Raggiungo San Donato facilmente. Nella piazza di fronte a Back Door qualche commerciante sta smantellando il banco, attraverso la piazza del mercato rionale e raggiungo il negozio. La serranda è abbassata per metà, busso sulla vetrina allestita per natale, Maurizio è dentro, sorridente. Mi accoglie e mi porta subito nel back door del suo Back Door, è quasi un inception. Raccoglie due sgabelli tra gli scatoloni di vinili, libri i CD, sulla parete dietro di lui un calendario sexy molto anni ’90. Intervisto un intervistatore, secondo inception in pochi minuti. Laureato in giurisprudenza, lascia la carriera forense per diventare una delle firme più prestigiose di Rumore e speaker di Radio Flash. Ha pubblicato tre libri e dal 1995 gestisce Back Door, uno dei negozi di dischi storici di Torino, un crocevia per collezionisti e artisti, dai Portishead ai Sonic Youth. Maurizio Blatto si racconta in un’intervista ricca di aneddoti musicali e non.

Quando hai iniziato a lavorare nel negozio di dischi?

Back Door apre nel 1982 grazie Franco Murgia, possiamo dire che è tra i negozi di dischi storici di Torino. Oggi io e Franco siamo soci, ma prima di condividere il negozio avevo preso una strada completamente diversa. Sono laureato in diritto del lavoro, ero indirizzato verso una carriera in comunità europea e ho scritto una tesi sulle leggi di sicurezza sui luoghi di lavoro. In poco tempo mi sono ritrovato a fare praticantato in azienda svolgendo un lavoro completamente diverso da quello che avevo in mente in ambito legale. Prima di laurearmi passavo le giornate leggendo le riviste specializzate come Musically Express e Rockerilla nascoste dentro ai testi di codice di diritto civile. Sono arrivato a Back Door nel 1995, ero già cliente del negozio e in quegli anni iniziavo a scrivere di musica e aiutavo il negozio come consulente, soprattutto durante le convention di dischi rari. A un certo punto mi ritrovo con due lavori e decido di buttare all’aria la carriera forense dedicandomi al negozio e al giornalismo. Se ci penso credo sia stata una follia, anche se a parer mio gli anni ’90 sono stati la vera età dell’oro della musica. Si tende a pensare agli anni ’60 perché nasce il rock, ma dal punto di vista del mercato la vendita dei dischi era in espansione, basta pensare alla famosa battaglia tra Oasis e Blur, a colpi di milioni di copie vendute. Mi ricordo che il mattino stesso dell’uscita del disco dei June of 44, annunciato dalle riviste specializzate, c’era la fila di fronte al negozio ancor prima che aprisse. C’è da dire che la band non era tra le più conosciute, era un periodo in cui il web non aveva ancora cambiato la società. Oggi una cosa del genere è impensabile, sia in termini di vendite che di attenzione rispetto a quello che accade nel mondo musicale.

Quando hai iniziato il tuo percorso da critico musicale?

Mentre lavoravo a Back Door, già scrivevo. Prima del negozio gestivo con amici una fanzine che fotocopiavamo e distribuivamo gratis ai concerti. Nel frattempo frequentavo diverse radio private che dalle dieci di sera alle cinque del mattino lasciavano la possibilità a chiunque di occupare il palinsesto e in quel modo, senza prendere una lira, ho fatto palestra. Una di queste radio trasmetteva di fronte al cimitero, all’epoca selezionavo soprattutto dischi Dark New Wave, dalla finestra vedevo i lumini delle lapidi mentre mettevo i dischi dei Joy Division. Poi sono approdato a Radio Flash che negli anni ’90 era una potenza. Entro quasi subito nella redazione di Rumore perché il nucleo della radio era più o meno lo stesso della rivista. Il direttore artistico di entrambe era Alberto Campo, che tutt’ora considero il mio maestro, il vicedirettore era Paolo Ferrari, poi c’erano Rossano Lo Mele, attuale direttore artistico di Rumore, Carlo Bordone e Giorgio Vallette, tutti trasmettevano e nello stesso tempo scrivevano. Ripensandoci ci si faceva un discreto culo. Di giorno lavoravo in negozio e durante la pausa pranzo schizzavo con il bus o la bici per andare a trasmettere in radio, che era in Piazza Solferino, poi ritornavo a Back Door. Scrivevo tantissimo di notte. Nel frattempo nasceva la mia prima figlia, di notte davo il cambio a mia moglieper badare alla piccola e riprendevo a scrivere.

Com’è cambiato il mercato musicale nel corso del tempo?

