20 gennaio 2019

Giornalisti vittime dell’informazione in tutto il mondo

Giornalisti vittime dell’informazione in tutto il mondo

Il 2 Novembre, nel giorno in cui la Chiesa Cattolica ricorda i fedeli defunti, ricorre anche la Giornata mondiale per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti, una commemorazione indetta dall’ONU nel 2013. Spesso, infatti, si pensa che la carriera di giornalista sia uno status symbol che garantisce fama, rilevanza sociale, grande considerazione culturale e potere, e spesso è così, con conseguenze non sempre positive per la società, il mondo intellettuale e il potere politico. Il giornalismo, però, può essere anche un mestiere estremamente pericoloso, per cui si rischia la vita: indagini, inchieste e reportage infatti possono arrivare a mettere in luce affari, collusioni, rapporti di potere che invece devono restare nell’ombra.

Quest’anno due casi hanno colpito particolarmente l’opinione pubblica mondiale: l’omicidio di Daphne Caruana Galizia e la barbara esecuzione di Jamal Khashoggi. Praticamente sconosciuti ai più, sono balzati agli onori della cronaca di tutto il mondo per la loro tragica fine. Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger maltese, si è impegnata in numerose inchieste contro la corruzione e, molto probabilmente per questo, da mandanti ancora ignoti, è stata uccisa in un attentato esplosivo. Le sue indagini vertevano soprattutto sui legami opachi tra certa politica maltese e il mondo della finanza deviata, dai Panama Papers al business delle seconde cittadinanze che aveva permesso a molti criminali di riciclarsi a Malta. Legato eminentemente a questioni politiche invece è l’omicidio di Jamal Khashoggi, editorialista del Washington Post che si era autoesiliato negli USA per poter scrivere in piena libertà contro il regime saudita di Riad. Se nel suo caso i mandanti sono chiari, al di là delle ovvie smentite ufficiali, con tutta la vicenda che porta chiaramente impresso il marchio dell’inettitudine politico-gestionale del principe ereditario Mohammad bin Salman, non è ancora stata accertata invece con sicurezza la dinamica dell’omicidio: una tortura finita male, un arresto mal condotto, un brutale assassinio? Per entrambi si è subito, comprensibilmente, costruita l’immagine-santino dei martiri dell’informazione, senza approfondire troppo le loro inchieste. Per esempio nel caso dei Panama Papers, una delle indagini di maggior impatto di Daphne Caruana Galizia (ha causato una crisi di Governo a Malta), nell’opinione pubblica talvolta si è fatta passare un’equazione decisamente ardita: Paradisi Fiscali = Corruzione = Mafia, un’equazione che andrebbe invece verificata caso per caso, dal momento che gli investimenti in paradisi fiscali sono legali e sarebbe scorretto pensare che tutte le personalità e le realtà imprenditoriali presenti sui Panama Papers siano ipso facto dei criminali. Di Jamal Khashoggi invece si è completamente oscurata la sua vicinanza all’Islam politico e al terrorismo dei Fratelli Musulmani che insanguinano l’Egitto dai tempi delle Primavere arabe.

Più legati al contesto italiano sono invece le morti dei giornalisti Peppino Impastato, Walter Tobagi, Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutoli. Peppino Impastato rappresenta il caso più noto dei numerosi giornalisti che sono stati uccisi dalla mafia, dalla ‘ndrangheta o dalla camorra perché con le loro indagini rivelavano quegli affari malti, quella corruzione e quelle collusioni con organizzazioni criminali che dall’unità d’Italia funestano il nostro Paese. Vittime del terrorismo (o forse dei rapporti tra quest’ultimo e la nostra criminalità organizzata) sono state invece Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutoli. Il giornalismo italiano poi è finito nella morsa anche delle dittature culturali che negli anni ’60 e ’70 pensavano di essere l’avanguardia del progresso mentre non erano nient’altro che puro stragismo: Walter Tobagi pagò infatti con la vita le sue critiche al terrorismo di sinistra. Per evitare però ogni facile identificazione tra giornalismo e martirio dell’informazione andrebbe anche aggiunto che in quegli stessi anni giornalisti e intellettuali tutt’altro che irrilevanti si macchiarono di gesti ignobili, il più celebre dei quali è Il manifesto contro il commissario Calabresi, che annoverava tra i suoi firmatari penne del calibro di Eugenio Scalfari e Umberto Eco e che nei fatti costituì la condanna a morte del commissario Calabresi. Nessuno dei due è mai andato oltre a dirsi mortificato per la propria sconsiderata firma; al massimo ha proferito semplici scuse ormai fuori tempo massimo, a differenza di riflessioni molto più profonde come queste di Paolo Mieli:

