“Il reporter di guerra è l’interpretazione più puntuale del lavoro giornalistico perché mette a nudo il dovere della testimonianza.” Così lo storico giornalista di guerra recentemente scomparso Mimmo Candito racconta il suo lavoro.

Rumori di bombe, urla di bambini, pianti di genitori disperati sono descritti e riportati nel lavoro del reporter. L’inviato di guerra ha la possibilità e la capacità di dar voce a una qualsiasi persona che sta vivendo la lotta, l’ostilità, la fatica. Vive tra i soldati, tra la gente nelle trincee, il campo di battaglia diventa la sua redazione.

Raccoglie informazioni, entra in confidenza con i combattenti, talvolta guadagnando anche la loro fiducia, riporta le reali condizioni di chi è veramente dentro, di chi tutti i giorni vive la guerra con tutto ciò che essa comporta, senza mai fornire un commento o prendere una netta ed evidente posizione.

Il più importante tra i corrispondenti italiani è stato Luigi Barzini. Entrato nel mondo del giornalismo nel 1899, l’anno immediatamente successivo venne mandato da Luigi Albertini, redattore del Corriere della sera, in Cina dove fu testimone della rivolta dei Boxer: una ribellione contro la potenza imperialista.

Da subito le sue cronache mostrarono uno stile innovativo e mai utilizzato prima da nessun giornalista italiano. A parlare erano i fatti, descriveva le situazioni, raccontava gli uomini e le loro storie, restava fedele all’azione che si svolgeva davanti ai suoi occhi.

Barzini nel 1904 si recò in Giappone, a quel tempo in conflitto con la Russia per questioni coloniali. Fu l’unico reporter che resistette al clima di guerra e alla censura giapponese. “Assistemmo noi pieni di meraviglia, al trasporto di enormi cannoni di ventotto centimetri e di mortai mastodontici, battaglioni interi, colossali piattaforme costruite a dovere in modo da disporli come fortini di difesa. Giammai si era veduto collocare audacemente su un campo di battaglia mostri simili”. Nel 1921 il giornalista si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti per lavorare, per poi tornare in Italia, sua patria natale, otto anni dopo con l’intento di creare un suo giornale indipendente. Ma erano gli anni del fascismo. Barzini non sapeva che questo suo progetto gli avrebbe procurato il licenziamento immediato: tutti i mass media erano controllati dal regime e sottoposti a censura.

La legge 2307 del 1925 fissò questi principi: “Ogni giornale o periodico è obbligato ad avere un direttore responsabile e questi deve essere obbligatoriamente un parlamentare fascista”. Il direttore – o redattore responsabile – doveva essere iscritto all’albo professionale dei giornalisti. Ma il giornalista praticante, per poter esercitare la propria attività, doveva avere un certificato di buona condotta rilasciato dal prefetto che attestava la completa assenza di “una pubblica attività in contraddizione con gli interessi della nazione”, cioè contro gli interessi del regime fascista. Queste disposizioni costituivano la spada di Damocle sulla testa dei giornalisti e favorì l’allineamento al regime fascista. Qualora i giornali avessero pubblicato articoli scomodi al sistema politico, le redazioni sarebbero state soggette ad assalti delle squadre, boicottaggi e sequestri.

Benito Mussolini, già direttore del giornale “Avanti”, conosceva perfettamente il potere di questo mezzo di comunicazione. Dopo il 10 Giugno 1924, data del delitto Matteotti, la stampa venne imbavagliata. La polemica contro il fascismo era aspra, la libertà di stampa soppressa.

Nacquero giornali come “Il corriere padano”, “Il lavoro d’Italia” e “Il regime fascista” dal titolo visibilmente propagandistico. L’attività di promozione del regime e di repressione dell’opposizione funzionarono ai massimi livelli. Nessuna fonte estranea poteva essere pubblicata tranne quelle che confermavano, con sfumatura favorevole, le notizie date dai comunicati ufficiali fascisti.

1935 era l’anno in cui il fascismo stava raggiungendo le massime punte di consenso e Mussolini decise di intraprendere la conquista dell’Etiopia. Era necessario seguire la spedizione con il più alto numero di corrispondenti. Ma il risultato fu diverso da quello che ci si aspettava: i reporter seguirono l’impresa con molte difficoltà e la censura operò sempre il suo rigido controllo. In questa occasione i giornalisti non furono dei veri e propri reporter. Circolavano le veline, comunicati ufficiali inviati dal regime ai giornali e stampati su carta velina. La censura eliminava qualsiasi elemento che forniva un’immagine non vittoriosa dell’esercito italiano.

