“There’s no place for racism in football. There’s no place for racism anywhere at all.”

Sono le parole con cui Mohammed Salah si è espresso in merito alla recente vicenda di razzismo verificatasi presso lo stadio San Siro di Milano nei confronti del difensore del Napoli Kalidou Koulibaly. Dobbiamo aggiungere al “calcio” a cui fa riferimento Salah lo sport in genere. Effettivamente lo sport ha avuto, da sempre, un’importanza notevole per l’uomo. Già nel Paleolitico l’uomo utilizzava le proprie abilità fisiche per conoscere il mondo circostante, oggi lo sport è al centro della vita sociale di tutte le comunità e spesso è stato anche mezzo per trasmettere valori di lealtà, onestà, gioco di squadra, rispetto. Negli ultimi anni, però, lo sport è stato anche reso veicolo di idee razziste.

È proprio ciò che è avvenuto nel recente episodio di cui parlavamo. In una partita Inter-Napoli, Koulibaly è divenuto vittima di pressanti cori razzisti da parte dei tifosi interisti. La rivalità tra le due tifoserie delle squadre è stata tale  che ha portato nel corso di questa gara anche alla morte di uno degli ultrà interisti. Koulibaly è stato poi anche espulso nel corso del gioco e, infatti, quando ha risposto a questi insulti nei suoi confronti, con un post su Instagram, ha detto: “Mi dispiace per la sconfitta e soprattutto per aver lasciato i miei fratelli! Però sono orgoglioso del colore della mia pelle. Di essere francese, senegalese, napoletano: uomo.

Il difensore ha ricevuto messaggi di affetto e supporto da molti dei suoi colleghi che si sono stretti intorno a lui per dargli forza. Mauro Icardi, capitano della stessa Inter, si è detto deluso dall’accaduto e ha detto basta al razzismo e alla discriminazione, ricevendo la riconoscenza anche dello stesso Koulibaly. Tra gli altri calciatori che sono intervenuti sulla questione anche Cristiano Ronaldo, Dries Mertens, Mario Balotelli, il già citato Mohammed Salah, Kevin-Prince Boateng, Kwadwo Asamoah.

In realtà, però, il razzismo nello sport ha le sue radici nel passato, come nel caso delle Olimpiadi di Berlino del 1936, durante le quali Adolf Hitler non perde l’occasione per propagandare la superiorità della razza ariana nello sport così come nella vita quotidiana. Ma a dargli uno schiaffo morale fu Jesse Owens, velocista statunitense di colore, che ottenne ben quattro medaglie d’oro, opponendosi dunque alle teorie demenziali messe a punto dal Fùhrer.

Poi, come abbiamo detto, negli ultimi anni il fenomeno ha fatto di nuovo capolinea nello sport, e soprattutto nel calcio, con modalità preoccupanti. Il già citato Kevin-Prince Boateng, intervenuto in favore di Koulibaly nel suo post ha scritto: I am, you are, we all are Kalidou Koulibaly. Probabilmente Boateng quando scriveva queste parole aveva in mente la sua stessa esperienza perché anche lui nel 2013 è stato vittima di insulti xenofobi in occasione della partita Pro Patria-Milan durante la quale il calciatore, esasperato dai cori nei suoi confronti, lancia la palla sugli spalti, si toglie la maglia e lascia il campo, seguito e accompagnato dai suoi compagni, ottenendo, così, l’interruzione della partita dopo solo mezzora di gioco.

Un altro episodio di questo tipo si verificò in una partita Milan-Roma dello stesso 2013, durante la quale i tifosi romani si scatenarono in coro contro Mario Balotelli e lo insultarono con il classico “verso della scimmia”, la partita fu interrotta per 1’30’’.

Dovremmo fare in modo che lo sport torni a essere, piuttosto, esempio di rispetto reciproco, si dovrebbero mettere a punto regole più rigide, prendere provvedimenti più seri nei confronti di questi insulti gratuiti per porre finalmente un punto definitivo al razzismo nel calcio, nello sport in generale e nella vita quotidiana e anche all’ignoranza di certe folli e insensate idee che ci legano ancora all’assurda mentalità del Fùhrer.

Considerando quanto il calcio possa plasmare le menti nel nostro Paese, punire severamente chi si permette di offendere l’etnia di un giocatore lancerebbe un messaggio importante. Spesso tali problematiche vengono sottovalutate e questo “lasciar correre” influenza la mente degli spettatori, che pian piano diventano sempre più indifferenti al tema, come fosse la normalità, specialmente i giovani tifosi questa indifferenza può essere davvero dannosa. Sono loro, infatti, le menti malleabili che costituiranno gli adulti di domani, educarli al rispetto verso l’altro e alla correttezza nello sport gioverebbe a tutta la società del futuro.

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