Ormai da decenni conosciamo la Cina per la sua tendenza che ricorda molto quella del Tribunale del Sant’Uffizio: qualsiasi notizia o influenza che non rispetta il volere del governo viene bandita. La società cinese, data la sua altissima densità, viene controllata anche nella sfera più intima e privata. Inoltre tra i cinesi vige la politica del: prima la comunità e poi l’individuo che plasma sin dalla tenera età la visione che i più piccoli possiederanno del mondo.

I bambini vengono istruiti attraverso un programma educativo durissimo e spinti ad omologarsi all’infinita massa di persone che popola l’Impero Celeste. Si instilla in loro l’idea che ognuno vale perché si trova all’interno di un gruppo, quindi non è il singolo a fare la differenza, bensì la moltitudine. Alla scuola materna ai bambini viene insegnato a copiare un disegno fatto dall’insegnante, piuttosto che far spaziare la mente nel mondo immaginario dei piccoli. Questo sistema educativo insegna ad omologarsi agli altri o ad un modello. Se in Europa o negli Stati Uniti l’emulazione di qualcuno o qualcosa viene percepita come mancanza di creatività, di personalità e di interiorità, in Oriente una persona emerge proprio per aver copiato nella maniera più fedele possibile il disegno della maestra. Anche gli studenti solitamente sono incentivati a studiare in modo mnemonico le lezioni dei professori e nessun tipo di rielaborazione è consentita, in quanto il sapere dell’insegnante è ritenuto sacro, di conseguenza tentare di modificarlo con aggiunte personali è considerato sinonimo di superbia. Balza subito all’occhio l’evidente differenza culturale tra Oriente e Occidente.

I cinesi, retti per più di duemila anni da un impero conservatore e protezionistico, sono ancora oggi permeati dall’idea di appartenere ad una cultura superiore da secoli patrocinata dagli imperatori Ming e Qing. L’Impero Celeste appunto, è conosciuto anche con l’appellativo di Impero di Mezzo, perché considerato come mediatore tra Cielo e Terra e per questo i cinesi si ritengono automaticamente superiori rispetto agli altri popoli, definiti “barbari”.

Durante l’epoca delle grandi scoperte geografiche, a partire dal primo Quattrocento, anche i cinesi testarono la via della navigazione, dato che l’imperatore voleva capire quali popoli e ricchezze ci fossero al di là degli immensi confini della Cina. I marinai, una volta tornati, comunicarono all’imperatore che nulla al di fuori, valeva la pena di essere visto o sfruttato e così venne sancita la chiusura dei confini e bandita la navigazione. Il popolo cinese non avrebbe dovuto contagiarsi con i “barbari”, perché la loro cultura doveva rimanere pura e incontaminata.

Tutt’oggi il governo cinese stabilisce quali debbano essere le influenze dall’estero. Internet è una piattaforma a sé in Cina, diversi Social Network e motori di ricerca occidentali sono banditi, così come tv, giornali, riviste estere non possono essere diffuse. Tutto ciò perché si cerca sempre di preservare tradizioni, pensiero, superiorità cinese. Per non perdere l’essenza propria della loro cultura millenaria, il governo ha disposto che i matrimoni non devono più essere celebrati con cerimonie sfarzose e gli scherzi fatti agli sposi devono essere il più sobri possibili. Questo perché negli ultimi anni, i matrimoni stavano emulando la tradizione occidentale, quindi sfarzosità, opulenza, eccesso, caratteristiche non proprio orientali. Dunque, secondo il governo i matrimoni devono ricalcare la propria tradizione e quella socialista.

Da una parte tale decisione sembra voler preservare la diversità degli uomini, poiché la globalizzazione ha fin troppo appiattito le differenze. Ormai siamo abituati ad essere tutti uguali, stessi abiti, cibi, smartphone, stesse tendenze; come i bambini cinesi a scuola copiano un disegno per adeguarsi ad un modello di riferimento, anche la società odierna si sta comportando allo stesso modo. Il diverso è strano, qualcosa da cui dissociarsi. Alexis de Tocqueville studiava la società americana di metà Ottocento e aveva notato che si era diffuso un effetto massificante tra gli individui: tutti cercavano di rientrare nei parametri definiti dal gruppo, il pensiero personale doveva necessariamente adeguarsi a quello della massa, altrimenti si veniva automaticamente esclusi. La libertà di pensiero non esisteva realmente per la paura di essere tagliati fuori; la società scherniva colui che dissociava il proprio pensiero. Un secolo e mezzo dopo sembra che le cose non siano ancora cambiate.

Se da un lato la posizione del governo cinese sembra voler ribadire le differenze, dall’altro interdice la libertà di scelta di ciascuno. Chiunque dovrebbe essere libero di celebrare come meglio crede il giorno più importante della propria vita; abbiamo dimenticato l’epoca in cui tutto veniva scandito dal calendario religioso, eppure ancora oggi non siamo liberi di soddisfare i nostri gusti e piaceri nel modo che più riteniamo giusto per noi. Oltretutto i cinesi sono usciti da appena tre anni dalla costrizione del figlio unico durata trentacinque anni e sembrano costretti a rivivere la pressione del governo sulla propria vita privata.