Dal 2012 ad oggi in Nigeria sempre più persone hanno iniziato ad utilizzare social network come Facebook, che ora conta ogni mese circa 100 milioni utenti nigeriani. Una crescita esponenziale pericolosa per un Paese non solo digitalizzato da poco tempo, ma anche non istruito, dove le persone sono per lo più accecate dall’entusiasmo per le possibilità che internet offre e non consapevoli dei rischi a cui vanno incontro se non utilizzano il mezzo con consapevolezza. Nelle aree rurali gli utenti nigeriani confondono ancora Facebook con Internet, dando per veri tutti i contenuti che vi trovano.

Oggi è particolarmente sentito il problema della diffusione di fake news sui social (su Facebook in particolare), notizie false o distorte che hanno l’obiettivo di disinformare e diffondere bufale. Ma se le fake news non fossero solo questo e servissero anche come oggetto di strumentalizzazione?

Nei Paesi con scarsa alfabetizzazione digitale o a basso tasso di educazione civica digitale, la diffusone di bufale su Facebook sta alimentando l’odio nei confronti di minoranze etniche e religiose a tal punto da provocare stragi e condizionare le elezioni politiche in senso anti-democratico. Non è solo il caso della Nigeria, ma anche del Myanmar, in cui le fake news hanno contribuito a fomentare l’odio nei confronti dei Rohingya, o delle Filippine dove Rodrigo Duterte è riuscito in questo modo ad ottenere sempre più voti e ad affermare un potere autocratico repressivo, e di tanti altri Paesi.

La Nigeria è da anni devastata a nord-est da attentati terroristici da parte di Boko Haram, a sud da conflitti religiosi tra cristiani (gli agricoltori di etnia Berom) e musulmani (pastori nomadi di etnia Fulani). A giugno nello stato di Pateu c’è stato un agguato particolarmente violento e durato mesi da parte dei Fulani che hanno attaccato un villaggio Berom: donne e bambini sono stati massacrati. Poco tempo dopo, nel distretto del Gashish, i cristiani Berom hanno reagito con una vera e propria “caccia all’islamico” istituendo posti di blocco nelle autostrade: se fermavano un automobilista Fulani, lo uccidevano.

Un’inchiesta della BBC ha di recente indagato sull’influenza delle fake news in questa strage, dal momento che il distretto del Gashish ha reagito pur non essendo stato attaccato. La polizia nigeriana ha iniziato ha sospettare che la strage fosse legata alla diffusione di immagini incendiarie appena prima del conflitto: case bruciate, cadaveri gettati in fosse comuni, ma anche orribili immagini di bambini uccisi nei loro letti. Si trattava di  immagini scattate molto tempo prima in occasione di stragi e conflitti in Paesi africani lontani dalla Nigeria, nonostante ciò sono state condivise migliaia di volte dagli stessi nigeriani.

Un ragazzo di etnia Berom ha detto alla BBC:

“Quando abbiamo visto quelle immagini, l’unica cosa che volevamo fare era strangolare il primo Fulani che ci capitava davanti. Chi non reagirebbe così, se vedesse uccidere un proprio fratello?”

Le emozioni che certe immagini hanno scaturito, hanno prevalso sulla ragione e provocato reazioni nefaste.

Per questo la polizia nigeriana ha iniziato a mobilitare i social attraverso una vera e propria opera di debunking. Facebook ha invece avviato un’iniziativa per prevenire la diffusione di fake news, già messa in atto in altri 17 Paesi ancora digitalmente “vergini”, attraverso una collaborazione con l’AFP, un’agenzia di stampa francese e Africa Check, un’organizzazione no profit. Specializzati fact checkers sono stati incaricati di esaminare i post pubblicati e di accogliere le eventuali segnalazioni degli utenti.

Tuttavia questo progetto non sembra aver portato risultati. Dall’inchiesta della BBC è  risultato che solo quattro persone sono state assunte a tempo pieno per svolgere questo compito, quando Facebook conta 24 milioni di utenti nigeriani. Questi quattro incaricati si sarebbero limitati ad individuare solo cinque notizie false a settimana, peraltro non conoscendo l’Hausa, la lingua più parlata nel Paese. E’ così che le immagini compromettenti che venivano diffuse sui social, hanno continuato a circolare contribuendo alla strage avvenuta a giugno.

Come se ciò non bastasse, ad alimentare la diffusione di fake news sono anche personaggi pubblici come Idris Ahmed, di etnia Fulani, direttore dell’organizzazione Citizen United for Peace and Stability, che ha sede a Londra. Ahmed avrebbe scritto diversi post che fomentavano l’odio conto i Berom, condivisi con entusiasmo dai suoi numerosissimi follower. Facebook si è limitato a bloccare tre volte il suo account, ma Ahmed comunica attraverso altri profili secondari, che Facebook non considera.

Capita spesso che gli utenti siano più attenti a chi abbia condiviso una certa notizia, piuttosto che verificarne la fonte: se stimano il personaggio che ha diffuso la bufala, la notizia non può che essere vera. Si aggiunge che è molto più facile condividere piuttosto che leggere: molti contenuti vengono diffusi solo per il titolo o per l’immagine di copertina.

La diffusione di bufale sui social non solo sta contribuendo alla disinformazione, ma anche ad aizzare odio e violenza in Paesi devastati dai conflitti che siano religiosi, etnici o politici. Ma il problema delle fake news non è certo tra gli interessi prioritari di Facebook, il cui obiettivo principale rimane quello di colonizzare sempre nuovi spazi per aumentare il numero di utenti.