I millennials sono la prima generazione ad affrontare la Grande recessione, avvenuta tra il 2007 e il 2010, vivendo alti livelli di disoccupazione e un contesto lavorativo complicato. Digitando la parola millennials su YouTube, il primo video a comparire è quello sulla famosissima intervista a Simon Sinek, il quale racconta quali sono le cause principali delle paure e delle infelicità dei giovani appartenenti alla generazione Y.

Simon Sinek, classe ’73, antropologo, motivatore e scrittore, durante un’intervista di Tom Bilyeu definisce i millennials come generazione narcisista ma volenterosa, egoista ma idealista, pigra e difficile da gestire a livello relazionale e lavorativo, sottolineando più volte che il motivo di questi comportamenti non è una colpa direttamente imputabile ai giovani, ma retaggio di una serie di concause, individuando in quattro punti le principali sfortune che i millennials si portano dietro.

Al primo posto ci sono le strategie di educazione, fallimentari secondo Sinek, da parte di genitori che hanno fatto credere ai loro figli di essere unici e speciali. Viziandoli hanno insegnato loro che potevano avere tutto quello che volevano solo per il fatto di desiderarlo, e d’altra parte da un sistema che premia la partecipazione, svalutando l’impegno di chi lavora duro e facendo sentire in imbarazzo gli ultimi della fila. Una volta usciti dal mondo dell’università ed entrando in quello lavorativo, i millennials scoprono loro malgrado che la vita non funziona come gli era stato insegnato, scontrandosi con una dura realtà, fatta di sacrifici, rinunce e batoste. L’idea che questi ragazzi hanno di sé va di colpo in frantumi, creando bassi livelli di autostima.

In secondo luogo abbiamo una generazione nata e cresciuta con la tecnologia, che si è confrontata fin da subito con la nascita dei social media. I millennials sono abituati a condividere immagini di sé in cui aggiungono filtri, sviluppando la capacità di mostrare al mondo una vita perfetta anche se sono tristi e depressi. L’utilizzo dei social media genera una vera e propria dipendenza dall’approvazione dell’altro: postando foto e video si ricevono i like, che si traducono nel linguaggio biochimico in produzione di dopamina, un neurotrasmettitore con la funzione di controllo del piacere, la stessa sostanza che agisce durante un rapporto sessuale, l’assunzione di droghe o nel gioco d’azzardo. Ecco spiegato perché quando riceviamo una notifica o un messaggio percepiamo una sensazione piacevole. Il problema arriva quando ci sentiamo depressi e ci rifugiamo in questi sistemi per risolvere i nostri problemi. I millennials, abituati a questo sistema di felicità effimera, si ritrovano a non avere i mezzi per affrontare gli stress della vita.

Il terzo problema secondo Sinek è il senso di impazienza. I millennials sono cresciuti in un mondo di gratificazioni istantanee alimentato dal sistema dei like sui social, fa l’esempio anche di Amazon, di Netflix, di Spotify, applicazioni che, grazie ad un click e al pagamento di un abbonamento portano, senza sforzi di ricerca, qualsiasi prodotto direttamente a casa tua. Per non parlare di applicazioni per ottenere appuntamenti, escamotage per non essere obbligati ad uscire e affrontare il mondo reale, si bypassa il momento scomodo e imbarazzante in cui ci si espone in prima persona ad un possibile rifiuto, e questo è deleterio per i meccanismi sociali.

Infine abbiamo un habitat, quello lavorativo, a cui importa più dei numeri che delle persone. A un ambiente aziendale interessano più i vantaggi a breve termine piuttosto che investire a lungo nella formazione del giovane lavoratore. In questo ambiente non si stimola la cooperazione, l’aumento della fiducia in se stessi, e l’aiuto per superare sfide di un mondo sempre più digitale e di competizione. I millennials, abituati a ricevere gratificazioni istantanee, pensano di non agire in modo giusto, di conseguenza reagiscono dandosi la colpa, credendo di essere loro il problema se l’azienda non aumenta il fatturato nei primi mesi in cui sono stati assunti.

Spesso i giovani millennials dichiarano di voler lavorare in un ambiente lavorativo che abbia uno scopo; se in Francia diciottomila studenti firmano un manifesto nel quale si rifiutano di lavorare, in un ipotetico futuro, per le aziende che inquinano, vuol dire che qualcosa sta cambiando. Mettere in discussione i propri privilegi sottintende una grande sensibilità, che troppo spesso viene malvista da chi quei privilegi se li è sudati. Inoltre i millennials dichiarano più volte di voler “lasciare il segno” senza sapere bene in che modo, e paradossalmente finiscono per lasciare il lavoro o la scuola se sentono di non aver lasciato questo fatidico segno, subito nei primi mesi.

