20 gennaio 2019

La rivoluzione gentile della nuova borghesia

La rivoluzione gentile della nuova borghesia

Le voci della piazza

La piazza è stata da sempre luogo di incontro e scontro, di protesta contro le ingiustizie sociali, da cui sono partite o si sono rafforzate molte rivoluzioni dando voce ai deboli, agli ultimi e agli oppressi del momento. Questi, unendosi, sono diventati più forti. La piazza si è sempre prestata a tutti coloro che avevano bisogno di diventare visibili, quale segno tangibile della piena libertà di poter esprimere la propria opinione e di dimostrare il proprio consenso o dissenso verso la realtà attuale.

La piazza non giudica nessuno ed ascolta tutti.

Essa è stata utilizzata recentemente in due occasioni ed in due città così diverse come Roma e Torino, per dare voce però ad un ritorno comune sulla scena della cosiddetta nuova borghesia.

A Roma, in Piazza del Campidoglio, il 27 ottobre scorso alle ore 10.30 si sono dati appuntamento e trovati centinaia di cittadini semplicemente grazie al passa parola attraverso il gruppo Facebook “Roma per tutti, tutti per Roma”. Così è nata una protesta pacifica che non vuole essere chiamata movimento né associata alla politica, ma semplicemente vuole essere un coro di cittadini che condividono esigenze, lamentele e disagi in un’unica dimostrazione. Romani, che ogni giorno devono affrontare gli evidenti problemi di una città, la quale più che eterna, sembra venir eternamente condannata ad essere abbandonata a sé stessa e deturpata. Cittadini esasperati e stanchi delle false promesse di questi ultimi decenni, nonché infuriati nel vedere che Roma è diventata merce di scambio di una politica capace solo di macinare vane parole per il solo consenso di massa.

#romadicebasta è l’hashtag manifesto della giornata. Roma, che per secoli è stata al centro del mondo, rischia di non stare al passo con il veloce sviluppo delle altre capitali mondiali. Ogni anno riceve milioni di turisti, ma per chi ci vive risulta essere meno efficiente di una città di provincia. Tra autobus che prendono fuoco, insidiose buche killer, una raccolta dei rifiuti degna di un paese del terzo mondo, la noncuranza delle più basiche regole di civiltà: Roma è nel caos sotto gli occhi di tutti e il divario con altre città italiane diventa sempre più evidente. Tale delirio urbano purtroppo non dà neanche il giusto valore al museo a cielo aperto che è il centro storico della città, perché l’occhio cade ripetutamente sui rifiuti che fuoriescono dai sacchi abbandonati ai bordi delle strade e sulle cartacce che ostruiscono i tombini. Ciò non è solo colpa dell’attuale amministrazione comunale, una tale situazione è frutto di anni  negligenza, ma ora la gente si è stancata.

Anche a Torino, lo scorso 10 novembre migliaia di cittadini sono scesi in Piazza Castello per gridare “sì, Torino va avanti”.  Cittadini torinesi e piemontesi si sono riuniti per alzare un grido pacifico contro un Governo che vuole negare il progresso sulla base di una presa di posizione più o meno immotivata. Dicendo sì alla Tav, spiegano, dicono sì all’Europa senza barriere. I torinesi guardano al futuro e non vogliono rinunciarvi, avendone l’opportunità. In piazza Castello si è voluto dire al Ministro dello sviluppo economico che la Tav serve all’Italia, perché lo sviluppo, di cui lui dovrebbe essere il primo motivatore, si fa investendo in infrastrutture strategiche e necessarie.

Cosa accomuna queste manifestazioni apparentemente diverse?

Prima di tutto che la libertà di espressione viene esercitata ancora pienamente e pacificamente, senza rozzi insulti e senza il pretesto di scaricare sulla piazza la propria ira repressa. Ciò che emerge è la voglia di cambiamento vero, rimboccandosi tutti le maniche, verso il miglioramento delle proprie condizioni e del proprio territorio. Si vuole evitare un ritorno inarrestabile verso l’isolamento, come paventato dall’attuale Governo.

Anche durante la rivoluzione industriale e copernicana c’erano gli scettici, coloro che avevano paura di cambiare, perché cambiare naturalmente fa paura, porta dubbi, poiché significa lasciare qualcosa di certo per intraprendere un cammino nuovo. Chi si ferma è perduto e la teoria dell’evoluzione ne è una lampante dimostrazione. La piazza sta chiedendo di sopravvivere all’evoluzione in corso e per farlo bisogna stare al passo.

Si stanno insediando paure che sembravano essere state superate: paura dei vaccini, paura della scienza, paura verso l’Unione dei popoli europei. Ci improvvisiamo tuttologi di ogni vago sapere senza un minimo senso di umiltà. La paura sta diventando uno strumento di propaganda che si insedia soprattutto tra i più vulnerabili. Si sta legittimando ed esaltando l’incompetenza come valore solo perché ciò fa sentire la maggioranza di quello che alcuni chiamano ostinatamente “popolo”.

