Quando si pensa al latte, qualcuno può associarvi un bel bicchiere fresco, da bere la mattina in aggiunta alla colazione; per altri, invece, latte è sinonimo di spiacevole. L’intolleranza al latte è un disturbo molto diffuso che colpisce circa il 70 % della popolazione mondiale. Contrariamente a quanto si possa pensare, la storia di questo problema è più che millenaria.

In termini più precisi, il fenomeno è chiamato persistenza della lattasi: bisogna sapere infatti che fin da piccoli, per far fronte all’esigenza di latte materno, il nostro corpo produce l’enzima lattasi. Un enzima è un proteina che permette di catalizzare un processo biologico, ovvero permette di aumentare la velocità del processo stesso. Nel nostro caso, la lattasi serve a far sì che uno zucchero complesso come il lattosio venga scisso in due molecole più semplici, e quindi assimilabili, come il glucosio e il galattosio. In condizioni normali, l’enzima cessa progressivamente di essere prodotto in età adulta nell’uomo, dal momento che l’individuo maturo non ha più bisogno di essere allattato. Com’è possibile dunque spiegare la presenza anche in età avanzata della proteina in questione? La risposta è: mutazione genetica.

Secondo una ricerca dell’Università di Dublino, i nostri antenati preistorici erano intolleranti al lattosio. L’istituto è arrivato a queste conclusioni estraendo e analizzando il DNA dagli ossicini dell’orecchio di tredici scheletri risalenti ad un periodo compreso tra il 5700 e l’800 a.C., che mancavano in età adulta dell’enzima. Nel corso del tempo però, tremila anni fa, la mutazione genetica casuale di un singolo gene – l’LCT – ha permesso agli individui che lo possedevano di poter digerire il latte anche da adulti. Secondo varie teorie, questa necessità è sorta nel momento in cui, tra gli agricoltori europei, si dovette far fronte alla carenza di calcio e vitamina D. Nei paesi del Nord, meno favorevoli all’esposizione solare, questa integrazione venne fatta con il latte; nei paesi del Sud, al contrario, bastavano il Sole ed una dieta ricca di pesce.

Dopo la comparsa di questa mutazione casuale i gruppi umani portatori del gene mutato acquisirono un evidente vantaggio evolutivo, e con il passare dei secoli e dei millenni l’LCT ha potuto diffondersi in tutto il Mondo. La permanenza della lattasi può quindi essere vista come un esempio di un fenomeno noto come co-evoluzione gene-cultura: con l’aumento della mungitura e dell’allevamento e insieme alla mutazione genetica, la selezione naturale ha fatto il resto. Questa stessa diffusione però non è stata, chiaramente, uniforme.  Al giorno d’oggi, la persistenza della lattasi è molto comune al Nord, in accordo con la storia evolutiva sopra descritta, con punte dell’89-96% in Scandinavia e nelle Isole Britanniche; continuando a scendere verso l’equatore la percentuale diminuisce progressivamente, attestandosi intorno al 15% in Sardegna; in Cina la lattasi è quasi assente, mentre è presente a macchia di leopardo in Africa.

Nonostante chi non possiede la lattasi non possa bere liberamente il latte, è comunque possibile godere di prodotti come quelli delattosati, il latte vegetale e quello ad alta digeribilità. Una buona possibilità di scelta e un aiuto in più dalla scienza: buon bicchiere di latte a tutti!

Fonti:

Fonte 1

Fonte 2 

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