L’Africa è un continente di trenta milioni di chilometri quadrati. Ci sono stati più ricchi di altri e stati più poveri. Ci sono infinite risorse, che finiscono dritte nelle tasche degli occidentali e dei cinesi. Ci sono i bracconieri, che continuano a ridurre il numero degli esemplari tipici della savana. Ci sono le dittature finanziate da chicchessia. E poi ci sono i bambini…

In Africa ci sono milioni di bambini, orfani, malati di AIDS, a cui manca addirittura un pallone da calcio con cui giocare. Mancano le strutture basilari, tipiche dell’esistenza occidentale, come gli ospedali o gli istituti scolastici. La scuola infatti, che in molti snobbano tanto, non è per tutti; tutto dipende dalle disponibilità economiche dei genitori: se possono permettersi una divisa, allora il figlio potrà studiare, altrimenti l’unica opzione sarà andare a zappare la terra.

Forse prima o poi, a chi si sente pronto a partire alla volta dell’Africa, scatta una molla. Non si può decidere di affrontare un’esperienza così rivoluzionaria, senza che qualcosa sia scattato dentro il proprio animo. Probabilmente si arriva ad un certo punto nella vita, in cui ci si rende conto di essere pieni di voci, di oggetti, di persone invisibili e troppo pieni di una vita che in realtà è assolutamente vuota. Colui che decide di “scappare” ha bisogno di respirare nuovamente la semplicità e l’autenticità della vita.

Nell’animo di questi “pazzi” si instilla il desiderio di evadere da una realtà che ad un certo punto diventa eccessiva, sotto tutti i punti di vista. I più, probabilmente, scelgono di volare nel continente nero per una necessità personale, prettamente egoistica. E non è un male. È una sorta di do ut des e proprio i bambini sono uno dei regali più grandi che l’Africa può farti. I loro occhioni, bianchi come la neve e così profondi grazie all’immensità del loro sguardo; il loro sorriso, così ampio, da farti scordare l’ultima volta che il tuo è stato così sincero. I bambini sono un regalo prezioso, perché quando si torna dall’Africa, non si potrà più dimenticare la felicità e l’intensità dei loro sguardi, nonostante abbiano vite spesso troppo vuote. Il ricordo di tutto ciò ti accompagnerà per il resto della vita, ricordandoti che la chiamata non ricevuta, il paio di scarpe introvabili, non sono più così importanti.

Un ragazzo di vent’anni che si assume la responsabilità di addentrarsi in un continente così complicato, non è pazzo. Ha semplicemente bisogno di evadere dalla superficialità della società occidentale. Che ci siano persone che facciano scelte più o meno incoscienti, su questo non c’è dubbio. Infatti, non bisogna dimenticare che si sta comunque parlando dell’Africa. Non si può pensare di portare là le nostre abitudini, il nostro modo di vestire o parlare. Bisogna sempre ricordare che ciò che per noi è scandalo per loro non lo è e viceversa. Non si può ignorare il fatto che seppur si vada lì per loro (o forse più per se stessi), ci sarà sempre qualche mela marcia pronta ad approfittarne (ovviamente questo non succede solo in Africa, ma in tutti i paesi del mondo). Questa volta la mela marcia è caduta in testa a Silvia Costanza Romano, la giovane cooperante milanese dell’associazione Africa Milele.

Spesso si intraprende questo viaggio, alla riscoperta di sé con troppo entusiasmo. Impegnarsi in Africa in un’attività di volontariato è sempre un punto interrogativo, perché se da una parte permette di vivere un’esperienza che lascia nel cuore un marchio indelebile, dall’altra è pur sempre un’esperienza carica di percoli. Pericoli che vanno dalla paura di contagiarsi con qualche malattia o, come è successo a Silvia, finire nelle grinfie di bande di rapitori. Eppure, la paura non ha mai bloccato quel sentimento che prova chi vuole andare in Africa per la prima volta, o chi ci ritorna. Il benessere che si prova stando a contatto con persone che non possiedono nulla, che vivono in capanne fatte di fango e paglia, che vivono con la consapevolezza o meno, di avere una malattia spesso inguaribile, supera alla grande il timore di fronte a queste insidie.

Tutto ciò non significa essere incoscienti o sentirsi degli eroi. Forse qualcuno può leggerla in questo senso. Chi critica sui Social Network con così tanta cattiveria, probabilmente non vede al di là del proprio naso. Sicuramente si può fare volontariato anche in Italia, ci sono fin troppe realtà che necessitano dell’aiuto della propria comunità, ma non si può criticare la volontà di una giovane donna, che ha come unica “colpa” l’essere nata con il bisogno di fare del bene. Alcune sue scelte potrebbero essere discutibili. Ma sicuramente non spetta al popolo di Facebook giudicare se il villaggio che Silvia ha scelto, fosse sicuro o meno.

Molti commenti esordivano così: “Eh però se l’è andata a cercare, ora lo Stato italiano dovrà pagare un riscatto per lei! Che si arrangi, se ne poteva stare a casa!”. Probabilmente, chi si esprime in questi termini probabilmente è una persona frustrata e forse invidiosa di chi, a discapito di tutte le malelingue, decide di rinunciare ai comfort della vita quotidiana per condurre, seppur per un tempo determinato, una vita assolutamente bucolica. In secondo luogo, sembra quasi che l’interesse dell’utilizzo del denaro pubblico si manifesti solo in questi casi. Quando il governo italiano impone delle accise vecchie di decenni nessuno fa sentire la propria voce. Quando paghiamo migliaia e migliaia di euro di stipendi ai parlamentari che hanno lavorato per una settimana, tutti si comportano come gli struzzi: testa nella sabbia. Quando buttiamo letteralmente soldi per costruire infrastrutture che poi restano inutilizzate, nessuno scende in piazza a manifestare. Però aiutare una ragazza che si trova chissà dove, in un continente assai ostile, no! Sia mai che i soldi dei risparmiatori vengano buttati per queste “sciocchezze”.

L’Africa ti prende, ti scuote, ti rivoluziona e Silvia probabilmente ha provato tutto questo. Non si può farle una colpa se si è innamorata di un paese a volte troppo difficile da risanare. Chi decide di intraprendere questo viaggio è spesso abbagliato dallo sguardo di quei bambini troppo poveri, ma che in realtà per persone come Silvia possiedono tutto. Effettivamente a volte si è troppo sprovveduti, ci si dimentica dove si sta andando e qualche accortezza in più, in certi casi potrebbe risultare benefica. Purtroppo però, al cuor non si comanda e soprattutto il mal d’Africa non si comanda.

 

FONTI:

Esperienza personale di Claudia Oliva

CREDITS by Claudia Oliva