Il Quarto stato è stato realizzato nel 1901 da Giuseppe Pellizza da Volpedo. Tuttavia, prima di presentarsi nella sua versione finale – ovvero quella che vediamo oggi esposta al Museo del Novecento – il quadro ha subito diverse metamorfosi che hanno mutato gradualmente il suo aspetto.

Nel 1891, l’artista assiste a una manifestazione da parte di alcuni operai che protestano per le precarie condizioni di lavoro. Pellizza decide d’immortalare quell’esatto momento in un dipinto. Nel giro di qualche mese, il lavoro è completato: i protagonisti – al centro – sono tre uomini che marciano verso l’osservatore: rappresentano le componenti della classe sociale più umile dell’epoca. Alle loro spalle, una grande folla li segue.

Nel 1895, continua la rielaborazione dell’opera, l’artista decide di abbandonare la struttura precedente per inserire un numero sempre maggiore di persone al seguito dei tre protagonisti. Pellizza da Volpedo aggiunge anche una donna in primo piano che regge un bambino tra le sue braccia, a simboleggiare l’umanità. Fino al 1898, l’artista continuò a lavorare e modificare la scena, con l’intento di rappresentare la collettività che procede verso il futuro, in un clima di giustizia. Nello stesso anno, i Moti di Milano e il massacro di Bava-Beccaris spronano Pellizza da Volpedo a terminare il suo lavoro. In questi anni, la grande fiumana di persone prende sempre più le sembianze di un gruppo, disposto a cuneo e rivolto verso lo spettatore. I protagonisti ora non sono più dei semplici uomini, ma lavoratori: hanno trasformato la propria lotta per i diritti in una lotta politica.

«Gli uomini e le donne marciano sicuri per la piazza, con un passo lento e deciso, lasciando intuire che la vittoria è ormai nelle loro mani. (…) L’obiettivo era quello di celebrare la vittoria della classe operaia, e non più, rappresentare, più semplicemente, un evento isolato.»

I manifestanti mostrano di essere calmi e pacati, quasi fossero consci di avere la vittoria dalla loro parte; lo fa pensare il fatto che molti di loro sono stati ritratti in atteggiamenti naturali: c’è chi si copre dal sole, chi guarda in altre direzioni… Sui loro volti traspare la volontà di rivendicare i propri diritti. Il titolo dell’opera, Quarto stato, si riferisce a un termine utilizzato durante la rivoluzione industriale ottocentesca. Veniva così indicata la classe lavoratrice formata da operai, contadini e artigiani. Il termine, nello specifico, nasce durante la Rivoluzione francese, per indicare lo strato più basso della società: i subalterni al terzo stato, ovvero la borghesia. Il Quarto stato è considerato un primo esempio di manifesto figurativo delle lotte sociali e può ancora considerarsi come il manifesto della lotta operaia, l’icona del Primo Maggio. In tale data, si celebra la Festa del lavoro, in ricordo della rivolta dei lavoratori di Chicago, avvenuta nel 1886 e repressa nel sangue. Con questa ricorrenza, si rammenta la lotta internazionale di tutti i lavoratori, senza barriere geografiche, né sociali, per affermare i propri diritti e migliorare la propria condizione. Pellizza dà voce alla lotta di classe del proletariato, sostenendo che la «forza vera sta nei lavoratori che con tenacia nei loro ideali obbligano altri uomini a seguirli o a sgombrare il passo perché non c’è potere retrogrado che possa arrestarli».

Il Quarto stato, dunque, è ancora un quadro contemporaneo? Rimane, nel tempo, rappresentazione universale di ricerca di giustizia. In un periodo storico come questo, dove i diritti delle classi più deboli finiscono sempre più sotto il tappeto, dovremmo tutti ricordarci di quest’opera che vede i più poveri, con coraggio e fierezza, portare agli occhi di tutti la propria posizione nel mondo, con la speranza concreta di avere anche loro – nonostante la posizione svantaggiata –  degli strumenti per poterlo migliorare.

Un gruppo compatto e unito viaggia verso un’unica meta: l’altro, che però deve essere in grado di mettersi in ascolto, poiché nessuno si salva da solo. Questo quadro, dunque, deve rimanere contemporaneo, per ricordarci che è necessario far sentire la voce di tutti.