«Di Gilgamesh che vide ogni cosa voglio io narrare al mondo; di colui che apprese ogni cosa rendendosi esperto di tutto. Egli andò alla ricerca dei paesi più lontani e in ogni cosa raggiunse la completa saggezza. Vide cose segrete, scoprì cose nascoste. Riferì leggende dei tempi prima del diluvio. Percorse vie lontane, finché stanco e abbattuto, non si fermò. Egli fece incidere tutte le sue fatiche su una stele di pietra.»

Conosciamo il mito e la storia di Gilgamesh, re di Uruk, grazie al ritrovamento nel 1853, durante gli scavi della biblioteca di Ninive, capitale dell’impero assiro, delle tavolette di argilla con le prime iscrizioni di un poema intitolato “Colui che ha visto tutto”. Successivamente decifrate dall’archeologo inglese George Smith nel 1870, le tavolette riportavano la trascrizione di un poema incompleto, datato intorno al 3000 a.C. di cui furono trovate poi altre copie, come quella della biblioteca di Hammurabi in Babilonia, e altri numerosi frammenti, di cui uno scoperto recentemente nel 2015 nel Sulaymaniah Museum in Iraq.

Il poema “Colui che ha visto tutto”, riferito a Gilgamesh, narra l’epopea di questo sovrano considerato un semidio così potente e temuto dal suo popolo per le continue guerre a cui li sottoponeva a tal punto che gli Dei vennero in aiuto ai suoi sudditi modellando con l’argilla l’eroe Endiku, un “uomo primordiale” che potesse sfidare e sconfiggere Gilgamesh. Tuttavia, dopo aspri combattimenti, i due semidei diventano amici e insieme iniziano una serie di imprese e avventure straordinarie, tra cui l’uccisione dell’orribile mostro Khubaba, nella foresta dei cedri. Le gesta dei due eroi però suscitano l’ira della dea Ishtar che li maledice causando la morte di Endiku. Dopo la sua morte, Gilgamesh, in preda alla disperazione e allo sconforto, va alla ricerca del solo uomo a cui gli Dei hanno concesso l’immortalità, l’unico sopravvissuto al diluvio universale, per apprendere il modo per far tornare in vita l’amico. Il saggio sottopone Gilgamesh a una prova: se fosse riuscito a non dormire per sette notti e sette giorni sarebbe potuto diventare immortale, ma l’eroe si addormenta e fallisce. Sconsolato, si accinge a tornare nel suo regno, ma la moglie del saggio – colpita dalla sua tristezza – spinge il marito a rivelargli il “segreto degli Dei”: la pianta dell’irrequietezza, che si trova in fondo al mare dell’Apzu. Gilgamesh intraprende un nuovo viaggio alla ricerca della pianta che ringiovanisce: si immerge nel mare e raccoglie la pianta spinosa portandola in superficie. Esausto, sulla via del ritorno si ferma per riposare e rinfrescarsi presso una fonte, ma un serpente attratto dalla fragranza della pianta la divora e ringiovanisce perdendo la sua vecchia pelle e lasciando ancora una volta Gilgamesh alla sua realtà di uomo mortale.

Emerge dalla figura di Gilgamesh e dalle sue gesta narrate nel poema, l’essenza tragica della fragilità umana alla ricerca del senso dell’esistenza e della soluzione al problema della morte e del suo superamento come tensione che da sempre ha assillato e assilla tuttora l’umanità. I temi su cui si sviluppa l’epopea eroica di Gilgamesh, antecedente a poemi affini come l’Odissea o il Mahàbhàrata indiano, sono appunto quelli del desiderio d’immortalità e del viaggio inteso come la ricerca poetica e filosofica che spinge l’uomo alla conoscenza di sé stesso e del suo destino.