Ma fu la guerra in Vietnam a cambiare il modo di raccontare la guerra. Svoltasi tra il 1955 e il 1975, è stato il primo conflitto avvenuto lontano dall’Europa ad essere entrato nell’immaginario collettivo. Paura, distruzione, morte, pianti e disperazione: chi guardava la televisione poteva vedere tutti questi lati e riscontri della guerra. Affascinato ma al tempo stesso spaventato, lo spettatore si interessò a questo avvenimento non tanto per motivazioni storiche o politiche, ma perché vedere la guerra dalla poltrona di casa e al sicuro, rappresentava una grande novità.

Gli Stati Uniti d’America parteciparono al conflitto in Vietnam e la vita dei corrispondenti era dura. John Fitzgerald Kennedy ordinò che ai reporter non venisse fornita alcuna assistenza, mezzi di trasporto né accrediti per partecipare alle operazioni. Il reporter doveva avere il minor numero di informazioni possibili. Ma inaspettatamente il Vietnam stesso diventò il paradiso per i reporter. Il piano americano di far approdare sul territorio di guerra moltissimi giornalisti liberi di scrivere tutto ciò che volevano, senza alcun tipo di censura, si rivelò però un’arma a doppio taglio. Il lavoro sul campo era faticoso e le scene di vita quotidiana a cui i reporter assistevano erano angoscianti.

Inevitabilmente, tutti i giornalisti che si trovavano a raccontare questa guerra erano portati a chiedersi se essa fosse giusta oppure no, se bisognasse sostenerla. I servizi televisivi, gli articoli, le cronache e le foto iniziarono a creare una coscienza anche politica e sociale americana nei confronti di questo conflitto. La libertà lasciata ai corrispondenti di guerra di andare in qualsiasi luogo, di guardare qualsiasi cosa e di scrivere tutto ciò che essi volevano, non sarebbe stata concessa mai più. L’America si era resa conto del cambiamento profondo avvenuto: la comunicazione per immagini aveva stravolto la realtà.

Non bastavano più i giornali a raccontare la guerra, il cittadino voleva vedere – a distanza – con i suoi occhi che cosa succedeva in altre parti del mondo. Mai come in Vietnam la guerra è stata vista in modo così brutale. L’impatto mediatico di questa guerra è stato enorme e ha cambiato profondamente il modo di vedere i conflitti. Bisogna raccogliere le testimonianze da entrambi le parti che stanno lottando l’una contro l’altra, denunciare la guerra, la morte certa. Un lavoro intenso, duro, schietto dominato da un’atmosfera pesante, sospesa, quasi surreale. Spesso i reportage si trasformano in analisi esistenziali, in angoscianti domande riguardo i dissidi, i dolori e la vita stessa.

Testimonianze, documenti, conversazioni servono per riportare “la più bestiale prova di idiozia della razza umana”. In questo modo la nota giornalista Oriana Fallaci, nel libro “Niente e così sia”, descrive la guerra tra americani e vietcong, ma non solo. “Io volevo soltanto raccontare la guerra a chi non la conosce” e ci riesce esprimendo la brutalità della vita nelle sanguinose lotte.

Perché allora continuare a produrre le armi? Perché utilizzare l’energia dell’uomo contro la sua stessa razza? Questioni universali a cui si risponde con un’unica, amara conclusione: è sempre stato così. Il morto di guerra non è nient’altro che un innocente che muore per un’umanità malata, una vittima del suo delirio di onnipotenza.

Il reporter si avvicina alla guerra allo stesso modo in cui un medico affronta una malattia. L’interesse, il fascino guidano lo studio di un fenomeno del quale si conosce la causa e che si cerca allora di sconfiggere, o di evitare. Il giornalista, vedendone gli orrori e cogliendone le sfumature, condanna le guerre perché solo chi le ha vissute può sapere cosa vogliono dire. Ma allora perché fare questo lavoro? La Fallaci stessa evidenzia il fascino misterioso che avvolge questa esperienza estrema, “la seduzione che essa esercita. Una seduzione che nasce proprio dalla sua vitalità”. Una vitalità percepibile solo dinnanzi alla paura della morte. Uscire vivi da un combattimento, da una battaglia vuol dire vince una sfida contro altri uomini e contro il mondo.

Attrazione e fatalità: una polarità mortale caratterizza l’animo del reporter. Questi accetta una sfida, una scommessa con una posta in gioco molto alta. E dopo la morte cosa c’è? Nulla. In questa storia fatta di assassini, morti, uccisi, la risposta della giornalista a questo quesito esistenziale risiede proprio nel titolo del suo reportage. Niente e così sia.