Firmare quel genere di carte non costa niente, assolutamente niente. A dispetto dei toni gladiatorii che abbondano in quelle petizioni, non è necessario alcun coraggio per aderire. Anzi. Ma c’ è dell’altro: molti anni fa la mia firma capitò (me colpevole) in calce a uno di questi manifesti; nelle intenzioni dei promotori – e mia – quell’appello avrebbe dovuto essere a favore della libertà di stampa; ma, per una riprovevole ambiguità della formulazione, pareva che quel testo difendesse la lotta armata e incitasse al linciaggio di Luigi Calabresi. Poco dopo il commissario fu ucciso e io, a distanza di trent’anni, provo ancora vergogna per quella coincidenza. Come, credo (o quantomeno mi auguro), tutti coloro il cui nome comparve in fondo a quel foglio. E vergogna è dir poco: qualsiasi parola di scuse nei confronti di moglie e figli di Luigi Calabresi mi appare ancor’oggi inadeguata alla gravità dell’episodio.

Dal Dopoguerra ad oggi in Italia secondo i numeri presentati dall’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione si contano 26 giornalisti caduti nello svolgimento del proprio mestiere. In tutto il mondo invece nel solo 2017 sono stati 65 gli operatori dell’informazione che sono stati uccisi secondo l’ultimo rapporto di Reporters Sans Frontiers e il trend sembra purtroppo essere lo stesso anche per quest’anno, con almeno 29 morti nei primi 6 mesi del 2018. 26 di loro hanno perso la vita in bombardamenti in contesti di guerra o in attentati terroristici, 39 sono stati assassinati per le loro inchieste scomode su interessi politici, economici o mafiosi. Non a caso il Paese più pericoloso per un giornalista è la Siria, ma significativamente al secondo posto si piazza il Messico, a indicare come le due grandi minacce per il mondo dell’informazione siano senza dubbio il terrorismo e la criminalità organizzata. Anche le dittature (più o meno camuffate) continuano a mietere vittime: ad esempio, la Cina comunista ufficialmente cerca di non applicare più la pena di morte contro gli oppositori politici, ma lascia consapevolmente che la loro salute si degradi in prigione così che muoiano “naturalmente”.

C’è ancora molto da fare perché i giornalisti possano operare in tutta sicurezza senza dover temere per la propria vita per i più disparati motivi. E una delle modalità più efficaci è promuovere un giornalismo di qualità: se sono in pochi ad essere validi è più facile colpirli. Piuttosto che aspettarsi la tutela del mecenate di turno o l’impunibilità che tutela quei giornalisti criminali che considerano il proprio mestiere come una tribuna per diffamazioni, falsità e campagne di killeraggio mediatico, è tempo che il mondo giornalistico pensi a difendersi da se stesso: è questa la migliore strategia per mettere fine all’impunità per i crimini contro i giornalisti.

Fanno riflettere in questo senso le parole che il figlio di Daphne Caruana Galizia, Andrew, a sua volta giornalista investigativo, ha consegnato alla stampa internazionale per commentare la tragica morte di sua madre:

In definitiva, uno fa questo mestiere perché è coscienzioso e onesto, e perché ipocrisia, delinquenza, cinismo, ingiustizia, compromessi morali e corruzione lo fanno adirare a tal punto che non può fare a meno di esprimersi in proposito. Se invece il suo primo pensiero a quanto guadagna o al timore di irritare e inimicarsi le forze dell’ordine corrotte, penso che stia facendo il mestiere sbagliato. Sì, era un’indagine difficile, del tipo di quelle che ti fanno saltare letteralmente in aria mentre sei impegnato a fare le tue commissioni.

Non si tratta solo di uno sfogo, della rabbia e insieme della fierezza di chi ha visto uccidere la propria madre per inchieste scomode. Se si considerano altri suoi commenti di simile tenore si vede trasparire una chiara concezione di giornalismo e politica con i rispettivi (problematici) rapporti:

Dopo i Panama Papers su cui lavorava mia madre, le forze dell’ordine di alcuni Paesi hanno agito tempestivamente, mentre altri no. In questi ultimi, i giornalisti si trovano soli fra la difesa dello stato di diritto e i potenti corrotti. Quando la corruzione diventa così profonda da toccare le forze dell’ordine, il giornalismo diventa molto pericoloso. Mia madre è stata assassinata perché era per lo Stato di diritto contro chi vuole violarlo. Ecco dove siamo: in un Paese mafioso dove puoi cambiare gender sulla carta di identità ma vieni ridotto in pezzi se eserciti le tue libertà. Mentre quel clown di Muscat parlava ieri in Parlamento di una cronista che ha demonizzato per un decennio, un sergente di polizia ha scritto su Facebook: Ognuno ha quello che si merita, letame di mucca. Il premier ha riempito il suo ufficio di corrotti, la polizia di corrotti e imbecilli, e i tribunali di corrotti e incompetenti.

