Sta avendo molto risalto, in queste settimane, la notizia della messa non-stop in corso dal 26 ottobre scorso in una chiesa protestante di Bethel, Paesi Bassi. Non si tratta di una trovata pubblicitaria o del tentativo di stabilire un bizzarro record, come si potrebbe pensare in un primo momento: il motivo che ha spinto più di 550 pastori ad alternarsi per garantire 24 ore al giorno di servizio religioso è molto più serio.

Tutto è iniziato quando il governo olandese, attualmente retto dal partito di centro-destra Volkspartij voor Vrijheid en Democratie (Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia), dopo due sconfitte in sede giudiziaria, ha vinto il suo terzo ricorso contro l’assegnazione dello status di rifugiati ai membri della famiglia Tamrazyan. I cinque -padre, madre e tre figli- sono arrivati nei Paesi Bassi dall’Armenia nel 2009, dopo che il padre, impegnato per la causa del partito di opposizione nel suo paese d’origine, aveva ricevuto minacce politiche.

Nel corso del lungo e travagliato iter giudiziario, ai cinque è stata proposto di usufruire di una legge emanata nel 2013, che permetterebbe ai figli di rimanere nel paese, dal momento che vi hanno risieduto -frequentando addirittura la scuola dell’obbligo prima e l’università poi- per più di cinque anni. Tale legge, tuttavia, garantirebbe la cittadinanza ai soli figli, mentre i genitori dovrebbero accettare di collaborare con il governo, venendo di fatto espulsi dai Paesi Bassi e rimpatriati in Armenia.
La famiglia ha comprensibilmente deciso di rimanere unita, e non appena è venuta a conoscenza della sentenza definitiva ha cercato protezione presso la comunità religiosa locale.

Qui, il pastore Derk Stegeman, promotore della singolare messa e portavoce della famiglia -che preferisce non rilasciare interviste- ha subito capito cosa doveva fare, tanto da aver dichiarato “stiamo semplicemente mettendo in pratica ciò che normalmente ci limitiamo a predicare”. E ha deciso di aiutare la famiglia approfittando dell’Atto Generale sull’Entrata del 22 giugno 1994 che, tra le altre cose, vieta alla polizia di interrompere una qualsivoglia funzione religiosa per compiere un arresto. 

Il presidente delle congregazione protestante dell’Aia, cui afferisce la parrocchia di Bethel, ha dichiarato di non cercare problemi con le autorità, ma di voler piuttosto sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema. I Tamrazyan, infatti, non sono gli unici a doversi scontrare con il dilemma tra l’espulsione collettiva e la separazione dai propri figli: in un comunicato diffuso sul suo sito, la congregazione parla di 400 bambini nella stessa situazione in tutti i Paesi Bassi.
Va ricordato che la vicenda si sta svolgendo nella nazione che, insieme

E anche se il ministro olandese per l’integrazione Mark Harbers ha affermato in televisione che “Il futuro della famiglia Tamrazyan non può essere nei Paesi Bassi”, aggiungendo poi che “È stato stabilito che non hanno diritto alla protezione”, i fedeli di Bethel non hanno alcuna intenzione di fermarsi. Nessuno di loro, infatti, si sente un fuorilegge: tutti gli intervistati sostengono che, appena venuti a conoscenza del fatto, hanno sentito che c’era una sola cosa giusta da fare. Questa.

Il clamore mediatico sollevato dalla vicenda è stato molto forte, soprattutto nei Paesi Bassi, dove alle manifestazioni di solidarietà via social si sono affiancati i gesti concreti di chi ha portato alla chiesa cibo e donazioni, o più semplicemente ha partecipato alla messa pregando e cantando. Nel frattempo, alla famiglia è stato fornito supporto psicologico qualificato, e i tre figli frequentano lezioni private non potendo più andare a scuola e all’università.

La situazione, al momento, sembra essere in una situazione di stallo, nonostante i pastori continuino ad auspicare che il governo prenda in considerazione la possibilità di riesaminare la situazione dei Tamrazyan. Questa prospettiva appare ora meno improbabile, soprattutto in virtù del sempre maggior supporto che la causa della famiglia armena sta ricevendo. 

Qualunque sarà l’esito della vicenda, comunque, viene spontaneo chiedersi se la messa infinita di Bethel, così l’hanno ribattezzata alcuni, rimarrà un episodio isolato, o se avrà invece un impatto più ampio sulla situazione politica Europea. 

Ormai da anni, in tutto il continente, movimenti e partiti di estrema destra hanno costruito la base del loro consenso ergendosi a paladini difensori delle radici cristiane dell’Europa, dipingendo i migranti come una grave minaccia alle nostre tradizioni.

Ma quante persone potrebbero rimanere spiazzate, dopo una clamorosa prova tangibile del fatto che applicare quei principi cristiani non significa demonizzare chi arriva da un’altra parte del mondo, ma aiutare una famiglia a rimanere unita e a sfuggire dalle persecuzioni?