Vade retro politica

Queste due manifestazioni, embrioni di un nuovo malcontento che è destinato a farsi sentire ancora e ancora, sono nate genuinamente e lontane dalla politica. Stupisce positivamente vedere l’insubordinazione gentile ed educata con cui tali persone hanno manifestato ed espresso la propria posizione, nonostante la rabbia e lo sgomento di sentirsi sempre meno rappresentati ed ascoltati dalla classe politica. In un periodo in cui però sembra vincere chi alza di più la voce, un tale modo di manifestare sembra essere poco incisivo. Solo il tempo potrà dirlo.

La maggior parte di questi cittadini si discosta delle conversazioni politiche, si riconosce tra chi ogni mattina si alza e tra le fatiche quotidiane, le incertezze del futuro dei propri figli, sono stanchi di una politica cialtrona ed inconcludente, di qualsiasi colore essa sia. I cittadini sono stanchi di sentire promesse più grosse di loro e che non verranno mai mantenute. Sono troppo impegnati a mandare avanti questo paese, lavorando regolarmente e pagando le tasse anche per chi non le paga o favorisce di sconti e condoni.

Le ideatrici e le madri delle manifestazioni di Torino sono 7 donne che non hanno alcun legame con il mondo politico, neanche locale. Esse sono infatti architette, giornaliste, libere professioniste, impiegate. Lo stesso si può dire della manifestazione di Roma. Potrebbero essere le vostre vicine di casa o le vostre colleghe. Ciò che accomuna queste due mobilitazioni di massa è proprio la provenienza sociale di tali manifestanti. Gente comune, che non vuole vivere in un paese che recede, che si scontra con Bruxelles insultando i Commissari europei come nei peggiori bar di periferia.

La strumentalizzazione del popolo

Ultimamente si parla molto di “popolo”. Lo si cita così da scaldare una massa non ben identificata di persone. Ma esattamente quale popolo? Niente di più sbagliato e pericoloso invocare costantemente la volontà popolare, in un periodo storico in cui ci sono tanti popoli come in realtà nessuno. L’uso improprio della parola popolo serve solo per far sentire forti ed ascoltati coloro che per anni si sono sentiti esclusi dalla società e che ora vedono gente nata dal niente sedere su importanti poltrone. In ciò non ci sarebbe nulla di male se non che ci si chiedesse se davvero si sta agendo per il popolo e come lo si sta facendo.
Secondo queste nuove forze, se davvero si agisse nel suo interesse non si fermerebbero opere importanti quali la Tav e la Tap e non si limiterebbero le risorse per gli investimenti e le ristrutturazioni delle infrastrutture per evitare che cadano altri ponti come il Morandi a Genova.

Chi è questa nuova borghesia?

La borghesia attuale è da individuarsi nella classe media, il ceto medio. Coloro che da sempre si collocano tra il proletariato e l’aristocrazia. L’unione di quei piccoli imprenditori, commercianti, liberi professionisti e, più in generale, coloro che grazie agli studi, all’istruzione e al duro lavoro, magari anche lasciando le loro città di origine, sono riusciti a comprarsi una casa, ad avere un piccolo patrimonio, a risparmiare pensando ad un futuro non troppo lontano in cui i risparmi serviranno ad aiutare i figli in difficoltà o a pagarsi le spese mediche. Costoro scendono in piazza chiedendo di non rendere vani i loro sacrifici. Gente che paga le tasse sperando un giorno di venir ripagata con servizi pubblici che funzionino. La borghesia produttiva, che tramite il loro lavoro produce il Pil del nostro Paese.

È giusto e costituzionalmente doveroso aiutare – affermano i nuovi borghesi – chi è rimasto indietro ma non a discapito di coloro che sono riusciti a migliorarsi, perché così facendo ci perdiamo tutti a partire da chi fa più fatica. L’Italia viaggia a tre velocità: i ricchi, i poveri e poi c’è la classe borghese che si sente di rallentare. I ricchi rimangono “gli intoccabili”, perché detentori di una invisibile potere protetto da un cancello di influenti conoscenze e di denaro, non rimane quindi che prendersela con chi sta nel mezzo: il ceto medio.

Cosa c’è per quella classe media che tutti i giorni cerca di non fare il passo più lungo della gamba, che risparmia per mandare i figli all’università, che va all’estero lasciando tutto e tutti pur di avere un futuro dignitoso piuttosto che vivere da parassita dello Stato? Attualmente per loro c’è poco, sentono, solo perché accusati di essere già arrivati nella vita e quindi immeritevoli di favoritismi in un periodo di crisi.

Si sta legittimando che impegnarsi faticosamente nella vita fino ad avere un gruzzoletto da parte sia addirittura da “radical chic”. Un sintagma usato con un’accezione negativa per definire coloro che da bravi ipocriti praticano bene ma razzolano male. Le gente comune che si ribella al degrado e all’ignoranza gratuita viene considerata parte di una non specificata élite a mandati alla pubblica gogna mediatica. Questi sono i pensieri che si stanno insinuando nelle mente degli italiani più frustrati e stremati dalla crisi ma la realtà è che questa è l’invidia che scaturisce dalla rabbia di chi è in difficoltà verso coloro che con non troppi sacrifici stanno comunque a galla. Tutto ciò sta portando ad ulteriori squilibri sociali sempre più marcati.

Una grande rivoluzione è alle porte e la borghesia produttiva ha già pronte le sue armi: gentilezza, voce e forza di volontà.

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