Ancor più esplicite le parole della collega giornalista Manuel Delia:

Mi minacciano per strada m’insultano perché secondo loro rovinerei la reputazione del Paese. Le istituzioni continuano a funzionare per cooptazione e sono proprietà della maggioranza di governo. Il governo è in mano a gente che pensa solo al profitto personale e al potere. Più passa il tempo, più capiamo che la democrazia qui non funziona. E lo Stato, nemmeno.

Mettiamo pure infatti che il giornalismo fosse compattamente di estrema qualità, rimarrebbe comunque un altro problema che molto spesso si cerca di evitare accuratamente quando si parla di giornalisti vittime di intimidazioni, soprusi o attentati: il tema dei rapporti problematici tra il giornalismo d’inchiesta e le vere e proprie inchieste della magistratura. Come si potrebbe anche solo avanzare qualche dubbio su quelle che sono a tutti gli effetti delle inchieste extragiudiziarie senza sembrare cinici o peggio ancora collusi con la criminalità? Qualche flebile voce di dubbio si è sentita in occasione di una delle ultime inchieste sul tema dei rapporti tra criminalità, smaltimento dei rifiuti e politica: l’agente provocatore, che istiga per fini mediatici a commettere reati che altrimenti non si sarebbero commessi, è un abominio morale e giuridico. L’Ordine dei Giornalisti, che è sempre così zelante a sanzionare chi si allontana anche solo di pochi millimetri dal mainstream progressista, non ha avuto ovviamente niente da ridire su una concezione di inchiesta giornalistica così preoccupante. Il punto che resta drammaticamente irrisolto, anche perché fin dalle origini non è mai stato affrontato in maniera seria dal mondo giornalistico, è proprio con quale autorità i giornalisti compiono vere e proprie indagini che spesso finiscono per offuscare, indebolire e in molti casi condizionare le indagini giudiziarie propriamente dette. Per non parlare delle ancor più preoccupanti reti di interscambio e di commistione dei ruoli tra le due parti: non solo giornalisti che si sentono chiamati per autoinvestitura (quasi dei S. Paolo del giornalismo) a smascherare e condannare i malfattori, ma investigatori e giudici che usano, cavalcano o risentono delle parallele indagini mediatiche, e magari poi vanno a fare gli scrittori, gli opinionisti e i politici senza rendersi conto dello scandalo e della violenza che un simile modo d’agire costituisce per la (pur fittizia e impossibile) divisione e indipendenza dei poteri giudiziario, esecutivo, legislativo e informativo.

Ogni volta che un giornalista rimane vittima di un attentato per le proprie inchieste dovremmo pensare anche a questo: mentre le persone comuni o anche i vip bersagliati dai mass media non hanno neanche i più basilari sistemi di difesa che sono stati previsti dai moderni sistemi giudiziari e si trovano così condannati in partenza, dal momento che la loro lotta contro eventuali calunnie e fake news è impossibile perché accusatore, giudice e sistema giudiziario sono tutte la stessa persona (il giornalista che si nasconde dietro la finta maschera dell’obiettività e dell’opinione pubblica), i criminali invece possono impunemente uccidere i giornalisti scomodi proprio perché questi ultimi non hanno in realtà, al di là dell’effetto ottico distorsivo prodotto dal mezzo di comunicazione, altra consistenza, tutela e forza che il singolo, le sue idee e le sue battaglie personali. Ucciso lui, si può mettere a tacere tutto.

Una tragica lezione su cui il giornalismo, non solo italiano, dovrebbe meditare. La risposta ai crimini contro gli operatori della comunicazione non è dar vita all’ennesimo santino laico, che poi si traduce in nient’altro che un’icona pop e mainstream dai contorni talmente sfumati da essere inconsistenti. È tempo semmai di avviare una riflessione interna al mondo dell’informazione su questi nodi tanto problematici quanto fondamentali.

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