Nel 2016 i laureati magistrali in Giurisprudenza in Italia sono stati circa 16.800.

Successivamente all’ambita e sudata laurea in legge, la maggior parte di questi giovani giuristi finisce con l’iniziare la pratica forense presso uno dei 237 mila avvocati in tutta Italia per ottenere il titolo. La pratica forense è il tirocinio formativo necessario per poter sostenere l’esame di abilitazione alla professione, di durata di diciotto mesi all’interno di uno studio legale ma soprattutto sotto la supervisione di un avvocato con almeno 5 anni di anzianità di iscrizione nell’albo, il c.d. dominus.

Il futuro è quanto mai incerto: gli avvocati in Italia sono oggettivamente tanti, troppi rispetto alla richiesta di un mercato che ormai è saturo. La crisi economica ha colpito profondamente anche un settore nel quale per decenni si ha prosperato. Dalla battuta di una nuova e recente serie televisiva viene affermato uno dei tanti luoghi comuni sugli avvocati: “con tutto il rispetto se sei un avvocato e non fai soldi a palate c’è qualcosa che non va”. C’è molto che non va a partire dall’Avvocatura stessa, che sembra far fatica a stare al passo con i tempi, con le evoluzioni tecnologiche, sociali ed economiche che corrono veloci come il vento, chiudendosi nella propria cerchia lobbistica.

Lì dove il tempo si è fermato

Per averne una prova basta osservare le modalità per sostenere l’esame di abilitazione: tre giorni di prove scritte su scala nazionale nel mese di dicembre, 8 ore infernali al giorno di scrittura a mano di pareri e atti, quando ormai nell’attività quotidiana si usa il computer da almeno un decennio. I successivi 6 mesi vengono passati nell’attesa e nell’incertezza ansiogena dei risultati. Il giudizio universale arriva sprezzante e con pochissimo margine di difesa: se i commissari abbiano effettivamente corretto i compiti oppure no questo non è dato saperlo, perché nel 99% dei casi non si ravvede alcun segno rosso sui compiti. Macroscopiche e ormai note ingiustizie mentre ci si abilita proprio nel servire la giustizia. Ai fortunati vincitori della lotteria del primo step attende poi la prova orale: 6 materie giuridiche da preparare allo stremo delle forze, nelle torride estati che diventano odiate clausure, una sfida di resistenza fisica e mentale, in cui infinite variabili tra cui fortuna, manzoniana provvidenza, tenacia, carattere, resilienza sono tutti elementi che possono fare la differenza.

Tutto questo aspetta i giovani giuristi, da sempre e ancora nel 21esimo secolo e forse per sempre finché qualcuno non deciderà di prendersi carico delle voci di questi aspiranti avvocati e di affrontarne i problemi.

Da sempre appartenere all’avvocatura permette di essere parte di una privilegiata ed illustre corporazione che tutela gli interessi dei suoi componenti, di far parte di un’antica elite di persone colte ed istruite, una sorta di decaduta aristocrazia seicentesca. Proteggere vecchi e indissolubili valori non deve essere una scusa per non voler seguire il progresso perché prima o poi ciò si ritorcerà contro.

Ma qual è la realtà del praticante avvocato?

Dietro ad un grande avvocato c’è sempre un buon praticante

Se ci si avvicina ad un tribunale italiano, uno qualsiasi, accanto ad un avvocato si vedono aspiranti professionisti in erba che cercano di stare al passo, in tutti i sensi. Successivamente, entrandovi, appena superati i tornelli, se ne vedranno altri che invece corrono districandosi tra i labirintici corridoi verso le cancellerie prima che chiudano per depositare gli atti, il loro cuore batte all’impazzata, come se fosse una questione di vita o di morte, e in un certo senso lo è. Fallire non è un’opzione e questo un praticante lo ha imparato fin da subito.

Non c’è dubbio, un ottimo esercizio ginnico ed un’alternativa al tapis roulant. 18 mesi così e ci si rimette in forma, soddisfatti ma mai rimborsati.

Dal primo giorno in cui si entra in uno studio legale si deve far proprio un sacro comandamento: arrivare sempre, in qualunque modo e costi quel che costi, ad una soluzione. Il come non è importante, nessuno ve lo chiederà. Neppure importa quanto la richiesta possa essere estrema, folle e rasentare l’impossibilità ma a quanto pare per un praticante niente deve essere impossibile. Impossible is nothing e nelle sfide della vita è un atteggiamento che può sicuramente aiutare.

