Abituata a ficcare il naso in affari del passato, la Disney si è questa volta sbizzarrita raccontando la genesi dell'(anti) eroe per eccellenza, quel Han Solo leggendariamente immortalato da Harrison Ford nella trilogia originale di Guerre Stellari. Operazione commerciale di alto livello se si pensa all’abbondante materiale facilmente estraibile dal personaggio in questione e alla rilevanza non indifferente che lo rende, dopo Darth Vader, il personaggio più amato della saga. Altamente rischioso è stato il tentativo di scomodare uno dei mostri sacri creati da Lucas per impaginarlo, come era successo per Rogue One, nei gloriosi annali di starwarsiana memoria relegandolo a mito eterno. Tentativo di per sé complicato che, unito ad una produzione a dir poco travagliata e “salvata” in extremis dall’esperienza di Ron Howard, non si è dimostrato all’altezza delle ingenti aspettative creando un modesto prodotto privo di anima.

Solo: A Star Wars Story è ambientato diversi anni prima di Una Nuova Speranza e ripercorre le tappe principali della vita della ‘canaglia’, le sue vicissitudini personali e l’incontro con lo scaltro Lando Calrissian e l’inseparabile Chewbecca. Il giovane Han Solo sogna di fare il pilota e conoscere tutta la galassia. Vive sul pianeta Corellia assieme all’amata Qi’ra ma un giorno, dopo essere sfuggiti ad un pericoloso inseguimento, lei viene catturata mentre lui, costretto dalla sorte, si arruola nell’Impero Galattico. Fermamente deciso a ritrovarla, Han scappa dalla guerra alleandosi con un gruppo di ladri che lo inizieranno al mondo sporco del contrabbando. Dopo una serie di rocambolesche disavventure, Han incontra nuovamente Qi’ra, profondamente cambiata e serva-amante del perfido boss Dryden Vos. Trovandosi invischiati in un’annosa questione di soldi e merce rubata, a Han e compagni viene offerta l’ultima possibilità per salvarsi la pelle, estinguendo di conseguenza il debito con Dryden e (ri)conquistare il cuore della misteriosa Qi’ra.

Solo: A Star Wars Story è una storia d’ordinaria avventura narrata frammentariamente dalla penna ormai affaticata del grande Lawrence Kasdan e messa in scena – per non dire rimessa, viste i disastri in corso d’opera – in maniera accettabile da Ron Howard che sistema e porta a casa un compitino tutto sommato gradevole. Una regia operaia che nonostante il nome e la fama non basta a salvare un film destinato a crollare sotto una miriade di difetti insiti alla radice. Non basta una grande produzione e una serie di buone idee a fare un bel film, così come non bastano notevoli effetti speciali, un decor significativo e interpretazioni convincenti (e quando mai Woody Harrelson recita male!) a convincere critica e pubblico.

Il secondo spinoff starwarsiano appare fiacco, spoglio e confusionario nel suo assemblare assieme avvenimenti e citazioni interessanti senza un’apparente logica di successione. Tolte un paio di sequenze a impatto, girate con i sacri crismi da un tecnico fidato, l’intera pellicola risulta un’estenuante sequela di scene caricate a mille e sempre in procinto di cominciare ma senza mai arrivare al cuore dell’azione e dello spettatore. Il cambio di regia è avvertibile proprio nella mancanza di una personalità che Howard non ha saputo, o probabilmente non ha potuto, assicurare ad un’opera vuota e, in buona sostanza, orfana di un focus filmico o più semplicemente di un’anima che la caratterizzi. Non c’è spessore né punti di forza, la trama già di per sé esile crolla sotto i ripetuti colpi di una messa in scena che fa il suo – ma non il nostro – senza prendersi le responsabilità dei rischi ampiamente superati da Rogue One. Ma sarebbe sbagliato addossare la colpa di tale insuccesso al regista Ron Howard, chiamato per altro in extremis a salvare baracca e burattini dal fallimento. Ciò che rende Solo: A Star Wars Story un film dimenticabile è riscontrabile in uno sbagliato approccio di partenza da parte di “quelli” della Disney che, puntando tutto sul nome altisonante di Han Solo, si sono dimenticati di revisionare il resto.

Solo: A Star Wars Story non mantiene le promesse fatte e si avvicina più alle fallimentari imprese della trilogia sequel che all’innovazione magniloquente di Rogue One. Ron Howard dirige discretamente un film guardabile ma assolutamente fallace e privo di anima, caratteristica che rende i film di Guerre Stellari unici.