Cos’è l’aborto?

L’aborto è l’interruzione volontaria di gravidanza. In Italia è regolato dalla legge n. 194 del 1978, confermato dal referendum del 1981. La ratio alla base di questa legge è la tutela della salute fisica e psichica della donna e dell’autodeterminazione del suo corpo.

L’aborto è legale, nel nostro paese, entro il primo trimestre dal concepimento, attraverso una dichiarazione della donna stessa, mentre, oltre il trimestre, è permesso solo qualora il medico ravvisi ed accerti un grave pericolo di sopravvivenza per il feto e/o la paziente.

Prima della legge n. 194/1978

L’aborto è una pratica antica, in Italia sino al 1978 veniva posta in essere clandestinamente, di nascosto, non essendoci una legge a regolarlo e a legittimarlo. L’aborto clandestino era oltremodo pericoloso, tanto per il feto quanto per la donna. Di aborto si moriva.

Esso veniva praticato in posti angusti, nascosti e, nei casi più disperati, in mancanza di condizioni igieniche sanitarie adeguate. L’unico obiettivo era liberarsi del “problema” il prima possibile e velocemente, in una società in cui i figli nati fuori dal matrimonio erano illegittimi. Per molte donne, il “problema” era frutto di una violenza fisica, ma agli occhi della legge, influenzata dalla radicata presenza capillare della Chiesa cattolica, tale circostanza non aveva importanza. L’aborto era considerato omicidio. La conseguenza per la donna era lo stigma sociale ed una condanna a vita, nonostante spesso fosse la vittima.

Le povere disperate incinte si recavano così dalle cosiddette mammane, donne che aiutavano altre donne ad abortire, senza alcuna sicurezza nella riuscita dell’operazione, senza precauzioni né competenza medica: l’unica cosa di cui erano provviste era il sangue freddo di usare improvvisati strumenti rudimentali. Delle macellaie su corpi umani che però erano spesso l’unica speranza per molte di quelle donne. Molte di esse morivano, durante o dopo le barbarie, di emorragia e per il complicarsi di infezioni. Tale pratica, nonostante fosse illegale, era largamente diffusa: serviva pertanto parlarne e scuotere l’opinione pubblica per trovare una soluzione legislativa che tutelasse in primis le donne.

Storiche conquiste

La legge n. 194 approvata il 22 maggio del 1978 è stata rivoluzionaria, non solo per il diritto riservato alle donne di decidere del proprio corpo, ma anche per salvare migliaia di vite. L’aborto salva delle vite non le uccide: questo era l’assunto adottato.

Non è stato un fulmine a ciel sereno ma frutto di dure battaglie. Non si dimentichi che il ruolo della donna era diverso da quello che si afferma oggi e la Chiesa aveva ancora una forte influenza. L’aborto era un concetto complesso da capire per molti cittadini, ed ancora di più da accettare, perché considerato contrario alla fede cattolica e ai suoi dogmi. La voce in capitolo della donna era considerata marginale, al centro della tutela vi era solamente la vita del concepito, elevato ad interesse statale, a nessuno importava se era frutto di uno stupro o magari talmente indesiderato da venire poi rifiutato dalla madre subito dopo il parto. Molti neonati venivano abbandonati alle porte di ospedali ed orfanotrofi o altri hanno fatto una fine che non sapremo mai. Riconoscere l’aborto sarebbe stato pertanto come rinnegare le proprie radici culturali. Ma qualcuno ha rischiato, ha combattuto e alla fine ha vinto.

Note sono infatti le mobilitazioni popolari del partito dei Radicali con Marco Pannella ed Emma Bonino, la quale dopo aver abortito ha deciso “che nessuna doveva più essere umiliata”. Un periodo di risveglio, fermento e cambiamento civile, ove la legge sull’aborto era stata anticipata dalla legge sul divorzio nel 1970.

