Elena faceva spesso lunghe passeggiate tra le vie della città, tra i suoi parchi e luoghi nascosti. Amava ascoltare la musica ad alto volume durante quei lunghi giri: riusciva a farla sentire sola, ma senza separarla da tutti gli altri. Odiava, di conseguenza, essere disturbata in qualsiasi modo o che la sua bolla insonorizzata fosse scoppiata da qualcuno che interrompeva il fluire dei suoi pensieri.

Camminava, un giorno come tanti, lungo il marciapiede di una strada sporca e maleodorante, affrettando il passo per passare oltre il più rapidamente possibile. All’angolo tra due viuzze, vicino al cassonetto dell’immondizia, era accucciato un uomo che frugava nervosamente in un grande sacchetto malconcio. Non era la prima volta che le capitava di vedere scene simili ma, quella volta, qualcosa inspiegabilmente attrasse la sua attenzione come un magnete. Rallentò il passo.

Era un ragazzo piuttosto giovane, anche se risultava difficile dargli un’età. Aveva le movenze di un ragazzetto beffardo, ma i suoi occhi densi e affossati tradivano un’età più matura. Erano del colore del cielo novembrino, un azzurro spento e appannato. I capelli biondo miele, portati lunghi, erano raccolti in una coda trasandata che lasciava scappare ciocche sparse. Il suo abbigliamento pareva, a un occhio frettoloso, trascurato, ma alcuni dettagli ne rivelavano una ricercatezza quasi vanitosa.
Elena tentò di non soffermare troppo insistentemente lo sguardo su di lui, che però si accorse subito di lei.
«E’ la spazzatura di una merceria. Sono giorni che aspettavo la buttassero.»

Lei rimase in silenzio, ferma davanti al ragazzo. Lui capì che Elena era in imbarazzo e, con molta spontaneità, cercò di sciogliere il momento di tensione:
«Sto cercando dei bottoni di madreperla, o che ne richiamino in un certo qual modo l’aspetto. Brutti, graziosi, vecchi, nuovi, preziosi, di poco prezzo, trovati, rubati, comprati. Insomma, di qualsiasi tipo. Voglio utilizzarli per fare una scultura».
Lo guardò perplessa: quello stava proprio fuori.
Cercò di svincolarsi da quella situazione con qualche frase di circostanza, ma lui non ne voleva sapere di lasciarla andar via. Diceva che gli sarebbe piaciuto spiegarle la sua idea artistica e insistette a lungo, ma senza aggressività. Elena percepì l’assenza di malizia e si sentì a suo agio, quindi si arrese e promise che il giorno successivo lo avrebbe accompagnato a cercare altri bottoni.

Il pomeriggio successivo si incontrarono nei pressi della merceria di cui le aveva parlato. Il sorriso di Febo, quando la vide arrivare, era come il sole: radioso, puro.
«Ieri non ti ho nemmeno chiesto il tuo nome, che cafone.»
«Mi hai detto che stai lavorando ad una scultura di bottoni. Credo che fosse la cosa più importante, no? Per i nomi c’è sempre tempo.»
«Sono Febo.»
«Elena.»
«Bene, Elena, se sei ancora dell’idea di accompagnarmi pensavo di andare in un altro negozietto a poco da qui. Vendono ogni genere di cianfrusaglia e ho sentito che i prezzi sono ottimi.»
Mentre camminavano le raccontò di essere un artista, o che perlomeno ci provava: suonava la chitarra, scriveva poesie e dipingeva.
«Non sono ancora riuscito a trovare la mia voce, però. Sono alla ricerca della forma che si adatti meglio a quello che voglio dire» aggiunse poi.
E, soprattutto, le spiegò come fosse nata l’idea della scultura.
«Qualche settimana fa ho incontrato una donna che mi ha stregato nell’istante stesso in cui l’ho guardata. Abbiamo iniziato a frequentarci e poi, una notte, l’ho sognata dormire. Era ricoperta solo da un lenzuolo leggero, che lasciava godere delle onde del suo corpo ma ne nascondeva alcuni dettagli. Capii che volevo immortalare quell’immagine sensuale e delicata, quell’immagine di sirena. E l’unico modo per renderne la fluidità, assopita e stanca, era quella di utilizzare bottoni madreperlacei.»
Elena si vergognò della sua superficialità nel giudicarlo, il giorno prima.
Infatti, da quel momento in poi, partecipò con crescente interesse al progetto di Febo. Si guardava sempre in giro durante le sue passeggiate, cercava attentamente nelle mercerie più fornite, curiosava tra le bancarelle dei mercati. E più Febo le parlava della sua donna, più subiva il fascino di entrambi, artista e soggetto, e del loro mondo: si andava così concretizzando anche nella sua testa quella che sarebbe stata l’opera finita.

