Tra le varie influenze spirituali orientali assorbite dall’occidente insieme al buddhismo, l’induismo o lo zen, vi è anche l’attrazione nei confronti del sufismo come ricerca di un sentiero spirituale alternativo ai valori religiosi cristiani. La tradizione profetica islamica dice che: «Il sufismo è adorare Allāh come se tu Lo avessi visto, e anche se non Lo vedi Egli comunque vede te».

Si tratta di un metodo islamico di perfezionamento dell’equilibrio interiore che si pone al di sopra di ogni obbedienza religiosa. Il sufismo, infatti, sviluppatosi originariamente in Turchia, è una corrente mistica all’interno dell’islam che fonda le sue radici nel Corano ma che contiene antichi valori dello sciamanesimo centro-asiatico. Non è una scuola teologica o una setta: i sufi sono musulmani che aspirano alla trascendenza attraverso un elaborato percorso interiore e pratiche esteriori ed esoteriche.

Alle origini, nel VIII secolo d.C., i sufi erano asceti che dimoravano nel deserto vestiti di una lunga tunica di lana e praticavano la povertà (dervish). L’ascetismo è il loro punto di partenza come percorso di purificazione per raggiungere lo stato mistico in cui scompare l’umano ed emerge il divino. Sotto la guida di un maestro spirituale che guida verso l’annullamento della propria volontà, il discepolo si abbandona alla povertà e all’umiltà che però, per contraddizione, diventa l’orgoglio di un sufi. Oltre all’annullamento della volontà di fronte a Dio, il loro misticismo mira a far scomparire la coscienza di se stessi e del mondo per riprodurre la situazione in cui tutto era solo nella mente di Dio. Si può intravedere in questa teoria trascendente un riferimento ad un monismo neo platonico di richiamo al mondo delle idee divine in cui vi è l’essenza della vera realtà. Oltre a questo elemento derivante dalla filosofia greca, si trovano nel sufismo influssi delle filosofie indiane con influenze riferite allo yoga ed alle tecniche di respirazione e di recitazione di mantra. Si possono cogliere, inoltre, anche influenze derivate dal cristianesimo siriano da cui i sufi hanno attinto il concetto di amore verso il prossimo, nel servire ed aiutare gli altri non solo con la preghiera ma anche con le azioni.

Il cammino del sufi, che procede dall’esteriorità all’interiorità, ed è comunque inseparabile dalla rivelazione islamica a cui appartiene, si fonda sull’accettazione e sulla fiducia in tutte le leggi di Allah e procede attraverso l’astinenza, la povertà, e l’amore per la conoscenza del divino, non perseguita attraverso un procedimento teologico speculativo ma con un completo abbandono di sé. Dalla lettura e dalle interpretazioni del Corano essi attingono i principi di rispetto della persona, della libertà di religione, della pace fra gli uomini e di un comportamento etico impeccabile. I sufi possono vivere isolatamente ma sono generalmente raccolti in confraternite attraverso cui intraprendono il percorso di iniziazione. Non vi è obbligo di celibato, se non come meta suprema, e gli adepti possono sposarsi e condurre una vita nel mondo pur non possedendo nulla. I riti di iniziazione all’interno della confraternita si svolgono in cicli di sette anni nel simbolismo dei sette gradi dell’ascesi mistica. Essi sono rappresentati dai simboli del suono, della luce, dei numeri, dalle lettere, dalla parola, dal simbolo e dal ritmo e simmetria, il cui insegnamento, sempre più approfondito, si svolge ciclicamente in una sequenza di ripetitività che conduce gradatamente all’evoluzione culturale e all’innalzamento spirituale.

Una delle pratiche più conosciute del sufismo è il dhikr (un atto di ripetizione di una formula che richiama il ricordo di Allah) che, insieme alla “danza dei dervisci” (i poveri), facilitano l’esperienza di unione con il divino. I discepoli di queste confraternite sufi, in continua ricerca di ascesi e salvezza dal mondo, attraverso una danza rotatoria cercano di raggiungere l’abbandono, l’estasi, per pregare e ricongiungersi a Dio. Questa danza, fatta anche in esibizioni pubbliche, è accompagnata da poesia religiosa cantata e dai suoni di alcuni strumenti musicali come tamburi e flauti, ai fini di creare un’intensa tensione religiosa devozionale. Questa tradizionale danza sacra rappresenta il movimento dei dervisci rotanti su sé stessi come pianeti, simulato in un movimento precisissimo e coordinato tra i membri del gruppo danzante. La danza prosegue a ritmi parossistici, fino a quando tutti i dervisci non si accasciano al suolo privi di conoscenza nel momento che simboleggia il raggiungimento dell’estasi e la perdita del contatto col mondo esteriore.