Nostalgia per il passato

Conquiste che 40 anni dopo sembrano venire dimenticate e rimesse così pericolosamente in discussione. Siamo la generazione dei diritti già pronti, scritti nero su bianco e cristallizzati, apparentemente intoccabili.

Se mentre la cattolica Irlanda, lo scorso maggio, ha votato al referendum per l’abolizione dell’emendamento 8 della Costituzione che vietava l’aborto, in Italia si insidia un’inspiegabile confusione su cosa è giusto e cosa è politicamente strumentalizzabile.

Negli ultimi mesi infatti, alcuni esponenti del mondo politico han fatto spinte dichiarazioni riguardanti la messa in discussione dell’aborto e della sua legittimità. Il Senatore leghista Pillon in un’intervista al quotidiano La Stampa ha dichiarato che vorrebbe sostenere la maternità “altrimenti ci estinguiamo come italiani”. Uno dei problemi della scarsa natalità in Italia, secondo Pillon, risiederebbe nella legalità della pratica dell’aborto che permette di interrompere la gravidanza diminuendo così le nascite. Restringendo così la pratica dell’aborto, secondo il Senatore, le donne italiane riprenderebbero a procreare. Il Pillon trova come alleato proprio il Ministro della famiglia Fontana, il quale si è dichiarato contrario alle adozioni omosessuali e a quello che ha definito l’uso gender come alternativa all’uso delle parole “uomo” e “donna”. Per ora solo le neonate unioni civili non sembrano rientrare nei suoi programmi di distruzione di massa.

Tali idee prendono spunto dal modello vigente in Argentina, ove l’aborto è possibile solo in caso di stupro e violenza. Il Ministro Fontana intende inoltre potenziare una politica a sostegno delle famiglie con difficoltà economiche, facendo così venir meno – dice – la necessità di abortire.

Parallelamente però nessuno dei due soggetti ha fatto alcun accenno alla libertà delle donne, che così facendo, verrebbe limitata in favore di politiche sulla natalità e sulla maternità che richiamano in parte quelle del regime fascista anticipate da Mussolini nel celebre discorso dell’Ascensione del 1927.

Nemmeno un accenno all’incentivo del ruolo dei padri nella gestione dei figli e della vita famigliare, proponendo, per esempio, il riconoscimento di più giorni di congedo parentale, (che anzi si vuole eliminare), in modo da aprire una nuova strada al concetto di famiglia, più vicina ai paesi del nord Europa il cui modello viene considerato all’avanguardia e funzionante.

Per alcuni sono solo provocazioni che lasciano il tempo che trovano, ma non sono da sottovalutare. Non possiamo permettercelo.

La sola certezza, per ora, nel caso di un ritocco della legge 194, non sapendo neanche esattamente come, è che il solo fine è far tornare le donne nelle mani delle mammane, nella clandestinità, negli aborti nei garage. Con il potenziale rischio di riversare il business nelle mani della criminalità organizzata.

L’impatto della legge 194 nei primi anni dalla promulgazione aveva avuto, per altro, come positivo effetto quello della diminuzione della pratica degli aborti, anziché aumentarne l’uso.

L’aborto è una scelta, un diritto, non un dovere. Tali ipotesi di politiche sulla natalità vendono l’aborto come un dovere, che le donne pongono in essere quando non vogliono tenere un figlio. Una scelta a cuor leggero insomma, come quando scegliamo di buttare via un paio di scarpe vecchie. Così si confonde e si cerca di vendere un’operazione medica, per la quale le donne soffrono fisicamente e hanno ripercussioni psicologiche per la vita, con una corsetta al parco, impegnativa si ma relativamente indolore.

