Ero di fronte a lui, seduti entrambi a tavola per la cena. Insieme a noi c’era mia madre e le mie due sorelle. All’inizio si parlava delle solite cose “come è andata a scuola?” “chi hai incontrato oggi?”. La nostra vita risultava monotona, a quindici anni la nostra quotidianità era quasi meccanica: scuola amici casa. Eppure, quella sera, a differenza di molte altre, tornai a casa con un quesito. In classe ci proposero di scrivere una storia, cercare qualcuno che vicino a noi avesse dovuto lasciare la propria casa per poi spostarsi verso nuovi orizzonti. E fu così che, durante quella cena, conobbi l’infanzia di mio padre.

La mia era una famiglia benestante. Mio nonno aveva un’azienda che fabbricava container di legno per il trasporto di merci dall’Inghilterra. Ma quando nel 1967 scoppiò la nota guerra dei sei giorni, i depositi di merci situati sul canale di Suez e in Alessandria di Egitto vennero svuotati. L’assicurazione non copriva il furto di merci durante un periodo di guerra e così i depositi vennero sequestrati. Ci trovammo da un giorno all’altro in uno stato di miseria tale da costringere la mia famiglia a prendere in considerazione l’idea di emigrare.

Le prime scelte furono quelle di emigrare in Australia o in Danimarca o in Olanda. Alla fine, però, i miei genitori scelsero l’Italia, dal momento godevano di diverse conoscenze nel paese. Mio padre partì per primo, con in tasca solo 100 dollari. Ad aspettarlo c’era una signora che gli trovò una sistemazione e un lavoro come falegname, pagato 5 mila lire al giorno. Tornò in Egitto dopo un anno per prendere mia madre e me. Io che ero il più piccolo di sei fratelli. Partimmo al bordo di una nave turca. C’erano due cameroni, uno per le donne e l’altro per gli uomini, potevano contenere duecento persone, sistemate su dei letti a castello. Arrivammo al porto di Napoli dopo tre giorni di nave; e da lì  prendemmo una macchina che ci portò a Roma.

La mia prima difficoltà fu quella di imparare la lingua. Infatti gli italiani parlavano tanto velocemente che era impossibile comprendere una parola, delle volte credevo persino che l’interlocutore nel rispondere tirasse a caso. Comunque, dopo solo tre mesi parlavo perfettamente l’italiano. Ricordo anche che nei primi tempi lasciavo una parte del mio cibo sopra il mobile: se avevo due albicocche una la ponevo sopra il mobile, se avevo due mele, una sarebbe stata messa da parte. Lo facevo per i miei fratelli. Volevo che al loro arrivo potessero assaggiare ciò che offriva quella terra, ciò che stava offrendo a me. E dovetti aspettare un anno prima di condividere con loro tutte quelle ricchezze.

Un anno in cui un bambino di otto anni era diventato una macchina da lavoro. Infatti quando esci dal tuo paese diventi automaticamente una macchina da lavoro. Le persone mi offrivano impieghi, come se avessero atteso da tempo il mio arrivo e uno tra i miei primi lavori fu quello di “cascherino”: dovevo portare la spesa nelle case dei clienti di un’alimentari di via Palermo. I clienti erano venti anziani e ognuno di loro mi offriva ogni giorno la colazione. E mentre papà guadagnava cinque mila lire al giorno, io raggiungevo la stessa somma solo con le mance.

Fu il mio primo lavoro dopo cinque mesi trascorsi attaccato alla gonna di mia madre. Infatti, mentre mio padre lavorava, io stavo con la mia mamma, sistemavamo la camera dove abitavamo e andavamo in chiesa a Santa Maria Maggiore. Ricordo che durante le nostre passeggiate tutti erano gentili nei miei confronti, per loro era una novità vedere un bambino egiziano. In quei tempi erano pochi gli stranieri, ai loro occhi ero “una bella novità”.

Diverso era però il mio rapporto con i bambini. Ricordo che un giorno, quando abitavo con i miei genitori a via Urbana, dalla camera dove dormivamo, rimasi a fissare i figli dei proprietari mentre giocavano. Mia madre mi disse “perché non ti avvicini a loro?”. Così mi alzai, mi avvicinai e li sorrisi. ma il mio gesto non fu ricambiato, tutt’altro, i bambini scapparono e chiusero la porta della loro stanza. Avevano dei giocattoli molto più belli dei miei, che erano invece soltanto un paio di soldatini. Bramavo di giocare anche solo per un attimo con quei giocattoli e così presi un loro soldatino. E il giorno seguente, la padrona di casa ci cacciò. Non ci disse mai quale fosse stato il motivo, forse per il mio gesto incauto e infantile.. fatto sta che le notti seguenti le passammo in una casa in costruzione, senza porte e ricoperta dal solo calcinaccio.

Eppure per me, tutto questo, era un gioco. Ero un bambino.