17 dicembre 2018

I Tauro Boys e lo spirito della trap

I Tauro Boys e lo spirito della trap

I Tauro Boys sono un gruppo di trapper romani (di quella Roma, va detto, che ricorda più le pochette di Fendi che le borgate dei Colle der Fomento). Sono in tre – Maximilian, Prince e Yang Pava – e la loro peculiarità è che non c’è modo di canonizzarli, sono anzi talmente fluidi e multiformi da non poter corrispondere al margine di un canone. È musica nuova, fresca, emergente. Ci si chiederà cosa c’è da dire di “filosofico” sull’arte di questi ragazzi. Forse, cosa c’è di artistico in generale. In effetti, siamo soliti associare l’idea di “trap” a concetti ben più sgradevoli della “freschezza” e della “fluidità”: la trap – si dice – è la musica al tramonto del rap “fatto bene”, è l’abbandono della metrica, dei contenuti, dello stesso leitmotiv che caratterizzava l’Hip hop; dall’altra parte, poi, è il guadagno dell’ostentazione, della mercificazione, del kitsch, del “già sentito”.
Dato che nessuno sarebbe disposto a negare la portata pessimamente crepuscolare, scadente e irriverente di questo fenomeno musicale, sarebbe invece più interessante dare voce al “sentimento estetico” che qualcuno dice di riserbare nei confronti di alcuni di questi “pischelli”. I Tauro sono la dimostrazione che la trap, come la musica in generale, non ha bisogno di veicolare un messaggio o di “dire qualcosa” in un certo modo, perché basta semplicemente che essa catturi una scheggia dello spirito di una generazione, che entri in qualche modo a far parte dei contesti e delle dinamiche che definiscono il senso estetico della nicchia sociale di riferimento. I Tauro sono il chiaro esempio non solo di come la trap possa essere arte, ma soprattutto di come ci siano sempre modi nuovi vivere, subire e abitare le cose a noi contemporanee, modi che spesso il nostro snobbismo tende a non considerare. È un modo per farci capire, insomma, che spesso la puzza sotto al naso nei confronti del presente può essere non altro che la nostra puzza di vecchiume.

Recensire il “Tauro Tape2”, l’ultimo mixtape del gruppo romano, non è affatto facile, proprio per la questione della canonizzazione sopra indicata. Ma questo non è l’obiettivo di questo articolo, quanto piuttosto riflettere sull’estetica dell’ascolto di un testo dei Tauro, piuttosto che partorire giudizi verocondizionali da rivista musicale. Liriche movimentate, stile indefinibile, intonazione romantica. Per chi vive la Roma di questa generazione, l’idea-Tauro è quella di una sonata spontanea, di un’entusiasmata rappresentazione della realtà degli hypebeast, dei sedicenti plug e di tutte quelle classi che la Roma attuale categorizza soprattutto a partire dai generi musicali di riferimento. Il pischello che ascolta trap, prima che Tauro, è spesso genuinamente stereotipato: attenzione spasmodica all’abito, confusione fraterna tra individuo e gruppo (la “gang”) e, soprattutto, ostentazione (“flexing”). Ma ciò che è “Tauro”, e che non è quindi solo “trap”, è davvero così mimetico? Non fa che rappresentare, senza filtrare in qualche modo la realtà attraverso una specifica creatività?

Decisamente no. I Tauro Boys non rispondono a stereotipi: se è certamente prevalente in loro una cultura urban, non manca tuttavia una consapevolezza musicale generale, quella della “musica dei genitori”, potremmo dire; se le tonalità, le melodie e il flow sono certamente familiari ad un certo sound tipicamente romano, comunque la personalizzazione dello stile è talmente efficace da riuscire a offrire un forte spaccato sull’intima intenzione artistica dei tre. Ed è proprio in questo concetto di singolare individualità della caratterizzazione dell’opera musicale che si risolve la complessa lettura estetica: non si può prescindere dalle intime esperienze di vita dei tre per apprezzarne la maniera. Un ascolto di “Napoli”, o di altri brani del Tape come “Riflesso” e “Compasso”, è risolto nella potenza della trasposizione di uno schema di vita vissuta di uno dei tre in un mood mimetico, che renda in qualche modo quello schema un qualcosa che abbia caratterizzato lo stesso passato di chi ascolta.

Una narrazione così confidenziale e spontanea riesce ad avere uno strano accesso spirituale, comporta una reale influenza sul mio bagaglio esistenziale che non si risolve semplicemente, come per ogni generico brano musicale “immedesimabile”, nel condizionamento dello sguardo personale sulle cose di vita; ma nella messa in evidenza di un peso esperienziale che non si sapeva di possedere, che appartiene al proprio passato, non al presente, e che quindi rende il plot dell’opera un ricordo cosciente ma mai avuto. Poi, ovviamente, questa è la prospettiva di un giovane romano del XXI secolo, ma è proprio questa la ricca nicchia ecologica in cui si risolve lo spirito-Tauro: un’anima che si auto-comprende in una forma di vita, nella lettura risolutiva e originale dell’esperienza sociale, sentimentale e artistica in cui il pubblico di riferimento della band si trova immersa. Ci sarebbe da scrivere un libro proprio a partire da questi tre concetti – “socialità”, “sentimentalità” e “sentimento artistico” – per come vengono trattati dai Tauro Boys.

Potremmo dire che, quindi, la soluzione estetica all’enigma della percezione-trap può risolversi, nel caso specifico di questo gruppo, in un gioco dialettico che consideriamo familiare per ogni esperimento musicale ben riuscito: il passaggio dalla Lettera, dalla semplice grammatica stilistica (oltremodo complessa ed elegante), attraverso l’esperienza privata del creativo, alla riproduzione mimetica di quello Spirito sul piano dell’ascoltatore. Questa dialettica da Lettera a Spirito prende i suoi tratti peculiari, i suoi tratti-Tauro, nel contesto di una condivisione di vita vissuta, di esperienza passata, in comune con uno dei tre che si sta raccontando.

Una non banale caratura spirituale, quindi, per questa trap. Una fruizione certamente condizionale, lasciata a delle specifiche coordinate sociali, sentimentali e artistiche di riferimento. Ma è proprio qui che riesce ad attecchire un d’essai esclusivamente-Tauro: nella spettacolare ma non nuova idea di “trovare la voce per una generazione”.

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