In qualche modo, le emozioni sono un ponte tra “Io” e “Mondo”, un salvacondotto che, dalla grigia materia del reale, permette di passare a una vita soggettiva, ad una fenomenicità colma di sensi, scopi e volontà: una “materia in Technicolor”, per dirla con Colin McGinn. Del passaggio dall’oggettività all’Io, dal “non-presente-a-me” al “ciò-di-cui-sono-cosciente”, non si sa molto: non è affatto chiaro il “punto” in cui il funzionamento di un evoluto meccanismo organico dia modo alla coscienza di emergere, al grigio di divenire Technicolor. Questo è un problema almeno quattro volte secolare, già presente negli scritti fisiologici dei Moderni e oltremodo ingombrante nelle ricerche degli odierni scienziati cognitivi, neuroscienziati, studiosi d’Intelligenza Artificiale…

Ma ciò che in queste righe mettiamo in questione non è tanto quell’angosciante domanda sulla nascita dell’Io, dell’Anima, dal marasma del tutto materiale – di cui certamente l’io fa parte, pur se in maniera complessa ed emergente. Ad interessare ora è la questione, se vogliamo più accessibile, sull’ontologia dell’emozione, che più di ogni altro fenomeno è una manifestazione, o meglio un conditionatum, di quel misterioso rapporto tra coscienza e natura. In altre parole, si tratta di pensare ad un’impalcatura teorica che permetta di trattare in modo coerente un fenomeno che si lascia caratterizzare secondo aspetti apparentemente incoerenti: se è vero che quell’amore che provo per te cattura i miei sguardi, colora i miei sogni, rinnova la mia vita e ossessiona le mie lacrime, è ugualmente vero che quello stesso (?) amore arrossisce le mie guance, mi gonfia le pupille, mi fa tremare i polsi, fa crollare le mie gambe. Uno sguardo innamorato è sempre, dopo tutto, un occhio che si dirige verso un’immagine, il mio cervello che arricchisce quella percezione di contenuto, la mia memoria che conserva quell’idea per quanto più tempo mi sarà concesso di amarti. Non c’è amore che non abbia una condizione fisico-biologica a sostenerlo.

Ma forse, questa dialettica tra concetto e sostrato naturale, tra amore e realizzatore meccanico dell’amore, non fa sempre al caso nostro, quando si tratta di definire l’ontologia delle emozioni. È vero, come diceva J.J.C. Smart, che

“Dire “ti amo” è solo parte di un comportamento che è l’esercizio della disposizione ad amare qualcuno”

e che dunque non c’è niente del mio amore che non sia alla portata di un bravo psicologo. Ma che diremmo a Orlando innamorato? Che ciò che vive non è che qualcosa che in realtà esiste senza che egli lo viva? Che diremmo al piccolo Marcel? Che quella madeleine non era che un dolcetto? Che non c’è spazio nell’enciclopedia delle emozioni per due concetti diversi di amore, uno materiale-disposizionale e uno spirituale?

Per meri fini linguistici, se non vogliamo dire logici o metafisici, abbiamo bisogno di intendere le faccende spirituali come altro da quelle materiali, pur essendo ben consapevoli del fatto che non accade nulla nel mondo senza che la fisica c’entri qualcosa. Per “spirituale” intendo qualcosa la cui ammissibilità ontologica non debba poggiare su altro che sul mio esserne cosciente, sulla mia necessità di vedere quell’evento come qualcosa che occorre “in maniera personale”, e a cui non sia necessaria una giustificazione sul campo della natura delle cose. Ciò che esiste, ne siamo convinti, è solo la natura, sono solo le cose e i loro insiemi. Ma qui non si tratta di esistenza: non abbiamo bisogno che il nostro amore esista per sentirlo, poiché ci basta subirlo, riferirci ad esso senza la pretesa di crederci. Non è un “c’è”, ma nemmeno un “me lo sento”: è semplicemente un “sono innamorato, e so cos’è l’amore: l’amore è questo, che mi scuote, mi libera, mi anima… quello che non saprei chiamare in altro modo” . Consideriamo inevitabile il fatto che l’amore risponda a delle leggi:

Per quanto esaltato esso sia, c’è un senso in cui anch’esso a regole universali di attività cerebrale, ovvero la formazione di ideali, un prodotto delle capacità astrattive del cervello

scrive Semir Zeki. Ma, come aveva capito eccellentemente D.K. Lewis tra gli altri, non “esiste” un’emozione se non perché “qualcuno” la “sente”. Le conclusioni da trarre sono molteplici, e tendenzialmente vertono nella direzione di un’ineliminabile differenza tra sostrato materiale e idea spirituale, se vogliamo tra realizzatore fisico e sopravveniente sentimentale.

La classe dell’amore, dell’emozione, del sentimento, è perciò tutto meno che una classe chiusa: è anzi fluida, aperta a ciò che proverò, a come lo vivrò, all’attesa di un futuro umano proprio perché aperto a nuove sfide sentimentali, a nuovi paesaggi romantici, a nuovi stimoli spirituali. Sappiamo che il mondo funziona perché è un tutto, perché è fatto di una sola sostanza che è una sostanze su cui le scienze rigorose fanno il loro mestiere meglio di qualunque altra forma di sapere. Ma è in ugual modo chiaro che sul fronte della moralità, dell’individualità passionale e, socialmente parlando, dell’affettività umana, non esiste altro se non ciò che è elemento di un orizzonte non cognitivo, ma estetico, etico, “mistico”… E tutto ciò è lontano dalla discrezionalità tecnica e dalla riducibilità logico-scientifica. L’amore, diremmo, è ancora materia di sogni, speranze, desiderio e fantasia.