato realizzato in forma acustica con ritmi tribali e ipnotici, resi dall’arpeggio ossessivo di chitarra e dalla batteria alternata a percussioni, in sottofondo si avvertono synth leggeri che creano atmosfera. Il brano estranea e coinvolge al primo ascolto, riesce a riassumere al meglio l’atmosfera del disco, ovvero la contrapposizione tra luci e ombre, calma e fuochi d’artificio, in WOW infatti i temi sono il cambiamento, la rinascita e la sperimentazione. In questo brano e per tutto il disco vi è l’uso massiccio di cori e doppie voci (tipiche dei The Beach Boys e di Brian Wilson con album di riferimento Pet Sound e Smile) e di linee vocali onomatopeiche (Paff, Tum-pa, Uuuu uuu) che hanno la funzione di sostituire il suono di tastiere e percussioni, il risultato è diventato un vero e proprio marchio di fabbrica per il gruppo. Anche il testo è sperimentale: scritto a quattro mani da Alberto Ferrari (voce e chitarra) e dal poeta e frontman della band bergamasca Spread, Roberto Longaretti, mescolando tra loro versi cupi, onirici e infernali. Il disco occupa il diciannovesimo posto tra i cento dischi italiani più belli di sempre secondo «Rolling Stones», registrato nell’Henhouse Studio, ex pollaio adibito a studio di registrazione. Anche il video ufficiale del singolo ha una storia particolare, per convincere l’etichetta discografica a pubblicare un doppio album, quindi più costoso a livello di produzione e con un prezzo maggiore una volta pubblicato, per non parlare dell’impegno da parte dell’ascoltatore che richiede uno sforzo maggiore, Roberta Sammarelli (manager del gruppo, nonché bassista) ha proposto un taglio sul budget dei video musicali. Il video di Razzi arpia inferno e fiamme è stato realizzato con un budget di soli cinquemila euro da Ivana Smudja, regista serba che aveva collaborato precedentemente con Roberta, ritrae il trio vestito di lunghe lenzuola bianche, circondato da ballerini nascosti sotto teli bianchi che si muovono a tempo, si riveleranno successivamente con orecchie da coniglio nere. Le inquadrature sono alternate ad altre in cui i membri della band sono ripresi singolarmente di fronte a sfondi colorati e animati da parti del corpo di attori in movimento, creando un effetto mistico davvero particolare.

Concludiamo con un accordo Maggiore, proprio come nel pezzo, riesumando un reperto interessante che gira su YouTube, dove i Verdena, ospiti a Top of the Pops, in ginocchio sulle proprie scarpe con espressione seria in volto, “suonano” il brano in questione con strumenti musicali giocattolo. L’effetto è a metà tra una performance e una presa in giro, che ricorda la protesta dei Nirvana contro il format che li obbligava a esibirsi in playback durante la puntata.

Wow non è solo un nome azzeccato per l’album ma anche l’espressione di stupore che risale dalle viscere ascoltando questo brano, vi consigliamo di scoprire il resto dell’opera.

FONTI

Emiliano Colasanti, Un mondo del tutto differente, Arcana, 2012

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