Oggi il mestiere del giornalista di guerra sembra morto, ma non è esattamente così. Probabilmente è vero che non esiste più un giornalismo alla vecchia maniera costituito da raccolta di dati, recupero di tutte le informazioni possibili per essere in grado di mostrare la realtà dei fatti così com’è, senza filtri né schieramenti. Man mano si perde il rapporto con la realtà e, spesso e volentieri, anche la volontà stessa di raccontare la verità.

C’è chi sostiene che il giornalismo di guerra entra in crisi non nel modo contemporaneo, ma sin dagli albori, da William Howard Russell, uno dei primi corrispondenti irlandesi definito “L’uomo che inventò le corrispondenze di guerra”. All’età di 24 anni partì per il suo resoconto sulla guerra di Crimea. Era il 1854 e il governo inglese ebbe forti ripercussioni, con agitazioni popolari e con lo scuotimento dell’opinione pubblica. La corona britannica rispose smussando gli angoli più spigolosi del reportage, fornendo ai lettori un racconto diverso da ciò che realmente stava accadendo. Il risultato fu del tutto diverso e si ebbe un’immagine della guerra idilliaca e bucolica. Questo è il primo grande tentativo di soffocare la verità, mascherarla e adottare quella censura che caratterizzerà la storia del giornalismo di guerra.

Denunciare significa scavare in profondità, non fermarsi ai comunicati stampa ufficiali, raggiungere notizie importanti per la collettività. Segnalando gli aspetti socio-politici scorretti e malsani, descrivendo gli aspetti più macabri e spaventosi della guerra, il giornalista vuole avere voce e poter gridare al popolo ciò che vede e che di conseguenza vuole denunciare. Molti però sono i segreti che si vogliono tenere nascosti, tanti i particolari. per questo il giornalismo è anche investigativo, perché cerca di “diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia, tutto il resto è propaganda” diceva il giornalista argentino Horacio Verbitsky. Un’attività di scavo, ricerca e indagine per portare alla luce delle verità che spesso risultano scomode a molti.

Una stampa debole cade facilmente e a causa della propria fragilità ha difficoltà a reggersi in piedi; al contrario una forte, solida e robusta sta ben eretta e porta consapevolezza, non solo riguardo alla guerra. Il giornalista partecipa attivamente al processo dei lettori di presa di coscienza e di costruzione di un pensiero pubblico. Un articolo su carta stampata, un servizio televisivo, un libro, un intervento in radio o una denuncia sul web possono cambiare non poco l’opinione pubblica.

Il reporter di guerra deve aiutare le persone a combattere l’ignoranza, a raccontare tutti i lati dei mortali dissidi. Per fare questo deve però avere – prima di tutto – il coraggio di scrivere e raccontare senza limitazioni ciò che sente, vede, vive. Senza paura, il suo lavoro consiste nel raccontare le condizioni di vita di chi è innocente e si trova costretto a vivere la guerra.

Il giornalista deve essere tanto forte e audace da vivere lui stesso la guerra, patteggiare per l’umanità senza scendere a compromessi e senza cedere ai ricatti. Incontra sulla sua strada impostori, opportunisti, bugiardi e tiranni, ma non si deve lasciar piegare dalle loro volontà. Ciò lo può fare prestando attenzione a tutto ciò che vede e considerando tutte le componenti del proprio lavoro. Deve far attenzione a quel particolare tanto piccolo quanto importante, difficile da cogliere, difficile da notare. Superficialmente insignificante ma, in realtà, rivelatore della motivazione della denuncia. Il giornalista di guerra non deve fermarsi all’apparenza, ma andare avanti e scavare fino in fondo, andare oltre la mera superficialità dei fatti. Osare sempre e comunque: questo è il suo motto.

Le paure, i rischi da affrontare non sono altro che elementi contingenti. Inevitabilmente ogni giornalista, che sia di guerra o di denuncia, percorre una strada tutt’altro che spianata ma, al contrario, piena di buche e tranelli. Eppure il suo cammino deve procedere sicuro, coraggioso e fiducioso. Intoppi ne trova, ma deve saperli affrontare e vincere.

Scavare fino in fondo, senza mai fermarsi all’inutile apparenza di quel particolare. Mettendo da parte la presunzione di sapere tutto, il reporter di guerra sa che ogni elemento, per quanto piccolo e nascosto, rivela una verità ben più profonda. Il giornalista fa aprire gli occhi e mostra la verità nuda e cruda, o almeno, così dovrebbe fare, al di là delle censure.

FONTI

O. Fallaci, Niente e così sia, Rizzoli, 1969

P. L. Vercesi e S. Basso, Storia del giornalismo americano, Mondadori, 2005

M. Candito, I reporter di guerra: storia di un giornalismo difficile da Hemingway a internet, Dalai, 2009

https://www.youtube.com/watch?v=jTvFMcLJAMI

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Copertina by lo Sbuffo

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