Inerzia ricorrente

Dopo la laurea si viene così buttati brutalmente nel mondo vero, quello reale dove chi si ferma rimane indietro e nessuno dà una mano, non ci sono tutor e possibilità di rifare l’esame, soprattutto in una realtà tanto competitiva quanto frenetica come il mondo legale. Arriva così la prima doccia gelata in cui ci si rende conto che in realtà non si sa fare nulla, neanche compilare una semplice raccomandata, ci si sente stupidi come solo la nostra generazione sa fare. La consapevolezza che studiare non va di pari passo con saper fare. Ci si inizia a domandare cosa si è stati a fare 5 anni in Università a riempirsi la testa di concetti in parte ora confusi. Si conoscono gli elementi costitutivi di un atto giuridico ma non se ne è mai visto uno dal vivo e non si sa da che parte iniziare a crearne uno. Un po’ come se un aspirante medico dopo 6 anni di studio non avesse mai messo piede in un reparto.

I collegamenti tra facoltà di Giurisprudenza e mondo del lavoro sono tutt’ora pressoché inesistenti e a pagarne il prezzo sono i giovani laureati che scelgono la strada dell’avvocatura senza davvero rendersi conto di cosa è davvero la professione forense. Un serio rimprovero quindi va indirizzato tanto al mondo dell’istruzione quanto all’ avvocatura, che non riescono o non vogliono percepire questa esigenza e neanche ne sfruttano il potenziale.

Come tutti o quasi i tirocini che si rispettino mansioni quali portare il caffè, fare montagne di fotocopie e scansioni, rispondere al telefono e andare in posta, fa parte della gavetta, fino a che esse non diventano la parodia meno chic de “il diavolo veste Prada”. Nel citato film, la brillante e volenterosa Andy, assistente di Miranda Prestley, subisce vessazioni di svariato tipo, è spesso sull’orlo di una crisi di nervi, lavorando senza alcun orario per una paga misera, costretta ad andare a prenderle un caffè che poi si vedrà buttare via per un semplice di lei capriccio. Il tutto dovendo gestire e interpretare le svolte umorali della Prestley stessa, improvvisandosi anche un po’ psicologa ed esperta  di scienze della vita.

Ecco, potreste udire simili storie uscire dalla bocca dei praticanti avvocati.

Non chiamateli solo praticanti

Se credete che il praticante si destreggi solamente tra l’intricato labirinto del diritto vi sbagliate. Ricerche, redazioni di atti, gestione dei clienti, sono tutti elementi costitutivi ma non esaustivi nel tirocinio. Non vi è alcun dubbio riguardo al legame che si crea tra il praticante e lo studio legale, un’assimilazione dovuta non solo al tempo che egli dedica ad esso ma anche per un processo di simbiosi che fa parte di un programma secolare preciso. Nel migliore dei casi il dominus diventa il mentore della carriera professionale o almeno così dovrebbe essere. Il rapporto di dipendenza che si crea diventa reciproco fino a diventare addirittura morboso ed in alcuni casi tossico.

Al praticante è riservato, con il tempo, il ruolo di alter ego dell’avvocato, però totalmente asimmetrico. Addirittura spesso si abbatte il muro tra la vita privata e lavorativa. Così facendo ci si ritrova dopo poche settimane di presenza in studio a sapere tutto sull’attuale situazione dei figli del proprio capo, di casa e annessi, sul rendimento scolastico della prole. Un po’ come il confessionale del grande fratello. Attenzione però: si abbatte definitivamente quel muro se e quando, senza troppo pudore, il vostro capo vi chiede di improvvisarvi baby sitter non qualificati dei figli e magari anche di andarli a prendere a scuola. In fondo perché pagare una tata quando si può mandare il praticante?

Il praticante è disponibile, come si suol dire, anche per battesimi, matrimoni, comunioni, insomma un tuttofare silenzioso.

Ancora, da praticante avvocato a dog-sitter il passo può essere altrettanto breve. Si sentono storie di praticanti che durante la pratica forense davano da mangiare al gatto di studio o che di tanto in tanto dovevano portare fuori amabilmente il peloso amico dell’uomo. Non sembra troppo diverso dalla scena de “il diavolo veste Prada” in cui Andy viene trasportata da Patricia, il cane San Bernardo della terribile boss, mentre la porta a spasso per New York.

Diffidate pertanto dagli annunci dove si precisa che dobbiate “amare gli animali”, perché molto probabilmente dietro si cela il tranello del dogsitteraggio incluso.