Per tutte le attività che ruotano intorno alla musica c’è stata una frattura netta tra epoca pre-mp3 e post-mp3. Per quanto riguarda i negozi di dischi c’è stato un crollo totale che ha determinato un ground zero in cui sembrava che nessuno ce la potesse fare a causa dei programmi di sharing come Napster ed Emule. Da queste polveri tanti non sono riusciti a rialzarsi come ad esempio i vecchi negozi massimalisti di quartiere, che lavoravano solo sul mainstream. Chi è riuscito a resistere si è costruito un’identità forte, ha lavorato bene sulla propria clientela e sulle proposte originali. Per fortuna c’è ancora chi è stato abituato a comprare i dischi per sentirsi parte di una scena musicale e per il culto dell’oggetto, chi compra le riviste perché si fida della critica. Ecco, quel piccolo mondo antico che è resistito al cambiamento seppur sfoltendosi molto, è diventato lo zoccolo duro del nostro negozio. Poi c’è stata una rinascita del vinile, non solo perché è indiscutibilmente un oggetto affascinante, ma per un rinnovato interesse. Il negozio di dischi rimane tutt’oggi luogo di incontro, di scambio di opinioni, un luogo di socialità reale che non vuole essere abbandonato. Il disco diventa la ciliegina di questa specie di torta, anche se viene cannibalizzato da Amazon.

“…all’epoca selezionavo soprattutto dischi Dark e New Wave…”

Come lavora oggi un negozio di dischi?

Ci sono momenti in cui in negozio non entra nessuno, noi sfruttiamo questi momenti per aggiornare il catalogo o per ascoltare dischi e scrivere un commento e una piccola recensione, un’etichetta che viene applicata per suggerire le nuove proposte. Lavoriamo molto con i dischi rari da collezione. Partiamo dalla ricerca per poi valutare la condizione tramite l’ascolto, bisogna pulire i dischi e restaurarli. Parlo dei piccoli aspetti di manutenzione come la pulizia dalla polvere e i ritocchi di colore sulla copertina, per poi rivalutarli. Qui c’è molto lavoro svolto nel retrobottega, abbiamo bisogno di spazi per organizzare la corrispondenza che ci dà parecchio da fare. Maneggiamo dischi con quotazioni alte, di conseguenza le informazioni che bisogna fornire all’acquirente sono accurate. Per le piattaforme di vendita internazionali c’è bisogno compilare una dettagliata scheda di valutazione in inglese. Ci consideriamo dei piccoli artigiani.

Qual è il vostro target di riferimento?

La maggior parte dei nostri clienti ha un’età tra 45 e i 65 anni, una volta l’età media era molto più bassa. In passato erano per il 99% maschi, anche in questo caso ci sono stati dei cambiamenti, spesso passano ragazze o coppie che si regalano i dischi per le feste. Seppur in percentuale più bassa c’è un target molto giovane che entra per comprare Hip-hop o la Trap. Oppure ragazzi che hanno un fascino fortissimo verso il Classic rockHendrixDoorsLed Zeppelin, i grandi nomi che vengono vissuti come un’epoca mitica che non hanno potuto frequentare, nomi che hanno lo stesso fascino evocativo dei templari. Quello che viene a mancare secondo me è il pubblico che una volta supportava l’indie rock e l’alternative straniero. I giovani sono più affascinati dai gruppi indiependenti italiani. Tra la clientela abbiamo sempre avuto Dj Funky o Hip-hop, vengono soprattutto alla ricerca delle radici, la parte storica. Non trattiamo dischi Dance o Tekno ma un tipo di elettronica che è tangenziale al mondo del rock, che richiede ascolto, per esempio chi partecipa al Club To Club è il mio stesso pubblico. Il negozio ha sempre fatto scelte di vendita orientate sul non commerciale, un po’ per un antico retaggio che divide il mainstream dall’alternative. Oggi non è più così, lo dimostrano gli articoli di Pitchfork che parlano di Ariana Grande, personalmente faccio un po’ fatica ad accettare che quella divisione netta non esista più. Tra i clienti abbiamo avuto anche diversi musicisti. Mi ricordo la prima volta in cui sono passati i Portishead o Andy Smith, chiedendo musica che all’epoca anche noi snobbavamo, come i 12 pollici di Hip-hop strumentali o le colonne sonore dei film italiani che ancora non erano esplose. Spesso quando i musicisti vengono in città passano da qui, ricordo anche Thurston Moore dei Sonic Youth.

Prima di contattarti direttamente via mail per l’intervista vi ho cercato su quelli che oggi sono i canali tradizionali, ossia Facebook e Instagram, ma non ho trovato né te né il negozio. Come si orientano i clienti e musicisti per arrivare qui?