Questi riti, insieme alle preghiere supererogatorie (aggiuntive a quelle obbligatorie), all’iniziazione del maestro come atto di sottomissione del discepolo, alla visita alle tombe sei santi sufi ed all’impronta di carattere esoterico delle confraternite, hanno contribuito a rendere il sufismo sgradito a quelle correnti islamiste che vedono nell’ortodossia la sola strada del vero islam. L’slam ufficiale, infatti, considera arbitraria l’interpretazione che i sufi fanno della sharia (la legge coranica), che viene considerata addirittura blasfema e oltraggiosa dai fondamentalisti e dai salafisti (puristi islamici). Oltre alle divergenze dottrinali, inoltre, vi sono aspetti politici di scontro con le idee estremiste salafite jihadiste che collocano i sufisti all’estremo opposto dell’ortodossia islamica. La capacità dei mistici sufi di rimanere distaccati dalle convenzioni sociali, il loro quietismo politico e la loro moderazione anti jihad, li ha infatti resi oggetto di attacchi terroristici da parte degli islamici radicali. La distruzione dei santuari sufi e gli attentati nelle loro moschee in paesi come la Libia, il Pakistan o il Mali ad opera dei salafiti-jihadisti rappresentano, infatti, i segnali di una guerra contro il sufismo che va ben oltre le argomentazioni e divergenze dottrinali o la contrarietà alla pratica blasfema di venerazione delle tombe dei santi profeti sufi.

Inizialmente destinato a una cerchia ristretta di adepti, il sufismo si è sviluppato con la nascita delle confraternite richiamando migliaia di adepti e affiliati sparsi in tutto il mondo. Queste congregazioni hanno ancora la loro massima concentrazione in medio ed estremo oriente e nel subcontinente indiano. Dagli inizi del secolo scorso il sufismo ha iniziato a diffondersi anche in Europa e in America non solo attraverso l’immigrazione ma anche grazie alla diffusione di questa forma di spiritualità da parte di alcuni intellettuali di spicco come il francese René Guénon (1886-1951), il filosofo che divenne musulmano. Guénon che fece una critica intransigente del mondo moderno occidentale e dei suoi valori ormai compromessi e delle sue “superstizioni”, ritrovò nelle tradizioni orientali e panislamismo dei sufi una purezza spirituale originaria. Egli, infatti, era convinto che solo l’oriente avesse conservato i veri valori tradizionali religiosi e con essi la possibilità dell’iniziazione e realizzazione spirituale. Un suo allievo, Frithjof Schuon, (1907-1998) fondò a Losanna nel 1934 la prima confraternita europea di sufi.

In Italia un riferimento a un sufista ormai noto è quello di Franco Battiato che negli anni ʼ70 fece un viaggio a Konya, città dei sufi in Turchia, per incontrare i dervisci Mawlawī o danzanti, (ordine fondato nel XIII sec. d.C. dal poeta mistico Jalāl al-Dīn Rūmī 1207-1273) e conoscerne la loro cultura. Da quell’esperienza umana prima ancora che artistica, che lo portò ad abbracciare il sufismo e ritrovare una spiritualità e affinità personale nei mistici sufi, come lui stesso racconta, si sono poi originate opere musicali come Voglio vederti danzare (L’arca di Noè) e Il re del mondo (L’era del Cinghiale Bianco) e spettacoli teatrali con la presenza degli stessi dervisci come quello di Genesi del 1987.

«Vivo nel sacro e la mia musica riflette questa dimensione» (F. Battiato)

 

FONTI:

William C. Chittick, Il sufismo, trad. F. A. Leccese, Einaudi, Torino, 2009.

Seyyed Hossein Nasr, Il sufismo, trad. di D. Venturi, Rusconi, Milano, 1975.

René Guénon, Scritti sull’esoterismo islamico e il Taoismo, Adelphi, Milano, 1993.

Jalāl al-Dīn Rūmī, Il libro delle profondità interiori, trad. di R. Schenardi, Luni editrice, Milano, 2017.

Paolo Jachia, E ti vengo a cercare. Franco Battiato e il sacro, Ancora, Milano, 2005.