Inquadrare Le Quattro Casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino in un genere letterario sembra un’impresa impossibile: un po’ romanzo di genere, un po’ giallo, noir, thriller, ritratto della società giapponese contemporanea. Di certo è duro, implacabile, a tratti addirittura faticoso da leggere. Ma proprio per tutti questi motivi metterlo da parte e interrompere la lettura è impossibile; il ritmo è incalzante e la tensione narrativa è alta dall’inizio alla fine.

Yayoi, Masako, Yoshie e Kuniko sono quattro donne, madri, lavoratrici, mogli. Lavorano in uno stabilimento che produce vassoi di cibo precotto, dove l’aria è impregnata dall’odore acre dell’olio, dal profumo pungente del curry e di disinfettante:

«Nelle lunghe ore tra la mezzanotte e le cinque e mezzo del mattino avrebbe dovuto riempire di cibo le scatole che le sarebbero passate davanti sul nastro trasportatore senza un minuto di pausa. La paga oraria era alta, per essere un’attività a part-time, ma il lavoro era faticoso, poiché la costringeva a rimanere in piedi».

E dopo le cinque e mezzo, in seguito a un turno alienante in fabbrica, le protagoniste possono tornare alle loro vite, ai ruoli che la società giapponese tradizionale vorrebbe per loro: quello di mogli riservate e sottomesse, madri silenziose e miti, donne perfette e curate. Ma nel Giappone di Kirino non c’è posto per il buonismo, per i rapporti di amore e amicizia; tutto ruota attorno al denaro, al consumismo sfrenato, alla lussuria e ai rapporti di convenienza.

Le quattro donne sono circondate da mariti violenti e figli egoisti e persino tra loro nutrono sentimenti contrastanti, difficilmente riconducibili a un sincero rapporto di amicizia:

«Masako le faceva venire in mente gli alberi secchi e nudi in inverno. Così era il suo corpo slanciato, senza un grammo di troppo, e il colorito del suo viso simile a quello della corteccia. Il taglio degli occhi, il naso grazioso, le labbra sottili, tutto perfetto al millimetro. Se si fosse truccata un poco e avesse indossato vestiti un po’ più raffinati, come faceva lei [Kuniko] sarebbe stata molto carina e avrebbe dimostrato cinque o sei anni in meno. Che spreco! Kuniko provava un sentimento misto di invidia e disprezzo».

Lo sforzo di tenere unite le loro famiglie, di sopportare le violenze domestiche fisiche e psicologiche, i rimpianti, i soldi che non bastano mai: tutto questo le spinge sull’orlo di un baratro, una spirale sempre più stretta di disperazione e violenza che, paradossalmente, diventa una via di fuga da una vita ormai insostenibile, una rivendicazione cruda e potente della loro libertà.

Quello che davvero turba, e turba profondamente, nel libro di Kirino, non è tanto la catena di violenze e morte spesso al limite dello splatter à la Tarantino, quanto una visione assolutamente lucida e disincantata del Giappone contemporaneo.

E forse il personaggio di Kuniko è quello che più impersona ed esemplifica la società nipponica del consumismo sfrenato, dell’indebitarsi per apparire, del colmare un disagio interiore con lo shopping:

«Lei era brutta e grassa. Si guardò nello specchietto retrovisore e di nuovo la assalì la consueta delusione. Nonostante il viso fosse grande e gli zigomi pronunciati, gli occhi erano piccoli, il naso largo e schiacciato, la bocca storta e il labbro inferiore lievemente proteso. Una vera e propria catastrofe. (…) Kuniko provò all’improvviso una sensazione di rabbia verso il mondo intero. (…) Non voleva ammettere di essere una fannullona. D’altronde non amava neanche pensare troppo ai suoi debiti. Negli ultimi tempi non riusciva neppure a trovare il denaro per pagare gli interessi».

La sua vita è scandita dalle telefonate delle finanziarie che le ricordano le rate dei prestiti in scadenza, dall’ossessione per i vestiti di marca rigorosamente occidentali, profumi di Chanel, borse di Gucci, pochette di Prada spesso smaccatamente falsi. Ed è proprio attraverso le cose che possiede che Kirino delinea la personalità di Kuniko: priva di qualsiasi altra qualità, cerca di apparire migliore ostentando una Golf decappottabile (ultimo folle acquisto) e giudicando implacabilmente chiunque incontri e, soprattutto, se stessa. Ogni occasione è buona per paragonare ciò che possiede con le cose degli altri e sentirsi, almeno per pochi istanti, superiore, «abituata a considerarsi il centro del mondo».

Per colmare l’odio che prova nei confronti di se stessa, Kuniko è diventata schiava del denaro e del consumismo, delle apparenze che mascherano – a fatica – una personalità vuota e addirittura maligna. Il denaro non le basta mai, serve a coprire gli interessi del prestito e le more senza però intaccare il debito che cresce sempre più. E quindi inizierà a compiere azioni terribili nella «speranza di riuscire a ricavarne qualche yen».

La Tokyo di Kirino è straniante, terribile: la sua scrittura ci getta in un mondo in cui sembra che non ci si possa fidare di nessuno, dove il calcolo e la convenienza stanno alla base di qualsiasi decisione e l’aspetto e le apparenze contano più di qualsiasi altra cosa.

La sua scrittura precisa, quasi chirurgica, disseziona con uno stile lapidario la vita nella periferia giapponese e ci restituisce uno spaccato cupo, inquietante e disincantato, dove la figura femminile è irrimediabilmente sola,

«circondata da una barriera che impediva alla gente di avvicinarla, come se portasse una specie di “sigillo” che contraddistingue chi lotta da solo contro il mondo intero».

 


FONTI
N. Kirino, Le Quattro Casalinghe di Tokyo, Neri Pozza, 2009