“Ogni preparazione pedantesca è anti-umana e stanca la fortuna. La storia, la vita e la terra appartengono agli improvvisatori”. (Marinetti, Al di là del Comunismo, 1920)

Questo è il genio anarchico che deride e spacca le liriche della vita dabbene, antiquata voluttà. L’ideale, cupa maschera dell’idea, non è fatto per questa epoca di futuro immenso, di animarsi dell’orgoglio libero dell’Avanguardia. Il Futurismo non ha simboli, non imbratta le pagine d’idee e d’ideali, ma trema e cerca sempre novità nel progressivo ritirarsi del mondo. Che significa? Dove va il mondo classico? Quello dei musei, della musica da camera e dei balli raffinati? Cosa cerca il futurista? Cosa riesce a far proprio?

La teoria estetica futurista fu inscindibile dallo stile di vita futurista: tumultuosa, stramba e colorata. Essa non poté sopportare, nel suo spontaneo automatismo poetico, la morale e la cultura di quel “passatismo” imperante in tutta Europa: nella Volontà di Potenza marinettiana e poi futurista non c’è spazio per questo mondo, per quello che con fiducia potremmo chiamare il “mondo dell’arte”. Questo è un universo di concetti, una lista di regole e comportamenti che non è a proprio agio con la freschezza emotiva della vita moderna, con i rapidi sconvolgimenti e le accanite micro-realtà della città novecentesca. Il futurista è, in questo senso, un magnificatore della creatività umana, ma allo stesso tempo un inquisitore del culturalismo, e questo perché la filosofia futurista poggia su un ben preciso concetto di “cultura”, per cui essa è ciò che arriva per non più rivenire, che arriva in quanto arriva, avviene nella sua potenza solo nei brividi violenti di un evento unico. La cultura futurista è tensione, azione, prassi avventata. Solo nella dimenticanza di un mondo stabile, ordinato e canonizzato è possibile abbandonare l’ortoprassi dell’arte occidentale, per avventurarsi al di là del cosmo (da kòsmos, in greco, “ciò che è ordinato”), per farsi fautori di un’arte e di una cultura totali, universali, proprio in quanto anti-cosmiche. La teoria futurista, dunque, è una teoria dell’abbandono, che segue all’abbandono di qualcosa.

Quando Marinetti salì sul campanile di Piazza San Marco, a Venezia, per inaugurare la fine del “passatismo”, e quando si servì dell’invincibile potere della pubblicità per coinvolgere le masse da ogni dove e di ogni credo; non fece che incaricare il suo genio artistico di un compito assoluto, quello di prendere il controllo di una “nave sanza nocchiere in gran tempesta”, di un’Italia e di un’Europa ferme nel loro torpore culturale, e quindi morale, e quindi esistenziale. Nel Futurismo possiamo osservare un punto focale dello sgretolamento di una metafisica subdola, di un’ingombrante presenza implicita nella Storia, ciò che per molti è “Storia” stessa: la tradizione. La spinta vitale dell’individualismo anarchico andrebbe letta innanzitutto e per lo più nelle sue connotazioni negative: non uno slancio verso l’eroica feticizzazione del “se'”, ma uno sforzo contro l’imbecille e minacciosa distruzione del proprio, del soggettivo, dell’autonomo.

“I professori passatisti sono i soli responsabili di questo assassinio: i professori passatisti, che vogliono soffocare in fetidi canali sotterranei l’indomabile energia della gioventù italiana”. (Marinetti, Contro i professori)

In una prospettiva anti-cosmologica, si è destinati alla volatilizzazione. È per questo che, in assenza di salde certezze sulla realtà mondana, la scelta va sopportata sulle proprie spalle fisiche e morali. Le necessità dell’anima e della carne, da fili tesi al non so dove, diventano idolatriche riflessioni di loro stesse: il sentimento di precarietà si fa patto con se stesso, si sceglie per la via più sicura, quella dell’affidamento a ciò che sento come grave, in un mondo brutalmente flebile: la mia esistenza. La mente si fa macchina di pulsioni alcoliche ed ambizioni titaniche, controlla un polso febbrile, ardito, libero nel compito d’indicare, al grido di ribellione, contro il contingente. La saldezza, non la maturità, il rimanere, non l’occupare, l’indispensabile, non l’amato. Marinetti ha creato il suo personale Superuomo sul calco dell’ultimo spasimo della storia moderna, ha colto quest’ultima volontà dell’uomo contemporaneo di esser uomo e, con un gesto sublime, l’ha offerto al delirio del poetare d’avanguardia, un poetare contro tutto, a favore di tutti.

“Quando tu bruci/tu non sei più l’uomo,/il Dio tu sei!” (Aldo Palazzeschi, L’incendiario, 1913)