In una società del genere il risultato è lo scenario che stiamo vivendo: aumento di casi di suicidi, aumento di casi di ansia e depressione, attacchi di panico, utilizzo massiccio di droghe e psicofarmaci. In Italia il 9% della popolazione tra i 15 e i 34 anni fa uso di psicofarmaci con un dettaglio inedito: a differenza delle altre droghe spiccatamente maschili, in questo caso vincono le quote rosa, il consumo infatti è prevalentemente femminile. Abbiamo chiesto direttamente ad un gruppo di ragazzi italiani, dai 21 ai 31 anni provenienti da regioni d’Italia diverse, di rispondere al seguente questionario:

I risultati sono stati molto interessanti:

Il 90% ha risposto di aver sofferto in passato, o di soffrire tutt’ora, di attacchi di panico, ansia o depressione, le cause principali che ne sono emerse sono la paura del futuro, le aspettative schiaccianti e la paura di non essere all’altezza di una situazione, la mancanza di una direzione nella vita, sbagliare irreversibilmente, le “insicurezze”, il tempo perso, la velocità con cui cambiano le cose e la conseguente difficoltà a stare dietro ai cambiamenti, tutte cause sintetizzabili nei quattro problemi individuati in precedenza da Sinek.

La stessa percentuale di intervistati dichiara di aver assunto o di assumere psicofarmaci al bisogno. Il 30% dei partecipanti dichiara di praticare la meditazione e il 20% di volerla provare, un altro 50% si rifugia nell’arte, chi nella lettura, chi nella scrittura, la musica o il disegno. Alla domanda “che cosa ti tranquillizza maggiormente” le risposte sono state le più varie: da “portare a termine un lavoro” a “la droga“, da “seguire le mie passioni” a “il sesso“, da “non avere tempo libero” a “l’alcool“.

Milan Kundera in La lentezza, identifica l’origine della paura nel futuro e nel grande punto di domanda che esso rappresenta. La lentezza è l’unica risposta ad una società come la nostra, così proiettata freneticamente nel futuro tanto da dimenticare i momenti vuoti, lenti e d’ozio, i quali hanno acquisito l’accezione negativa di attimi d’inattività, generando frustrazione e noia, e una costante propensione alla ricerca del movimento mancante. Scrive Kundera: “chi contempla le finestre di Dio non si annoia, è felice“. Forse proprio per questo i millennials si rifugiano nella meditazione o nell’arte. D’altro canto chi vuole costruire un futuro trova frustrante la lentezza con cui si arriva alla gratificazione lavorativa o all’interno di una relazione. I processi per costruire un rapporto lavorativo o personale solido sono oscuri e talvolta spiacevoli, ma sono necessari poiché le cose davvero importanti hanno un processo lento.

Il 6 Ottobre 1802, a Heiligenstadt in Austria, Ludwig van Beethoven scrisse il suo testamento. In esso racconta il difficile rapporto che ha avuto, dall’età di sei anni, con la sua sordità, malattia che lo ha portato ad essere definito astioso, scontroso e addirittura misantropo, ripercorrendo quelli che per lui sono stati i momenti più difficili della sua vita, dalla vergogna di comunicare agli altri il suo deficit alla sofferenza per la sua sventura, che lo ha portato a vivere una vita da recluso. Più volte Beethoven dichiara che

tali esperienze mi hanno portato sull’orlo della disperazione e poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita. La mia arte, soltanto essa, mi ha trattenuto. Ah, mi sembrava impossibile abbandonare questo mondo, prima di aver creato tutte quelle opere che sentivo l’imperioso bisogno di comporre; e così ho trascinato avanti questa misera esistenza – davvero misera, dal momento che il mio fisico tanto sensibile può, da un istante all’altro, precipitarmi dalle migliori condizioni di spirito nella più angosciosa disperazione“.

L’arte, la musica in questo caso, ha trattenuto un’anima così sola e tormentata a compiere il gesto finale, il bisogno di comporre opere d’arte divenute così grandiose da essere riconosciute in tutto il mondo, nonostante le difficoltà.

L’arte come possibile cura parallela ai mali contemporanei non è quindi un utopia, ma uno strumento utile ad affrontare i momenti difficili che tutti, millennials o meno, sono costretti ad affrontare. Quante volte vi è capitato di sentire il bisogno di chiudervi in casa, in compagnia di voi stessi e di ciò che più vi piace? Sintonizzarvi sulle vostre emozioni, lasciare che la tristezza fluisca e si manifesti, per poi lasciarvi in pace. Questa playlist è nata, sotto consiglio dei millennials, per sintonizzarvi con quelle sensazioni, accettarle per poi superarle, un modo per fermarsi e con lentezza contemplare le finestre di Dio, senza avere la sensazione di stare perdendo del tempo, poiché il tempo che stiamo dedicando a noi stessi non è mai perso quanto quello che spendiamo per curarci dallo stress e dall’ansia e dalla depressione, playlist alla quale potete aggiungere la vostra canzone contro il panico.

Fonti:

RollingStone

Milan Kundera, La lentezza, Adelphi, 1995

Ludwig van Beethoven, Testamento di Heiligenstadt, 1802

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