17 dicembre 2018

Anamorfosi: cos’è e perché piace ad artista e spettatore

Anamorfosi: cos’è e perché piace ad artista e spettatore

Dalle origini cinquecentesche fino alla modernità della street art, l’anamorfosi è la trasformazione illusoria che piace agli artisti e ai loro spettatori, poiché permette di proiettare la quotidianità in una realtà surreale e onirica, dove vengono invertite le leggi della prospettiva.

Scultura anamorfica di Jonty Hurwitz

Il termine “anamorfosi”, dal greco ἀναμόρϕωσις (riformazione), definisce una “forma ricostruita” attraverso trasformazioni di illusione ottica. L’inganno anamorfico distorce fortemente l’immagine in modo tale che questa possa essere riconoscibile dall’osservatore solo se contemplata da una posizione precisa, particolarmente inclinata rispetto al piano su cui è realizzata l’immagine. Per comprendere un dipinto realizzato tramite trasformazione anamorfica è necessario immaginarlo proiettato su una parete trasparente verticale e calcolarne l’immagine corrisposta orizzontalmente sul terreno. L’immagine al suolo subisce un’inversione prospettica, dando origine a quella che comunemente è chiamata anamorfosi ottica. Più l’oggetto da osservare è in basso rispetto allo sguardo dell’osservatore, meno deve essere forzata la prospettiva in alto; più l’oggetto si innalza verso gli occhi del suo spettatore, più deve essere allungata l’immagine prospettica in modo da rendere al meglio l’effetto anamorfico. Tale organizzazione prevede una visione ravvicinata del dipinto, tanto che l’osservatore deve disporsi radente al suolo per poterlo ammirare alla perfezione.

Gli ambasciatori di Hans Holbein (1533) con dettaglio sul teschio

Questa tecnica è stata per la prima volta adottata come cavallo di battaglia dai pittori cinque-seicenteschi. Inizialmente venne sperimentata su piccole parti del dipinto, così da celare messaggi simbolici. Ne è un esempio l’opera Gli ambasciatori (1533) di Hans Holbein. Un teschio viene deformato anamorficamente in modo da risultare irriconoscibile all’osservatore. Il messaggio allusivo che traspare evoca il trionfo della morte. Ma come avveniva tale trasformazione agli albori del Seicento? Il pittore realizzava una prima bozza dell’immagine da occultare, poi trasferita sul cartone. Una volta trasposto, il soggetto veniva forato lungo i contorni e poi posto dinnanzi a un fascio di luce solare. La luce attraversava il cartone forato e, in base all’inclinazione della superficie cartonata, riproduceva un’ombra prospettica più o meno deformata sulla parete. In questo modo l’artista poteva infinitamente giocare con le più svariate inclinazioni.

Dal disegno su cartoncino all’olio su tela, l’anamorfosi arriva al grande schermo grazie al sistema di ripresa CinemaScope e poi sulle strade della quotidianità cittadina calcate da passanti sfuggenti. Qui i protagonisti sono gli street artists, i quali nascono come “madonnari”, ovvero creatori di immagini sacre sul cemento. Da lì, i soggetti impressi con gessetti colorati evolvono verso vere e proprie opere d’arte. L’intensità magica che racchiudono i dipinti nasce dalla realizzazione in presa diretta, davanti all’occhio critico e ammirato dell’osservatore, ma anche dall’imprevedibile destino che accompagna le opere. Queste sono soggette alla variabilità delle forze atmosferiche, sia durante la realizzazione che a lavoro terminato. Cosa accade se una violenta pioggia si abbatte sulla strada? Il dipinto scompare per sempre, ma rimane immortalato negli scatti fotografici dei suoi ammiratori.

Julian Beever

Tra gli artisti più apprezzati nel panorama della pittura pavimentale c’è sicuramente Edgard Mueller. Lo street artist si cimenta con successo nelle realizzazioni di vere e proprie voragini nel terreno, che proiettano lo spettatore in una realtà parallela sotto la superficie di cemento. Ecco quindi che sapienti giochi di luce illuminano superfici ghiacciate, cascate impetuose o discese infernali. Ciò che maggiormente affascina l’artista è l’aspetto volubile e transitorio delle sue opere, affidate ai tempestivi cambiamenti della natura. Anche Kurt Wenner sceglie di ricreare mondi ultraterreni, dove creature demoniache affiorano da vasche sotterranee. Accanto a Muelle e Wenner troneggia Julian Beever, soprannominato “Pavement Picasso”. La sua peculiarità sta nella creazione di oggetti quotidiani tridimensionali, che accompagnano l’osservatore nella sua routine tra le vie cittadine.

Gli artisti, dalle origini rinascimentali-barocche alla contemporaneità della street art, sfruttano l’anamorfosi per dare all’osservatore, apparentemente ignaro dell’inganno, la parvenza di una realtà parallela a quella esistente. L’intento è quello di fare in modo che lo spettatore si immerga pienamente nell’opera, la viva, come se venisse proiettato in un universo surreale.

Kurt Wenner


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