20 gennaio 2019

Foreign fighters europei condannati a morte, l’Europa non si esprime

Foreign fighters europei condannati a morte, l’Europa non si esprime

Centinaia i foreign fighters europei che rischiano la pena di morte in Iraq e in Siria: sono i “returnees, foreign fighters di ritorno, in francese “revenants”, “zombie”. Tra i circa 5.000 europei andati a combattere per l’Isis nei Paesi di conflitto, numerosi sono stati vinti, e ora sono condannati a morte. Dicono di essere pentiti e chiedono di tornare a casa per essere puniti secondo le leggi europee.

Cosa farne? La domanda è alquanto difficile: hanno torturato, violentato, fatto stragi, e sono tuttora sospettati di essere pericolosi.

Non si tratta solo di uomini, ma anche di donne, mogli o vedove di jihadisti, le quali, seguendo le comuni modalità di adescamento, hanno conosciuto i futuri sposi su internet, per poi seguirli, con l’illusione di un lavoro migliore o di una vita basata su valori più integri di quelli occidentali. Chiedono di poter tornare nei Paesi d’origine, denunciando le disumane condizioni di prigionia a cui sono costrette insieme ai figli.

Una soluzione potrebbe essere la richiesta di estradizione da parte degli Stati di provenienza, che oltretutto sarebbe accettata di buon grado da Iraq e Siria, dove sono già numerosi i condannati a morte. L’Europa, però, non ha ancora preso una decisione. Inoltre, solo in pochi casi i famigliari sono disposti a farsi carico del loro ritorno.

Il rimpatrio dei returnees costituirebbe un rischio troppo grande per l’Europa, al punto che si  accetta la violazione di un principio cardine della nostra civiltà: il rifiuto della pena di morte.

I timori riguardano soprattutto l’effetto blowback, cioè il rischio che questi jihadisti si servano dell’indottrinamento ricevuto al fronte per agire direttamente o indirettamente nel proprio Paese. Direttamente, attraverso attentati, come nel caso degli attacchi terroristici del 13 novembre 2015 a Parigi e del 22 marzo 2016 a Bruxelles, portati a termine da un’unica macro-cellula comprendente diversi ex foreign fighters. Indirettamente, per la possibilità che questi vengano coinvolti in attività secondarie, come il reclutamento o la formazione.

I Paesi europei sono scettici anche nei confronti dell’accoglienza dei figli: potrebbero infatti costituire un rischio in quando indottrinati dall’ideologia del terrore.

La porzione più consistente del flusso europeo proviene dalla Francia, sarebbero circa 2.000 i foreign fighter, tra cui donne e bambini. I francesi sono in maggioranza contrari al rientro di ex-combattenti, ma il presidente Macron avrebbe invitato ad analizzare prudentemente ogni singola situazione. Sono diversi i casi di donne francesi che chiedono il rimpatrio.

Mélina Boughedir, 28 anni, è stata condannata all’ergastolo a Baghdad insieme ai suoi quattro bambini, tre nati in Francia, uno in Iraq. Il marito, Maximilien, era il cuciniere dell’Isis. La donna ha dichiarato di non avere nessun rapporto con l’Isis, ma le autorità francesi non hanno avanzato alcuna richiesta di estradizione. Mélina ha ottenuto solo il rientro dei suoi tre bambini avuti in Francia.

Emilie König, 33 anni, pioniera e reclutatrice della jihad, convertitasi all’Islam a 17 anni, dal 2015 è insieme ai terroristi siriani, oggi è detenuta insieme ad altre donne francesi. Gli avvocati hanno invano proposto che sia giudicata in Francia.

I foreign fighters tedeschi sono circa 1.000, di cui 200 già rientrati, degli altri si sa poco, alcuni sono stati condannati a morte, nonostante le autorità di Berlino abbiano dichiarato di essere contrarie alla pena di morte.

Linda Wenzel, di soli 16 anni, tedesca di origine marocchina, è stata arrestata dagli iracheni ma, essendo minorenne, le autorità tedesche sono riuscite ad evitarle la pena capitale, senza tuttavia richiederne la riconsegna.

In Gran Bretagna invece i foreign fighters sono circa 850. Tra questi Jack Abrahm Letts, 23 anni, di Oxford, detenuto nel carcere di Qamishli in Siria, vorrebbe tornare nel suo Paese. È stato intervistato dalla BBC e ha inviato un video alla famiglia dicendo di essere stato torturato. I genitori stanno lottando in tutti i modi per riaverlo, anche con lo sciopero della fame, ma invano. Le autorità inglesi sembrano voler ostacolare il suo ritorno, tanto che i genitori sono stati accusati di “finanziamento al terrorismo” per aver invano inviato al figlio denaro per cercare di liberarlo.

Questa è la condotta mantenuta all’incirca da tutti i Paesi europei: tendono a “lavarsene le mani”, poiché affrontare un problema di tale portata è assai complicato.

Le autorità giudiziarie dei Paesi in cui i returnees sono detenuti, sono solitamente influenzate dai governi europei, pertanto hanno sempre cercato di limitare le condanne agli ex-combattenti occidentali, anche se non sempre: il 21 gennaio in Iraq un’estremista tedesca, di cui non si sa ancora l’identità, è stata impiccata. L’Iraq in particolare, dopo un cauto inizio, sembra che abbia aumentato le esecuzioni tanto da essere considerato uno dei Paesi in cui avvengono più esecuzioni al mondo. A maggio 300 uomini e 40 donne, tra vedove e attiviste dell’Isis, sono stati condannati a morte e con processi assai brevi, per cui non si sa se alcuni di loro avrebbero potuto scampare la pena. In Siria la situazione è ancora più drammatica dal momento che non è stato ancora legalmente dichiarato uno “stato di guerra”, quindi non si conosce il tipo di giurisdizione sotto cui ricadono i condannati.

Processi brevi e non regolamentati occultano le responsabilità degli stati europei che, vedendo nei connazionali jihadisti dei traditori e dei nemici, si sentono legittimati a “chiudere un occhio”. Si aggiunge che non sono stati ancora messi a punto programmi speciali per il recupero di individui che abbiano partecipato volontariamente ad atti di una violenza inaudita.

In questo modo, anche se indirettamente, la pena di morte rischia di tornare in Europa.

 

 

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