Tu es libre è uno spettacolo pluripremiato, eppure non ci è piaciuto. E’ arrivato in finale al Premio Riccione per il Teatro 2017 ed è stato selezionato dalla Comédie Française tra le novità più significative della stagione 2017/18; nonostante ciò abbiamo alcune critiche negative da segnalare all’autrice Francesca Garolla e al regista Renzo Martinelli.

Haner è un nome inconsueto per una ragazza anche in Francia, dove è ambientata la vicenda: deriva dall’etimologia di Andromaca, il nome della fedele moglie dell’eroe troiano Ettore, ed è composto da Aner, uomo, e Make, battaglia. “Uomo in battaglia”, un nome per una donna forte e coraggiosa, come la protagonista di questa storia. Haner è una studentessa di lettere classiche con la passione per l’Iliade, l’opera che, in qualità di topos del libro feticcio, accompagna l’intera vicenda. È una ragazza curiosa e piena di interrogativi, nessuno si sarebbe mai aspettato che avrebbe lasciato la sua vita ordinaria per andare in Siria e diventare una terrorista. Le persone a lei vicine, nel corso di un’indagine delle autorità, cercheranno di scoprire le motivazioni che hanno spinto Haner a compiere tale scelta, la morale della vicenda però è che non esiste una ragione dietro la partenza della giovane, così lo spettatore lascia la sala con più interrogativi che risposte.

Gli attori in scena sono sei: una madre affettuosa e infuriata per la perdita della figlia, un padre che cerca il dialogo ma non lo trova, un fidanzato immigrato che non condivide le scelte di Haner e un’amica superficiale, egocentrica e appassionata di moda, eccessivamente stereotipata e priva di spessore come personaggio. L’ultimo personaggio è una donna bionda con delle cuffie, una sorta di voce della coscienza di Haner, un narratore o forse l’autore implicito dello spettacolo; il suo ruolo è poco chiaro, ma svolge efficacemente la funzione di far riflettere lo spettatore, pronunciando riflessioni profonde e commentando la vicenda. I personaggi, eccetto Haner e la donna bionda, si agitano per il palco con movimenti nervosi e stressati, ma la loro agitazione non porta a nulla perché non si riuscirà a comprendere le azioni di Haner. I vestiti degli attori sono indumenti semplici, tratti dal quotidiano, non sembrano affatto costumi di scena, così i personaggi sembrano persone estremamente realistiche.

La scenografia è minimalista ed è costituita da un’impalcatura in legno non sopraelevata con una lunga panca sul fondo, su cui siedono i personaggi in attesa di entrare in scena. Non esistono quinte, i personaggi si aggirano continuamente sul palco in attesa di prendere la parola e fornire la propria versione dei fatti; durante questi lunghi minuti di inattività leggono un giornale, si rifanno le unghie o conversano. Sul palco due sedie di legno vengono continuamente spostate con gesti rumorosi che vorrebbero sottolineare la volontà ferma dei personaggi di trovare una soluzione, ma questo strano gesto non porta a niente.

Gli autori hanno indubbiamente avuto la brillante idea di indagare la psicologia di una persona occidentale in giovane età che abbraccia il terrorismo islamico, ma non hanno ben sviluppato l’analisi del personaggio. Le parole di Haner sono riflessioni vaghe, generiche e poco approfondite sulla libertà, sull’umanità della guerra e sulla possibilità di ricostruire dalle macerie.

Il Corano e la cultura islamica non trovano spazio nel testo teatrale, fatta eccezione per una citazione sulla creazione del mondo. Anche in questo caso però il testo musulmano per eccellenza non viene menzionato, il racconto religioso sembra essere un semplice mito molto poetico di una qualunque religione monoteista. E’ assurdo trattare un argomento simile affidando al Corano un ruolo marginale. Ma cosa sta spingendo un numero sempre crescente di persone a convertirsi all’Islam? La7 ha realizzato un servizio televisivo in cui intervista delle donne italiane convertite: tutte argomentano in modo chiaro cosa hanno trovato di suggestivo nel Corano, ma Haner non affronta tali tematiche, sembra più interessata all’esercizio della sua libertà personale che alla religione.

Trova invece spazio nello spettacolo l’Iliade, uno dei libri più importanti per l’Occidente, ma che non ha niente a che vedere con la cultura Islamica, in quanto hanno voluto creare una ragazza normale e acculturata, non una pazza o una fanatica religiosa; ma per compiere un gesto simile bisogna essere dei fanatici o avere subito dei traumi, lo rivelano i numerosi casi di ragazzine europee che nella vita reale hanno veramente lasciato la loro casa per comprare un biglietto aereo con destinazione Siria e diventare delle terroriste. Ancora una volta si è parlato di Occidente, perché a quanto pare noi Europei non sappiamo raccontare culture che non ci appartengono.

Come ultima osservazione, avremmo preferito un finale differente per la storia di Haner: una motivazione dietro le nostre azioni esiste sempre e non sarebbe stato difficile inventarne una con tutti i terroristi islamici che sono stati catturati e interrogati nella realtà. Il profilo psicologico del fanatico è il medesimo indipendentemente dal credo politico o religioso che abbraccia, perciò anche conoscendo poco la realtà del terrorismo islamico non sarebbe stato difficile creare un personaggio più realistico. Tuttavia non si è nemmeno sicuri che l’attentato di cui la giovane è stata accusata sia stato commesso proprio da Haner, perciò l’intera analisi dello psicologia di Haner è futile, in quanto la giovane potrebbe essere scomparsa per altri motivi.

Gli autori hanno avuto un’idea brillante, ma non hanno saputo svilupparla e il personaggio di Haner ha poco a che vedere con le donne e le ragazze che nella realtà hanno abbracciato il fanatismo religioso islamico.

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