Gilgamesh, alla fine, non può ottenere l’immortalità né la possibilità consolatoria di ringiovanire continuamente come vita senza fine, relegato al suo destino mortale di uomo in continua ricerca di sé stesso dentro una vita piena di forza, movimento, esperienza, ma solo come passaggio tragico. È appunto attraverso l’irrequietezza con le sue inquietudini la caratteristica della giovinezza e della prima età adulta, in cui l’illusione e l’aspirazione a diventare immortali appare ancora in grado di lottare contro il dilemma dell’ineluttabilità della morte e dell’invecchiamento -che diventa invece assillante e frustrante nella vita matura. Questo giovane eroe problematico, sospinto dall’angoscia, accumula prodezze e imprese eroiche che mai lo soddisfano e lo spingono al continuo viaggio di una ricerca impossibile ma iniziatica, destinata all’epilogo inevitabile dell’accettazione della sua condizione umana.

Nelle parole del prologo di chi racconta il poema è racchiusa la totalità della sua ricerca di conoscenza che lo conduce ad accettare la sua morte terrena. Un confronto che si svolge anche attraverso il dialogo finale con lo spirito dell’amico Enduku in cui, diventando intermediario tra i vivi e i morti, ancora rimbalzano le sue domande sulla sorte dell’uomo nell’aldilà.

In questo particolare senso e contesto dell’esperienza del viaggio e dell’irrequietezza del cercare potremmo tentare una analogia e un parallelismo con un personaggio affascinante e controverso della modernità come Bruce Chatwin (1940-1989) che ha fatto del viaggio e del nomadismo una filosofia di vita e di ricerca così come da lui stesso definita nel suo libro “Anatomia dell’irrequietezza”:

«Tutte le nostre attività sono legate all’idea del viaggio. E a me piace pensare che il nostro cervello abbia un sistema informativo che ci dia ordini per il cammino e che qui stia la molla della nostra irrequietezza. L’uomo ha scoperto per tempo di poter spillare tutta questa informazione d’un colpo, manomettendo la chimica del cervello. Di poter volare via in un viaggio illusorio o in un’ascesa immaginaria. Di conseguenza gli stanziali hanno ingenuamente identificato Dio con il vino, con l’hashish o con un fungo allucinatorio; ma di rado i veri vagabondi sono caduti in preda a questa illusione. Le droghe sono veicoli per gente che ha dimenticato come si cammina.»

Chatwin oltre che viaggiatore era un archeologo e un raffinato esteta ossessionato dalla bellezza degli oggetti antichi che raccoglieva da collezionista compulsivo. Egli oscillava dal suo nomade girovagare alla ricerca della bellezza da accumulare, a periodi stanziali in cui si liberava di tutte quelle ricchezze per rimettersi in viaggio in una alternanza tra il possedere e l’essere liberi, senza mai raggiungere una dimensione realizzata. Come Gilgamesh che nel suo viaggio di scoperta della vita accumula esperienze e imprese che non lo conducono all’immortalità ma alla scoperta della sua essenza, allo tesso modo Chatwin, archeologo e collezionista itinerante, accumula oggetti e viaggi per dare un senso alla sua ricerca e alla sua esistenza. Uno spostamento fisico e un’esperienza di formazione che permettono di allargare i propri limiti come significato più profondo di percorso interiore di cambiamento e crescita personale.

Imprese e oggetti manufatti dell’uomo, sono i segni che si imprimono nella nostra vita come forza e movimento del nostro passaggio. Una vita che, nonostante tutti i tentativi tuttora in corso in questa era tecnologica e digitale, non possiamo “ancora” cristallizzare e rendere immortale ma che ci obbliga continuamente a confrontarci con il cambiamento. Attraverso le nostre azioni e le nostre testimonianze, di uomini semplici o straordinari, possiamo solo illuderci di essere una piccola forma di immortalità omeopatica che si disperderà inevitabilmente nel futuro delle generazioni, che si alternano con la loro indomabile e persistente irrequietezza ma che possono trovare slancio sulle orme della ricerca ininterrotta che li precede.

 

FONTI:

N.K. Sandars, L’epopea di Gilgameš, trad. di A. Passi, Adelphi, Milano, 1993.

Giovanni Pettinato, La saga di Gilgamesh, Rusconi, Milano, 1992.

Bruce Chatwin, Anatomia dell’irrequietezza, trad. F. Salvatorelli, Adelphi, Milano, 1997.