Utile invece sarebbe orientare le discussioni sull’aborto in modo maturo e progressista, includendo anche l’uomo, ove e quando possibile, esaltandone il ruolo di padre come accade nelle società del Nord Europa. Così che l’aborto, che indubbiamente è una pratica che fisicamente incide sulla donna, possa risultare inclusiva anche del ruolo del potenziale padre. Sostenendo politiche contro lo stereotipo di genere. Inoltre sostenendo politiche giovanili e di educazione sessuale tra i più giovani, fornendo contraccettivi gratuiti, e indispensabili politiche del lavoro, così da permettere ai giovani di crearsi una famiglia, se e quando lo vorranno. Si possono avere vari punti di vista, anche in base alla propria etica e morale, ma ci si appellerebbe così ad un’argomentazione rispettosa delle parti in causa, non a sproloqui che rasentano un antico sessismo.

Questa via potrebbe innalzare il discorso dell’aborto su un piano utile ed evolutivo, senza minare il diritto della donna e della sua salute.

Verona ha nostalgia del Medioevo ma è favorevole alla vita

Il consiglio comunale di Verona ha approvato, lo scorso ottobre, una mozione anti aborto. Essa, già presentata in estate, prevede il finanziamento di soldi pubblici ad associazione cattoliche che si oppongono alle interruzioni di gravidanza. L’utilizzo dei soldi dei cittadini, cattolici e non, per finanziare un atto da più parti considerato propaganda ed incentivando l’obiezione di coscienza. Non è esaustivo limitarsi a dire che tale mozione sia stata portata alla ribalta dalla Lega, perché è stata votata anche da un’esponente donna del Partito Democratico. L’aborto non è una questione di politica, e di colori, nonostante quello che ci vogliono far credere, ma una questione di coscienza e, ad un certo punto, di buon senso.

Gli slogan sui manifesti in tutta Verona proclamano che “Verona è a favore della vita”. La vita di chi esattamente? E la vita come?

Il consigliere veronese proponente Zelger ha dichiarato inoltre che bisogna “adoperarsi per la diffusione di una cultura di accoglienza della vita”. Accoglienza e vita sono due parole che in questo periodo assumono un grottesco paradosso, specialmente se dette da una parte politica che chiude i porti e apre la bocca inneggiando all’odio.

Non una di meno

Ad ogni modo, tali posizioni hanno scatenato immediatamente la forte reazione da parte delle associazioni femminili di tutta Italia, dei medici e dei giuristi, nonché di buona parte dei cittadini e non solo veronesi.

La chiesa cattolica dal canto suo non può che appoggiare la virata in favore di principi da lei condivisi, nei limiti in cui il nostro Stato si dichiara laico.

Le femministe di tutta Italia hanno subito drizzato le orecchie e preoccupate per la diffusione di tali pensieri. Per loro è già preoccupante che se ne parli. Tra esse vi è il movimento “non una di meno che ha iniziato la mobilitazione proprio da Verona, riscuotendo poi ampio consenso in tutta Italia. Esse si sono definite in “uno stato di agitazione permanente” per mantenere l’attenzione pubblica sul diritto ad un aborto libero, gratuito e sicuro.

Se riguardasse ognuno di noi

Il ritorno a certi modi di pensare, con la minaccia che non rimangano solo fluttuanti nelle menti di pochi, è un problema che coinvolge la comunità tutta. È importante non gettare legna sul fuoco alimentando tali istanze, ma allo stesso tempo è controproducente cambiare canale credendo che non ci possa toccare da vicino.

Ognuno è libero di credere in ciò che vuole, di appellarsi alla propria coscienza, senza però dimenticare che ci sono conquiste che hanno senso di esistere e di essere preservate. Avere figli è anche un atto di coraggio e le donne ne portano il peso più grande. Questo deve essere il punto di partenza qualora si voglia rimettere sul tavolo qualsiasi discorso sull’aborto. Parlarne non è sbagliato ma attraverso alcuni modi rischia di diventarlo.

Ultimamente siamo e rimaniamo spettatori di limitazioni di diritti che un tempo ci sembravano normalmente diffusi. Assistiamo impotenti poiché sicuri che non ci riguardi.

Magari, in un domani non troppo lontano, si metterà in discussione un altro diritto delle persone e la prossima volta potrebbe riguardare anche il nostro. Oggi è l’aborto, domani chi lo sa.