Ci siamo sempre fatti conoscere con il passaparola, poi in realtà gli appassionati di dischi sono un po’ come i cani da tartufo. Qualche anno fa l’attore Matt Dillon aveva ricevuto La Grolla d’Oro a Saint-Vincent, si stava annoiando e ha chiesto all’autista di portarlo in un negozio di dischi ed è arrivato fino a noi. Per quanto riguarda i social, forse siamo nati con un modo diverso di muoverci. Non ci piacciono quei canali, ci annoiano, so che può aver penalizzato il negozio, abbiamo anche pensato di utilizzarli, abbiamo un sito internet. Sono convito che devi dedicare un sacco di tempo a quei canali e non so veramente quanto possano essere positivi per il negozio. Mi piace anche l’idea di essere fuori del mondo, una piccola realtà di culto. È una questione di identità.

C’è un’identità di San Donato? Come siete collocati all’interno del quartiere?

Per certi aspetti siamo quasi come degli alieni. Ogni tanto passa ancora qualcuno che dice: “Bello il negozio, avete appena aperto?” e quando gli rispondi che siamo qua dall’82 cadono dalle nuvole perché magari abitano a dieci metri e non si sono mai accorti di noi. Siamo una delle attività commerciali più vecchie della zona, San Donato è un quartiere di immigrati sardi, anche Franco ha origine sarda. È una zona con un’identità popolare sana, ci sono vecchi piemontesi, gli immigrati sardi, immigrati stranieri, c’è una piazza col mercato, non è mai successo niente di grave, poi siamo vicino al centro.

La porta sul retro del mercato di San Donato

Quali sono le vostre prospettive per il 2019?

Personalmente non sono positivo per questa città, sono scontento di come è gestita e per l’incapacità di proporre una visione per il futuro, posso dirlo anche in quanto collettore di impressioni da parte dei clienti e operatori del settore. Rispetto ad anni fa è una città più trasandata, meno propositiva. Al di là di ogni colore politico è venuta a mancare quella visione che ha traghettato Torino da città della FIAT a città della cultura. Non mi sembra che le realtà minori siano state supportate come avevano detto di fare, parlo proprio del mondo musicale che conosco bene. Realtà come il Club To Club, che chiama pubblico anche dall’estero, devono essere supportate per il bene dell’economia della città. O si ricomincia a puntare su realtà nuove e imprenditoria minore, proposte culturali, altrimenti la vedo abbastanza grigia. Quando mi capita di lavorare con i giovani ho l’impressione che ci sia una quantità di energia inespressa mostruosa, belle idee anche realizzabili che fanno fatica ad emergere. Oggi c’è gente molto più qualificata di quando abbiamo iniziato a fare questo mestiere, con spazi più limitati dei nostri. Per quanto riguarda l’attività strettamente commerciale, non credo ci saranno grossi cambiamenti. Lavoreremo ancora molto sui clienti e sulle condizioni per cui il negozio venga vissuto per davvero, mantenendo un vero e proprio luogo d’incontro. Comprare in negozio è anche un’esperienza, un tempo rilassato e di qualità in cui ti concedi di parlare di musica con chi condivide la tua stessa passione. Altrimenti la battaglia con Amazon è persa in partenza. Vogliamo essere propositivi, contattare etichette piccole e realtà minori, sono il primo a essere contento quando scopro un gruppo nuovo. Non so in futuro quanto potranno durare i negozi di dischi, sicuramente posso dire che il vinile vivrà in eterno, magari avrà una quota di mercato circoscritta ma non scomparirà. In questi tempi in cui siamo tutti assorbiti da una vita frenetica, il vinile rappresenta una piccola cerimonia del tè. Quello che mi piace di Torino è che è una città ancora piena di librerie e negozi di dischi indipendenti, questo per me vuole dire qualcosa. C’è un modo di vivere, a dispetto di quello che si dice dei torinesi, che è molto sociale, ho sempre apprezzato che in questa città le cose durano un po’ di più. Sicuramente continueremo a lavorare con i collezionisti, un aspetto fondamentale per il negozio. Abbiamo anche qualche libro, ci piacerebbe tenerne di più ma lo spazio in negozio è quello che è.

Cosa chiederesti a un pubblico più giovane per capire cosa cercano da un negozio di dischi?

Io chiedo sempre: “Che cosa ti piace?” Nella mia strana carriera fatta di svolte ho sempre saputo che la musica era la risposta che determinava le mie scelte. Un’attrazione che è rimasta sempre forte per i dischi, la radio, le riviste, i concerti, questa roba qui è sempre stata fondamentale, mi ha dato tantissimo oltre a un vero e proprio mestiere. Te lo dico perché molto spesso quando organizzo incontri nelle scuole e durante i workshop pongo questa domanda ai ragazzi spesso non sanno cosa rispondere.

FONTI E CREDITS

Mattia Muscatello