Un giorno gli domandò quando avrebbe iniziato ad assemblare la “composizione”, come la chiamava lui.
«Ho raccolto quasi diecimila bottoni, ormai. Domani notte comincerò a comporre e quando avrò terminato, se vorrai, potrai venire a dare un’occhiata.»

Elena aspettò due, tre, sei, dieci giorni: Febo sembrava esser stato completamente risucchiato dal suo lavoro, non aveva notizie di lui. Non aveva idea di dove vivesse, poteva solo aspettare che si facesse vivo. Trascorsero ventidue giorni, che le parvero infiniti. Poi, arrivò una lettera: era lui, le lasciava il suo indirizzo e le chiedeva di raggiungerlo quanto prima avesse potuto. Non attese neanche un secondo, abbandonò la colazione sul tavolo ancora pieno di briciole e corse da Febo.

Suonò il campanello, non ricevette risposta. Provò più volte prima di accorgersi che la porta era socchiusa, così entrò lentamente. Lo chiamò. L’appartamento era buio, filtrava solo la debole luce del mattino da piccoli abbaini. A terra c’erano disegni strappati, matite, mozziconi di sigarette, bottoni di madreperla sparsi.
«Elena!» lo sentì chiamare.
La voce proveniva dal bagno: la seguì. Spinse la porta lasciata aperta a metà e si fece avanti. Febo stava sdraiato nella vasca da bagno, immerso in migliaia di bottoni che ne lasciavano fuori solo la testa.
«Che ci fai lì dentro? Che ne è stato della sirena?»
«Se n’è andata» singhiozzò come un bambino, «Quando ho mostrato a Selene la composizione, mi ha riso in faccia. Mi ha detto che non era altro che un ridicolo ammasso di bottoni, che ero un matto. Quindi, preso dalla delusione e dalla rabbia, l’ho distrutta e ho messo tutti i bottoni qui dentro, che è l’unico posto dove potessero stare. E dove voglio stare anche io.»
«Mi dispiace tanto, Febo. Quando ci innamoriamo, spesso capita di prendere un abbaglio.»
Rimase in silenzio, assorto. Non disse una parola, non aprì più bocca.
Lei stette ad aspettare con lui per diverse ore, infine se ne andò.

Non si videro più. Elena pensò spesso a Febo e di andare a vedere come stava, ma col tempo si convinse che, dopotutto, era così che doveva andare.

Febo rimase in quella vasca per altri tre giorni, incapace di reagire. Aveva la testa completamente vuota, non riusciva a pensare a nulla. Uscì solo quando il suo corpo non sopportò più la posizione nella vasca e solo allora si rese conto che stava letteralmente morendo di fame.

Si lavò, mangiò abbondantemente e con calma. Non si sentiva ferito per non essere ricambiato da Selene: era amareggiato per aver sprecato la sua arte con qualcuno che non l’avrebbe mai capita. Aveva davvero creduto che quella donna fosse autentica e l’aveva descritta così a Elena, facendo credere pure a lei che fosse una creatura speciale.

E invece no, Elena era speciale. Elena aveva capito la sua arte, Elena l’aveva sostenuto e affiancato nella ricerca, Elena era arrivata a opera già iniziata e ne aveva stravolto la realizzazione. La sirena che aveva creato era quella che Elena aveva nella sua testa, non la reale immagine di Selene.

Forse per imbarazzo, forse per codardia, non volle vedere Elena. Solo in quel momento si rese conto che lei era stata l’unica in grado di comprendere davvero lui e la sua arte. E lui per tutto quel tempo non aveva fatto altro che inseguire un’altra immagine, un’immagine falsa.
Credette, stupidamente, che fosse meglio lasciarla andare.

• • •

Molti anni dopo, in un caldo e ventilato martedì di Maggio, Febo stava seduto sulla veranda della clinica.
Sei mesi di vita, così gli avevano detto.
Arrivò l’infermiera a ricordare che era quasi ora di cena:
«Febo, vogliamo entrare?».
Il secondo bottone bianco della divisa dell’infermiera era stato sostituito da un grazioso bottoncino di madreperla a forma di fiore.

Trovò, nella buca delle lettere, una busta anonima. Era quadrata e piccola. All’esterno diceva solamente: A Elena. La aprii e scivolò fuori un lucidissimo fiore di madreperla. Il suo cuore si fermò per qualche istante.
Lesse il biglietto, piegato con cura, che vi era contenuto:

Quanto siamo stupidi da giovani, mia dolce Elena. Tutti affascinati dal mistero, dall’ignoto, dalla Luna… ma non capiamo che è il Sole l’unica stella. O meglio, lo capiamo troppo tardi e a quel punto siamo solo dei codardi che non hanno il coraggio di guardarlo in faccia, il Sole, per paura di rimanere accecati.
Spero solo che tu abbia incontrato qualcuno più coraggioso e capace di amare la tua luce senza oscurarla.

Febo


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