Segreti

Tutto ciò suscita spontanei sorrisi ed ilarità ma immaginate quando arrivate a casa dopo una giornata simile a quanto raccontato e pensate ai vostri genitori. Cosa penserebbero della fine che state facendo? Coloro che hanno investito per anni su di voi, sulla vostra istruzione e personalità e che al pensiero di avere un figlio avvocato vi immaginano proprio come quegli avvocati delle serie tv: brillanti, rispettati e con una fiorente carriera davanti, spesso tutte cose che loro non hanno potuto essere o avere. Con quale orgoglio parlano di voi agli amici, vantandosi di un lavoro onorevole, senza sapere che in realtà siete ad un passo da sistemare anche le tubature dello studio, all’occorrenza.

Non è un codardo silenzio ma un dovuto rispetto verso i loro sacrifici. L’umiliazione di non aver potuto fare scelte diverse.

Ma quanto costa un praticante tutto fare?

Il praticante è un affare, economicamente parlando, soprattutto se è sveglio ed impara in fretta. Spesso addirittura egli non costa nulla se non un ridicolo rimborso spese non definito con certezza, a volte promesso e procrastinato per mesi con le scuse più disparate.

Le posizioni più ricorrenti sono del seguente tenore: “lo studio è in difficoltà, non posso pagarti” e poi li vedete fare ogni week end primaverile ed estivo al mare; ancora: “ai miei tempi non venivamo pagati, la pratica è così, ti sto insegnando il mestiere”. Dietro a queste puerili scusanti si continua a negare diritti, dato che di diritto stiamo parlando, perché la legge italiana lo permette e nessuno dibattito sembra venir sollevato al riguardo. Così ci si ritrova a 30 anni con una laurea in tasca, a lavorare 9 ore al giorno e a farsi mantenere dai genitori, non perché si è bamboccioni ma perché queste sono le condizioni che vengono loro imposte e a cui nessuno vuole dar voce. A 30 anni molti di loro, così facendo, non possono neanche sperare un giorno di avere una degna pensione, dato che non pagano per anni i contributi. Così come non possono sperare di poter entrare in una banca ed ottenere un mutuo per iniziare una propria vita lontana dai genitori, neanche se ne parla. Prima o poi qualcuno dovrà pensare a tutto questo.

È la legge professionale forense stessa ad essere vaga ed ambigua, lasciando libero arbitrio agli avvocati stessi. In essa è prevista l’elargizione di un “compenso adeguato” a fronte “dell’effettivo contributo” allo studio, dopo i primi sei mesi di pratica. Non esistono ispettorati e controlli al riguardo e non è definito il criterio dell’adeguatezza lasciando così, ancora una volta e volutamente, libertà agli avvocati di poter sfruttare, in base alle loro necessità, giovani con già poche possibilità. La lobby tutela chi è già arrivato, non chi sta percorrendo il sentiero.

Eterni invisibili e ricordo di una élite decaduta

È così che gli avvocati pensano di tutelare i loro giovani colleghi? È così che pensano al futuro delle nuove generazioni, continuando a sfruttare ed approfittarsi del silenzio. Non è un caso che pochi avvocati consigliano al proprio figlio di seguire la strada da lui/lei intrapresa un tempo. Ci si dimentica che essi sono pur sempre lavoratori, obbligati a lavorare almeno 8 ore al giorno come una qualsiasi stagista ed impiegato perché non sono ancora dei liberi professionisti. la flessibilità che è caratteristica della libera professione viene applicata anche al praticante che spesso è costretto a lavorare anche nel week end ma costretto a presentarsi per primo in studio alla mattina. Il governo non si occupa di questa grande fetta di giovani in cui si possono includere anche i praticanti commercialisti, architetti, insomma tutte quelle professioni che stanno pagando a caro prezzo la crisi. Nessun genitore auspicherebbe al proprio figlio un simile trattamento e non tutte le famiglie possono affrontare simili costi di un incerto futuro.

Questo scenario mostra come i nuovi schiavi legalizzati di questa società, basata sul risparmio e sullo sfruttamento, sono proprio coloro che un tempo erano ritenuti fortunati, invidiati, poiché appartenenti ad una élite ormai però decaduta. Nonostante ciò, vengono considerati tutt’ora dei privilegiati e quindi ignorati all’interno delle discussioni attuali.

Quale soluzione al problema è stata pensata? Rendere più difficoltoso ed oneroso l’accesso all’abilitazione così da limitare la competizione ma intanto un altro praticante, in questo momento, sta portando a spasso il cane.