Il mio nome è Matteo Moretti e sono un luogo comune. Avete presente quei giovani non più così giovani di cui parlano in tv scuotendo la testa? Ecco quei giovani sono io. Guadagno 1.000 euro al mese per lavorare in un’azienda che non mi piace e a cui non piaccio io, e tutti non fanno altro che ripetermi quanto sono fortunato. Non so se mi rinnoveranno il contratto, non so dove sarò tra sei mesi, non so quale sarà il mio futuro, non so niente di niente.

Queste parole del protagonista aprono la frizzante commedia italiana del 2009 “Generazione 1000 Euro”.

Per riassumere, tale Matteo Moretti, 31enne trapiantato a Milano per studio e poi lavoro, vive con altri ragazzi fuori sede in una bettola di prima categoria che paga come un resort 5 stelle. Egli, dopo una laurea in materie scientifiche, un master ed un dottorato, lavora presso un’azienda nel dipartimento marketing ed è un precario. Il suo sogno è di intraprendere la carriera accademica ma ad ogni concorso pubblico viene ostacolato dall’ennesimo “nipote di un senatore”, nell’eterna speranza che “sti nipoti finiranno prima o poi”. Il film mette in luce alcuni luoghi comuni italiani che purtroppo rispecchiano molte realtà.  Nonostante gli ormai 10 anni fa a cui risale il film, le cose non sono cambiate e la pellicola risulta essere quanto mai spaventosamente attuale. Una storia come tante in cui Matteo rappresenta il tipico 30 enne attuale: laureato, sottopagato e dal futuro incerto ma non per questo meno speranzoso e tenace. Non vive più in casa con i genitori ma lo spauracchio di dover tornare a vivere con loro è in agguato dietro l’angolo, a causa dall’eventuale mancato rinnovo del contratto di lavoro.

I 30 anni non sono i nuovi 20

Avere 30 anni al giorno d’oggi non è una cosa semplice, ma, direbbero smettiamola di confonderli con i ventenni solo perché la maggior parte di loro vivono ancora con i genitori, chi per scelta chi per necessità. I 30 anni sono 30 anni. A 30 anni si hanno certe consapevolezze o almeno si dovrebbero avere, a 20 si fanno tentativi. A 30 anni si guardano le cose così per come sono, a 20 le si guarda con gli occhi del possibile. A 30 anni si fanno i bilanci dell’adolescenza, a 20 la si sfrutta a pieno.

I trentenni del giorno d’oggi sono la generazione più istruita nella storia e paradossalmente anche quella con meno possibilità di trovare un lavoro dalle condizioni decorose. La generazione dei primi Erasmus e dei primi stage all’estero, che parla almeno 2 lingue e spesso ha visto parte almeno dell’Europa grazie ai voli low cost e che ha amici in giro per il mondo. La generazione nata insieme alla concretizzazione del progetto europeo. Una generazione però che rischiamo di perdere se non si iniziano a fare politiche di sviluppo serie per combattere il precariato giovanile, perché i giovani di oggi sono gli anziani di domani che, così procedendo, si ritroveranno un giorno senza neanche una pensione.

I trentenni hanno gli strumenti per spaccare il mondo ma non le occasioni. Molti iniziano così a soffrire di ansia verso un futuro che tarda ad arrivare e che spesso non si vede neanche all’orizzonte. Ansia verso le aspettative che erano state riposte in loro e nella loro costosa educazione ma che portano ad un call center. Colloqui su colloqui, dove sono richieste soft skills, 4 lingue, una laurea, un periodo all’estero, un master, dell’esperienza pregressa, in cambio di un misero contratto, di una misera posizione che spesso anni fa veniva tranquillamente affidata ad un diplomato. E poi magari arriva la porta in faccia. Tutto ciò a lungo andare può creare frustrazione, rabbia ed una crescente insicurezza data dal non trovare il proprio posto nel mondo come se fosse propri il mondo e non trovarli adeguati. Chiedono quindi di non essere biasimati se cercano di trovare un lavoro adatto a loro, perché ricercare un lavoro per il quale alzarsi alla mattina con il sorriso non è certo un peccato da condannare. La ricerca di quel qualcosa che vagamente assomiglia alla felicità è un diritto di tutti e forse è anche un dovere.

I nostri genitori, si dicono, alla nostra età fecero semplicemente di necessità una virtù e ottennero successo.

l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”

Così dice l’incipit della nostra Costituzione ma 4 trentenni italiani su 10 sono disoccupati egli altri 6 sopravvivono. I trentenni italiani, per ora, riescono a sopravvivere solo grazie ai genitori che possono permettergli lo stile di vita con il quale sono cresciuti, ma oltre i muri della casa famigliare la situazione è ben diversa. Nel 2017 infatti il 27.7% dei giovani europei erano considerati a rischio povertà. I vulnerabili diventano così ancora più vulnerabili.

Nello scorso mese di dicembre sono stati resi noti i dati Eurostat riguardo i giovani, ed il ritratto che ne è emerso è che gli italiani sono ancora i “mammoni” d’Europa (88,3%) solo dopo Slovacchia e Croazia. 2 giovani su 3 tra i 18 ed i 34 anni vivono ancora con i genitori. Una realtà così diversa da quella a cui ci hanno abituati i film americani dove l’iscrizione al college coincide con la fuoriuscita dalla casa famigliare.  È necessario però suddividere in due categorie: i mammoni volontari consapevoli e i mammoni che non hanno molta scelta.

Chi sono i mammoni per scelta?

Sono coloro che, soprattutto maschi, (73% contro il 62% delle femmine) non vogliono rinunciare al benessere di vivere a casa con i genitori, di non doversi occupare delle faccende di casa, che sembra semplice ma non lo è o meglio per alcuni è una vera fatica. Secondo i malevoli sono coloro che, ironia della sorte, avrebbero anche gli strumenti economici per emanciparsi, ma preferiscono fare gli eterni Peter Pan, finché, magari, non trovano una ragazza che si sostituisca alla madre ossia colei che gli garantisca la stessa servizievole e confortevole vita da casa. Non tutti sentono il bisogno di emanciparsi e molto spesso l’atteggiamento dei genitori non li aiuta  a trovare tale spinta.

Altri ancora fanno i “choosy”. Coloro che preferiscono stare a casa da mamma e papà a fare i mantenuti, rifiutando lavori, seppur magari umili, soprattutto se non hanno voluto continuare gli studi. È noto ormai anche all’opinione pubblica che ci sono molti imprenditori che cercano figure professionali formate o addirittura da formare per fare lavori manuali e che non trovano giovani spugne da impiegarvi. Tali imprenditori trovano più candidati  disponibili tra gli stranieri che non hanno difficoltà ad alzarsi alle 5 del mattino a mungere una mucca, inclusi Natale e a Capodanno.

Ne emerge una fotografia di alcuni giovani che in periodo di crisi e di reddito di cittadinanza fa venire i brividi.

Chi di scelta non ne ha

Poi ci sono coloro che mammoni non sono ma vi si devono adattare. Coloro che non vedrebbero l’ora di fare le valigie e vivere in una casetta propria, ma sanno che senza uno stipendio vero e proprio non si va da nessuna parte. E vi è di più, perché rinunciare ad una casa accogliente, con tutti i comfort per andare a vivere in una casa, magari in condivisione con altre persone, magari sconosciute, spendendo almeno il 60% di quel già magro stipendio, soprattutto se si guardano gli affitti nelle città. Giovani che spesso fanno lavoretti, più di uno, con dignità.

Una cosa è certa: l’Italia, al momento, non è un paese per giovani, mammoni o no.