Se c’è un proposito fondamentale per il nuovo anno appena iniziato e per cui dovremmo impegnarci tutti, è quello di costruire una società meno sessista e più paritaria. Il terreno è già stato in parte battuto negli ultimi anni ma la strada da percorrere è ancora lunga e il percorso deve partire dal basso, ovvero dalla formazione delle nuovissime generazioni. Se il dibattito attorno alla disparità di genere nei testi di scuola è di primaria importanza, lo è altrettanto quello sugli esempi letterari e cinematografici da cui attingono i bambini al di fuori della sfera scolastica.

A noi millennials sono “toccati” i classici Disney – trasposizioni cinematografiche nate dal genio di Walt Disney, che si è ispirato ad antichi racconti popolari o alle penne di autori come Christian Andersen, Charles Perrault e i fratelli Grimm – che a loro volta hanno alimentato ulteriormente la pubblicazione di varianti letterarie da parte delle più note case editrici. Insomma, che siate bibliofili o cinefili, in qualche modo avrete tutti fatto la conoscenza, nei primi anni di età, delle più note principesse dei racconti Disney. Qualcuno, da piccolo, certamente avrà storto il naso etichettandole come “storie da femmine”, mentre molte bambine avranno sognato di diventare affascinanti come Belle, sposare un principe azzurro e vivere per sempre felici e contente.

Non sono da biasimare i bambini che hanno snobbato queste “storie da femmine”, considerato che le figure maschili ricoprono al loro interno un ruolo marginale – spesso i principi non hanno nemmeno un nome che li identifichi, è sufficiente sapere che siano belli e, appunto, principi – ma anche più di qualche bambina sognante avrà, dopo qualche anno, rivalutato le sue eroine principesche e le loro dubbie virtù: bellezza, ingenuità, umiltà, eccessiva bontà, buone maniere; certo, non dei difetti, ma se diventano le caratteristiche dell’unico ideale possibile da raggiungere, risultano parecchio limitanti.

Il quadro che viene fuori dall’immaginario legato alle fiabe disneyane è costituito dall’insieme di stereotipi che vi ricorrono, come la cristallizzazione dei ruoli di genere: la donna si occupa dei lavori domestici e l’uomo si dedica alla caccia e alle attività belliche; l’invidia tra donne, di cui riportano esempio soprattutto Cenerentola, odiata per la sua bellezza dalle sorellastre, e Biancaneve, mira della frustrazione della matrigna e strega cattiva; la pressoché nulla personalità degli uomini, che si innamorano perdutamente a prima vista o al primo ascolto (La Sirenetta); e ancora, l’idea di bellezza come caratteristica imprescindibile per essere amate o realizzarsi nella vita. Infine, primo tra tutti, lo stereotipo per cui la fanciulla di turno possa essere salvata da una sorte infausta solo grazie all’intervento del principe azzurro.

Si potrebbe essere indotti a pensare che la staticità dei ruoli di genere nelle fiabe sia frutto della deformazione disneyana, ma è in realtà deludente scoprire che le versioni originali, molto spesso, forniscono alternative ancora più svilenti per entrambi i sessi: nella versione dei fratelli Grimm le sorellastre di Cenerentola, pur di calzare la scarpetta e consegnarsi al principe, si tagliano le dita dei piedi, mentre la Bella addormentata – personaggio creato col nome di Talia dalla penna di Giambattista Basile nel 1634, nel racconto Sole, Luna e Talia – viene violentata da un re di passaggio mentre si trovava ancora incosciente e inerme. È sufficiente?

Tornando alle versioni meno cruente, è opportuno specificare che, negli anni, le produzioni Disney hanno raddrizzato il tiro, soprattutto a partire da Pocahontas (1995) e Mulan (1998), che rappresentano eroine coraggiose, ribelli e combattive, anche se il lieto fine resta inscindibile dal congiungimento amoroso. Vero è che, ancora nei primi anni ’90, si manifestava la Sindrome di Stoccolma di Belle ne La Bella e la bestia: lei innamorata persa del suo carnefice, lui nei panni dell’uomo (immaginario) che, grazie all’amore della compagna, può tramutarsi da bestia in principe azzurro.

Negli ultimi anni il riscatto cinematografico è avvenuto con le nuove storie Disney, come Frozen e The Brave, le cui eroine, Elsa e Merida, finalmente si scollano di dosso l’obbligo di maritarsi. Così, anche la letteratura si distacca progressivamente dalle fiabe tradizionali per abbracciare modelli alternativi.

Tra gli esempi italiani, le case editrici hanno ideato collane come Sirene e Belle, astute e coraggiose (EL Edizioni) che raccontano storie di artiste come Peggy Guggenheim e Artemisia Gentileschi, proponendo modelli femminili eclettici e talentuosi. Anche la casa editrice Rapsodia si evolve in questo senso, introducendo la collana Antiprincipesse – trasposizione della rispettiva collana argentina – che si apre con un volume dedicato a Frida Kahlo. Come non menzionare poi Storie della buonanotte per bambine ribelli: 100 vite di donne straordinarie di Francesca Cavallo ed Elena Favilli, pubblicato in Italia da Mondadori.

Per ritornare al proposito di partenza, bandire del tutto le fiabe tradizionali è impensabile e anche sciocco, come lo è demonizzare in toto dei racconti che, pur con i loro limiti, hanno contribuito a diffondere insegnamenti di bontà, generosità e lealtà. Il rischio sarebbe quello di proporre un modello anti-principesco che sia ugualmente stereotipato e respinga caratteristiche e ideali positivi come il romanticismo, la ricerca dell’amore e la sensibilità. Allo stesso modo, è superficiale sminuire la questione a un cruccio “radical-femminista” o a una sterile polemica: ciò che i bambini apprendono – anche indirettamente e in maniera ludica – nei primissimi anni di vita, è ciò che si sedimenta maggiormente alla base del pensiero ed è per questo più difficile da modificare. Assimilare passivamente gli stereotipi di cui si è parlato è esattamente ciò di cui oggi, in una società ancora profondamente patriarcale, non abbiamo bisogno. Occorrerebbe piuttosto spiegare ai bambini che certi modelli non sono gli unici possibili – oltre a essere anacronistici, poiché frutto di antiche storie tramandate dai racconti popolari – e che le alternative esistono. Le fiabe devono continuare a far sognare, proponendo personaggi diversi in cui potersi identificare e aiutando a sviluppare le personali inclinazioni, fuori da rigidi schemi prestabiliti in cui inquadrarsi.